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L'Arabia Saudita apre il 2016 con 47 condanne a morte

02/01/2016  Lo ha annunciato il ministero dell'Interno della monarchia. Fra i giustiziati, accusati di essere terroristi, c'è anche un importante leader religioso della minoranza sciita, lo sceicco Nimr al-Nimr. Dura la reazione dell'Iran.

Non si placa il boia in Arabia Saudita. Nella monarchia islamica ultraconservatrice il 2016 si apre con l'annuncio dell'esecuzione di quarantasette persone, colpevoli, secondo le autorità saudite, di aver progettato e compiuto attentati terroristici contro civili. Fra i giustiziati c'è anche un popolare e influente leader religioso sciita, lo sceicco Nimr al-Nimr, arrestato nel 2012 con l'accusa di aver avuto un ruolo da protagonista nel movimento di protesta contro il Governo saudita nelle province orientali del Paese, dove è concentrata la minoranza sciita, marginalizzata dalla maggioranza sunnita.

L'uccisione dello sceicco al-Nimr riapre la tensione tra Arabia Saudita, a maggioranza sunnita, e l'Iran, a maggioranza sciita (da solo ospita quasi il 50% della popolazione sciita di tutto il mondo). La reazione iraniana è stata durissima: il ministro degli Esteri iraniano ha fatto sapere che questa esecuzione «costerà cara» all'Arabia. Ferma condanna anche da parte dal mondo islamico sciita del Libano e dello Yemen. Il rischio, ora, è che questa condanna a morte scateni nel mondo arabo un nuovo conflitto fra le due correnti dell'islam, il sunnismo maggioritario (che comprende quasi il 90% dei musulmani) e lo sciismo minoritario (circa il 10%).

Contro le esecuzioni a nulla sono valsi gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani. Secondo i dati di Amnesty International, nel 2015 il boia saudita ha compiuto 157 condanne a morte. La pena capitale in questo Paese è prevista per numerosi reati, dall'omicidio alla rapina a mano armata, dall'adulterio all'omosessualità, dal traffico di droga all'apostasia. Il record delle condanne a morte è stato toccato nel 1995, con 191 uccisioni. Le organizzazioni umanitarie denunciano l'assenza di garanzie processuali per i condannati. Dopo Cina e Iran, l'Arabia Saudita è il terzo Paese al mondo per l'applicazione della pena di morte. 

Nella foto Reuters: un'immagine dello sceicco sciita Nimr al-Nimr.

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