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giovedì 30 giugno 2022
 
 

L'intervista: «Ho spiegato alle mie bambine che cosa papà va a fare nello spazio»

28/05/2013 

Lo vedi e la prima cosa che pensi è “ma come farà a stare dentro la Soyuz?”. Con il suo metro e 85, Luca Parmitano appare fuori misura per i minuscoli seggiolini della navicella spaziale russa. Fisico d’atleta nella tuta blu dell’Esa e stretta di mano vigorosa, confessa di aver sempre sognato di fare l’astronauta, fin da bambino. Anche se «non è una cosa che puoi decidere, come puoi decidere di diventare medico o avvocato. Come pilota militare ho avuto l’opportunità e sono stato fortunato».



Com’è l’addestramento per volare nello spazio?
«Si svolge principalmente in tre centri: quello dell’Esa a Colonia, quello della Nasa a Houston e quello russo, vicino a Mosca. In quest’ultimo s’impara a conoscere gli impianti dei moduli russi della Stazione Spaziale e a pilotare la capsula Soyuz, sia nel simulatore sia nella centrifuga, che riproduce le accelerazioni del lancio e del rientro. Ci si prepara a ogni evenienza, a ogni tipo di avaria. Anche all’ipotesi di un atterraggio in mare o in un’area remota».


Avete fatto anche scuola di sopravvivenza?

«Sì, e non è un scherzo. Per esempio, con i miei compagni di missione abbiamo dovuto imparare a costruirci un rifugio per passare la notte nella neve a 20 gradi sotto zero. Un’altra volta abbiamo dovuto trascorrere 24 ore in mare in una minuscola zattera pneumatica. Un modo per abituarci anche a convivere in uno spazio minimo».

 


E poi, l’addestramento all’attività extraveicolare. Dove si è svolto?

«Un po’ a Colonia e, soprattutto, a Houston, dove la Nasa ha una gigantesca piscina che contiene i moduli della Space Station. Con la tuta spaziale, sott’acqua, la spinta di galleggiamento bilancia il peso. E’ l’esperienza che più si avvicina all’assenza di peso».

 


Come si svolgeranno le passeggiate spaziali?
«Certo non saranno "passeggiate". Dureranno sette ore circa e saranno faticose. La tutta che si adopera per lavorare nel vuoto si chiama Emu ed è una vera e propria astronave, con sistemi che assicurano l’apporto di ossigeno, il controllo termico. C’è persino un sistema di propulsione a razzo. Nel vuoto, però, la tuta diventa rigida. Muovere un braccio o afferrare un oggetto con i guanti è molto difficile».

 


La tua giornata sulla Space Station?
«Ogni giorno ci saranno cose diverse da fare: esperimenti nel campo della medicina, della biologia o della fisica, lavori di manutenzione agli impianti di bordo. E anche le pulizie di casa. Ogni 24 ore, però, due saranno sempre dedicate all’attività fisica per combattere gli effetti dell’assenza di peso nell’organismo».

 


E nel tempo libero che cosa si fa?
«Si può ascoltare musica, chattare via Internet, parlare con i familiari con un collegamento audio e video. E ancora suonare la chitarra o, semplicemente, ammirare il nostro pianeta dagli oblò della “cupola”. La Space Station compie un’orbita ogni 90 minuti: lo spettacolo delle albe e dei tramonti che si susseguono a mano a mano che si passa dal giorno alla notte dev’essere incredibile».

 


Hai una moglie americana, che hai conosciuto giovanissimo quando hai vinto una borsa di studio in California. E due bambine. Come vivono questa tua avventura?
«Mia moglie, Catherine, mi è stata di aiuto, è lei che mi ha spinto e mi ha sostenuto. Alle bambine cerco di spiegare, con un linguaggio adatto alla loro età, che cosa papà va a fare nello spazio».

 

Saranno presenti al lancio?
«Sì, certo, ci mancherebbe».

 
 
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