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lunedì 11 novembre 2019
 
 

Paola Spotorno: «Massimo sforzo ma per quale risultato?»

13/12/2014  I dati Ocse mostrano che in Italia si studia più di altri Paese. Al tempo stesso sempre la medesima fonte ha mostrato che i nostri ragazzi non sono quelli con le migliori prestazioni se confrontati con i coetanei stranieri. Questo perché ciò che conta è la qualità e non la quantità.

I nostri ragazzi studiano il triplo dei Coreani! Leggendo i dati Ocse sullo studio dei quindicenni di ben 38 paesi non rimango per nulla stupita nell’apprendere che il nostro paese risulti, se così si può dire, tra i più “studiosi”. Rifletto e penso: “Massimo sforzo per quale risultato”? Infatti nonostante tutto questo studio, sempre i dati OCSE –Pisa, non ci collocano tra i paesi con le migliori prestazioni. Conclusione: studiamo di più rendiamo di meno e questo ci deve far riflettere. Forse invece di far studiare di più i nostri ragazzi dovremmo loro insegnare a farlo meglio. Sono convinta che una migliore organizzazione sia del tempo scuola sia del metodo di studio, che troppo spesso dimentichiamo di passare come competenza ai nostri studenti, permetterebbe di avere meno insuccessi e meno esaurimenti.

Non mi stupisce neanche che le ore dedicate allo studio siano direttamente proporzionali al ceto socio-economico di appartenenza. Forse non piacerà sentirselo dire ma il nostro sistema scolastico è ancora largamente legato ad esso. Più il ceto è elevato più si studia e tale differenza è particolarmente forte nel nostro paese, con uno scarto di circa tre ore e mezza di lavoro in meno, tra scuola e casa, a settimana per le classi più disagiate. Le famiglie benestanti con genitori laureati tendono a indirizzare i loro figli verso licei classici e scientifici dove la richiesta di prestazione spesso è molto più alta rispetto agli altri ordini di scuole. E in queste scuole i docenti spesso sanno che potranno comunque delegare alle cure della famiglia, che ha elevate aspettative, l’eventuale recupero e il sostegno e che ci saranno sicuramente aiuti per lo studio magari ricorrendo alle famose ripetizioni private (e chissà se il nostro PIL le contempla). A questo proposito sarebbe interessante che venisse fatto anche uno studio su quante ore di ripetizione private rientrano in quel monte ore di lavoro settimanale e fare un confronto con altri modelli scolastici europei e non.

Viceversa negli istituti tecnici, ma ancora di più negli istituti professionali, anche per il monte ore settimanale di lezione generalmente più elevato, i docenti sanno che devono sfruttare al massimo il loro lavoro in classe perché il tempo dedicato al cosiddetto lavoro domestico sarà poco. Inoltre sanno che a casa questi ragazzi il più delle volte non avranno né il supporto della famiglia né luoghi adatti dove studiare come case troppo piccole o troppo affollate. Comunque a prescindere dal numero di ore e dalla classe sociale ancora una volta si dimostra che vale più la qualità di ciò che si fa sia come studenti che come insegnanti piuttosto che la quantità

 
 
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