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martedì 28 giugno 2022
 
 

L'esproprio di Renzi e l'ombra dei poteri forti

21/01/2015  Il premier con un decreto a sorpresa cancella oltre cent'anni di cattolicesimo sociale, esponendo le banche popolari ai grandi gruppi finanziari internazionali

Non siamo inclini a immaginare dietro a Renzi, come insinuano i Cinque Stelle, una galassia di poteri forti, anche perché l’espressione poteri forti, di per sé, non significa nulla. Ma certo il premier qualche sospetto lo suscita, quando a sorpresa, con decretazione d’urgenza (da votare a colpi di fiducia), senza avvisare nessuno, insomma con la solita “gelida manina” furtiva, cambia la governance delle Banche popolari, le trasforma in società per azioni e le consegna al mercato, che vuol dire fondi di investimento stranieri, grandi gruppi finanziari, multinazionali e chi più ne ha più ne metta (e proprio il caso di dirlo).

Ma Renzi non era un politico di ispirazione cattolica? E com’è che fa una cosa molto laicista e  liberista
, per nulla in linea con la dottrina sociale della Chiesa, consegnando ai mercati internazionali il patrimonio di una tradizione di banche nata col cattolicesimo popolare, legata al territorio, alla comunità, ponte tra il risparmio e gli artigiani, il sindacato cristiano-sociale, i coltivatori diretti, i commercianti e soprattutto le piccole e medie imprese?
Non è cosa da poco quello che accadrà alle banche popolari con attivi superiori agli otto miliardi di euro, letteralmente “espropriate” dal Governo, che le ha consegnate mani e piedi ai grandi gruppi finanziari. Con il caro vecchio “voto capitario” i soci avevano tutti diritto a un voto, indipendentemente da quanto ci avessero investito. Il risultato, pur con le sue storture, era che a capo della banca c’era una sorta di democrazia diffusa, legatissima all’istituto di credito attraverso servizi, prestiti, rapporti sociali, gestioni patrimoniali, canali privilegiati, conoscenza diretta. Alcuni giornalisti economici dei grandi giornali borghesi, evidentemente con la puzza sotto il naso, hanno evocato le comitive in torpedone che venivano a votare in assemblea e si avventavano sul buffet prima di entrare in aula. Quelle volgarité!  Molto meglio i salotti ovattati e impersonali della finanza internazionale, distanti decine di migliaia di chilometri, pronti a spostare capitali con un clic a seconda della loro convenienza, decretare fusioni e far chiudere banche e filiali in nome del profitto e delle plusvalenze, unico dio cui servire.

Non è un caso che i sindacati, anch’essi “stakeholder” di quello che da Renzi è stato dipinto come un piccolo mondo antico, temano migliaia di licenziamenti in aggiunta ai 68 mila posti di lavoro persi negli ultimi 15 anni. Peccato, perché c’è un piccolo particolare da rammentare: sarà stato anche un modello desueto quello delle banche popolari, nate per impulso della Rerum Novarum di Leone XIII, ma funzionava. Eccome se funzionava. Le prime dieci banche che finiranno nelle grinfie del capitale producono utili importanti, hanno resistito come un maniero in mezzo alla tempesta della crisi finanziaria cominciata con il crack Lehman Brothers (a differenza di molti grandi colossi bancari) e contribuiscono all’economia reale e civile in modo sostanziale. La formula “cuore locale e portafoglio nazionale” ha costituito una “via italiana” valida, una tradizione che il mondo ci invidiava. 
Anche perché i legami con la comunità garantivano trasparenza. Come diceva Giancarlo Galli, il giorno in cui i clienti si vedevano traditi i propri risparmi, la domenica andavano sul sagrato e sputavano in faccia al presidente della banca all’uscita di messa. era la loro particolare idea di governance. D’ora in poi avremo a  che fare con entità astratte, digitali, ectoplasmatiche capaci di decidere il destino di interi comprensori, ma lontani, molto lontani, difficile che lo sputo arrivi in Asia o in America.
Post scriptum: il Governo - bontà sua -  ha risparmiato gli istituti minori e le cooperative di credito. Giusto per confermare  la famosa “irrilevanza” dei cattolici – già ampiamente assodata in politica -  anche in campo finanziario.

 

 

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