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venerdì 18 settembre 2020
 
 

«L'hanno ucciso mentre andava a pregare»

14/07/2014  HusseinAbuKhdeir racconta il figlio: volontario, attore, studente della scuola professionale

La mamma di Muhammad, Suha.
La mamma di Muhammad, Suha.

La voce di Hussein Abu Khdeir è ferma, dignitosa. È la voce di un padre che ha l’orgoglio di dominare un dolore che non si può dominare: quello per la morte del figlio Muhammad, 16 anni, rapito a Gerusalemme Est, a pochi passi dalla moschea ma anche dalla parrocchia cattolica di Beit Anina, torturato e bruciato vivo da alcuni coloni israeliani come vendetta per l’assassinio dei tre studenti rapiti nei pressi di Hebron. «Mio figlio», dice, «era benvoluto da tutti, non aveva nemici. Frequentava l’istituto tecnico, voleva diventare elettricista come me, e aveva ottimi voti. Anche alla moschea lo conoscevano bene, perché faceva tanto volontariato.

L’ultimo suo gesto è stato preparare gli addobbi e le luci per l’inizio del Ramadan, ma la sua vera e grande passione era lo spettacolo. Organizzava spesso feste per i bambini, lui faceva il clown e il comico, e aveva messo insieme un gruppo di danza di ragazzi e ragazze chiamato Nonno Hassan. Gli piaceva tantissimo recitare e molte persone, dopo averlo visto in scena, venivano da me e mi dicevano: “Hussein, non fargli fare l’elettricista, mandalo a una scuola di cinema, è bravissimo”. Ma lui era il quinto di quattro sorelle e due fratelli, trovare presto un lavoro era importante per tutta la famiglia».

- Che cosa è successo il giorno in cui Muhammad è stato rapito?
«Era un giorno come tanti altri. Lui stava andando alla moschea ma si era fermato per strada per aspettare un amico. A quel punto è arrivata una macchina, ha accostato, da dentro gli hanno rivolto la parola. Dopo poco lo hanno afferrato, l’hanno caricato in macchina e sono scappati. Dei giovani hanno seguito la scena da lontano, l’hanno sentito gridare e hanno inseguito la macchina finché quella ha attraversato un posto di blocco che loro, palestinesi, non potevano passare. Allora sono tornati indietro e hanno chiamato la polizia».

- E poi?
«I poliziotti sono arrivati e i ragazzi hanno dato loro il numero del cellulare di Muhammad. Sarebbe bastato quello per rintracciare il luogo in cui i rapitori avevano portato mio figlio, ma la polizia ha lavorato male. D’altra parte, tutta la scena del rapimento era stata filmata dalle telecamere, le facce dei rapitori si vedevano molto bene perché le immagini erano chiare e nitide: però ci sono voluti ugualmente cinque giorni per rintracciarli e arrestarli».

- È vero che molti israeliani sono venuti a farvi le condoglianze?
«Sì, è vero. Moltissimi semplici cittadini e anche molti politici».

- Anche il presidente Peres e il premier Netanyahu?

«Si sono offerti di venire ma noi non ce la siamo sentita di accettare».

 
 
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