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sabato 25 settembre 2021
 
 

Vanno solo in cerca di una vita serena

06/09/2018  Hanno un passato di torture e violenze. Li abbiamo trattenuti per giorni su una nave e ci stupiamo che se ne vadano in cerca di libertà con le proprie gambe

«È l’ennesima conferma che non tutti quelli che arrivano in Italia sono scheletrini che scappano dalla guerra e dalla fame». Dalle sprezzanti parole del ministro degli Interni Salvini sembrerebbe che la colpa dei rifugiati del Corno d’Africa tenuti sul ponte della nave della Guardia Costiera Diciotti per giorni prima di poter sbarcare sia quella di stare in salute, di poter camminare sulle proprie gambe e non di trovarsi in condizioni simili ai sopravvissuti di Auschwitz.

I profughi della Diciotti venivano da una lunga storie di torture e di persecuzioni ma non erano in stato di custodia cautelare. Erano uomini, non prigionieri. Molti di loro, dopo quella che hanno vissuto, nonostante l’accoglienza della Caritas e delle altre strutture della Chiesa, le uniche capaci di sbloccare il braccio di ferro imposto dal Viminale, hanno preferito andarsene, probabilmente per raggiungere le loro famiglie oltre confine. Certo, sarebbe stato meglio effettuare le procedure per la richiesta d'asilo per poter godere di un salvacondotto internazionale in Europa in virtù di rifugiato, come prevede peraltro la nostra Costituzione. Ma restano uomini liberi in cerca di un futuro.

Come dice il presidente della Caritas, è l’accordo di Dublino che va riformato, quell’accordo scellerato che prevede che a prendersi cura dei rifugiati sial il Paese di primo approdo.  Ma per tutto il resto abbiamo assistito alla solita commedia delle ipocrisie. Abbiamo sequestrato dei rifugiati provenienti da alcuni dei Paesi più crudeli del mondo, trattenendoli per giorni, abbiamo finalmente concesso che se li prendesse in cura la Chiesa, dopo che aver violato tutte le convenzioni umanitarie possibili e immaginabili e poi ci stupiamo che questi poveri disgraziati rifiutino l’accoglienza premurosa dei volontari della Caritas e delle altre strutture ecclesiali per cercare di raggiungere le loro famiglie. Sono uomini, come noi, e dunque liberi di cercare il loro destino. L’augurio, come ha detto papa Francesco, è che trovino nel loro lungo peregrinare “un cuore cristiano generoso e che si possano sentire finalmente a casa”.  

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