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venerdì 30 settembre 2022
 
caso yara
 

L'ingiusto processo va in onda in Tv

10/10/2014  Il caso Yara fa audience. E questo fa gioco a molti: ai programmi bisognosi di ascolti, agli avvocati, agli spettatori curiosi. In Tv si scimmiotta il processo vero, ma si fa male alle vittime e si danneggia la ricerca della verità.

Il processo in Tv fa audience. Specie se di mezzo  ci sono omicidi efferati. Fanno gioco ai programmi che hanno  bisogno di alzare lo share in tempi di crisi, fanno gioco agli avvocati e agli imputati che vi trovano una vetrina in cui moltiplicare le proprie tesi e fanno gioco agli spettatori che amano sguazzare tra i particolari morbosi.

Il problema è che i processi in Tv sono perfetti soprattutto per dare un’idea sbagliata di quelli veri e, indirettamente, per complicare la strada alla verità che nelle aule, secondo le regole, si cerca. Perché, a differenza di quelli veri, i processi in Tv sono senza regole. E sempre sbilanciati.

Prendiamo il caso Yara, quello di cui si parla e che fa tanto improprio spettacolo: c’è una sproporzione evidente tra l’atteggiamento della famiglia della ragazza, che ha scelto di rimanere nel silenzio e nel riserbo per proteggere sé stessa, la memoria della ragazzina barbaramente uccisa e il processo vero, e il presenzialismo degli avvocati e della famiglia del principale sospettato che stanno in Tv a tutte le ore.

Sia chiaro la Costituzione garantisce a tutti il diritto di difesa, e ci mancherebbe altro, è un principio cardine dello stato di diritto. Ma è diritto di difendersi nel processo e nelle sue regole. Non certo sugli schermi.

Quello che avviene in Tv non è il processo e non è neppure la sua brutta copia, ma allo spettatore lo sembra e qui sta il guaio. Lo spettatore in Tv vede quello che gli mostrano ed è quasi sempre una campana sola. Quando si racconta sullo schermo la vicenda relativa a  un processo penale appare quasi sempre la difesa degli imputati, anche diversi e in conflitto tra loro (ricordate Avetrana?), ma non compare, perché - a differenza degli avvocati - ha dovere e interesse al massimo riserbo la pubblica accusa. Al suo posto potrebbe esserci un criminologo colpevolista che fa discorsi di massima senza conoscere le carte, ma non è la stessa cosa.

L’opinione pubblica che guarda la Tv, però, crede di vedere rappresentata sullo schermo una copia del processo e di farsene un’idea, senza accorgersi che le viene ammannita un’idea distorta, più o meno viziata dagli interessi di parte, ma anche dalla necessità: si dà la parte che si ha disponibile, si tace quello che non si può vedere anche se c’è. Nascono così gli schieramenti tra innocentisti e colpevolisti, nasce così l’enorme pressione che l’opinione pubblica scarica sulle indagini in corso e sul processo vero che ne verrà.

È un male per il processo vero? Sì, è un male enorme. Perché è vero che l’aula del processo vero dovrebbe restare il più possibile impermeabile e che nulla di quello che se ne vede fuori dovrebbe influenzare la decisione dei giudici, che dovrebbero non sapere nulla in anticipo. Può darsi che giudici professionali siano sempre in grado di scollegarsi dalla confusione esterna, di decidere come se non ci fosse. Ma in un processo per omicidio, ed è questo il caso, è competente la Corte d’Assise, composta da due giudici professionali e da sei giudici popolari.

Si tratta di sei cittadini come noi
, che come noi guardano la Tv e come noi rischiano di lasciarsi, anche loro malgrado, influenzare dalle tesi innocentiste e colpevoliste preconcette che la parzialità televisiva rischia di innescare, senza riguardo per la corretta informazione, per le esigenze della giustizia e, in questo caso, neppure per la famiglia Gambirasio che rivede il suo dramma moltiplicato all’infinito e continua ad affrontarlo con il coraggio della discrezione e del silenzio, sperando che questo aiuti, almeno, la verità che si cerca.

  


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