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martedì 07 dicembre 2021
 
Di fronte all'orrore
 

L'Islam (vero) che ripudia l'Isis

16/11/2015  Da Parigi all’Europa, dall’Egitto all’Indonesia, dagli Stati Uniti al Bangladesh, la condanna del mondo islamico si fa sentire."E' arrivato il momento che il mondo intero si unisca per combattere questo mostro", dice l'imam del Cairo, tra le massime autorità dell'Islam sunnita.Il problema dell'autorità all'interno del mondo musulmano.

(Sopra e in copertina: la preghiera comune dei rappresentanti dell'Islam e dell'ebraismo
 a Parigi di fronte al Bataclan)

Domenica gli imam della regione di Parigi hanno intonato la Marsigliese al Bataclan. Davanti al teatro insanguinato, hanno pregato insieme a rappresentanti della religione islamica per alcuni minuti per le vittime della strage. Già sabato, autorevoli esponenti islamici sono scesi in piazza contro il terrorismo. Numerose donne velate spiccavano, ad esempio, alla manifestazione di Milano, a cui ha aderito ufficialmente il Coordinamento delle Associazioni Islamiche di (Caim), mentre, sempre nel capoluogo ambrosiano, nella mattinata l’imam Yahyâ Pallavicini ha portato la solidarietà alla comunità francese insieme a monsignor Bressan, in rappresentanza della Diocesi. Da Parigi all’Europa, dall’Egitto all’Indonesia, dagli Stati Uniti al Bangladesh, la condanna del mondo islamico è forte.

Particolarmente significativa, per l’autorevolezza internazionale e perché arriva in continuità con l’azione svolta in questi anni, è quella dell’imam della moschea e università di Al-Azhar del Cairo, tra le massima autorità dell’islam sunnita. «Condanniamo questo attacco odioso», ha detto Ahmed Al-Tayeb. E poi ha aggiunto: «È arrivato il tempo che il mondo intero si unisca per combattere questo mostro». Da tempo la sua istituzione combatte contro questo «mostro odioso»: «I gruppi armati commettono crimini barbari indossando gli abiti della sacra religione e si sono dati il nome di “Stato islamico” nel tentativo di esportare il loro falso Islam». È qui il punto ribadito da molti: la guerra dell’Isis è condotta soprattutto all’interno del mondo islamico, uccide soprattutto musulmani e vuole imporsi come l’unico rappresentante di un miliardo e mezzo di musulmani, di quattrodici secoli di storia. «Uno dei nostri problemi – ha ammesso di recente il Gran Muftì d’Egitto Ibrahim Allam – è la questione dell’autorità. Persone laiche, che non hanno alcuna solida preparazione e istruzione religiosa, si ergono ad autorità religiose, anche se non hanno elementi che li qualificano a interpretare validamente la legge religiosa e la morale. Questo atteggiamento eccentrico e ribelle verso la religione apre la porta a interpretazioni estremiste dell’Islam, che gli sono estranee. Il loro obiettivo è puramente politico e non ha fondamento religioso, è quello di diffondere scompiglio e caos nel mondo».

L’ideologia dell’Isis è sempre stata chiara su questo punto: formare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri, quindi sono “impuri”. Questo conflitto viene combattuto rivendicando l’arma della “vera religione” di fronte alla Umma musulmana (la comunità islamica, che include anche i musulmani all’estero). Questo nel linguaggio islamico si chiama Fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Di fronte agli attentati di Parigi, la condanna è arrivata anche da movimenti di ispirazione islamica – gruppi politici, non religiosi – che hanno usato la violenza nelle loro lotte. I vertici palestinesi di Hamas hanno parlato di «crimine contro innocenti» e «atti di aggressione e barbarie», una posizione condivisa anche dal leader degli Hezbollah libanesi, Nasrallah.

Sempre sul fronte politico, la solidarietà ai francesi è stata espressa da diversi paesi arabi, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Emirati Arabi e Giordania. In un messaggio di condoglianze a Hollande, l’emiro del Kuwait, Sheikh Sabah al Sabah, ha detto che «questi atti criminali di terrorismo contrari a tutti gli insegnamenti della fede sacra e ai valori umani». «Questi attacchi sono una violazione di tutte le etiche, le morali e le religioni», ha affermato il ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir. In realtà, proprio l’Arabia Saudita è accusata di essere stata molto connivente in occasione della formazione dell’Isis. Eppure gli sceicchi del Golfo sono gli “alleati” dell’Occidente, ma qui la questione diventa politica, non certo religiosa. Contano i petrodollari, più che l’interpretazione del Corano… Tornando invece alle autorità religiose, va segnalata la presa di posizione, a poche ore dagli attentati di Parigi, di Tariq Ramadan, il più noto intellettuale musulmano d’Europa. Vive a Ginevra, ma soprattutto è il nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani, movimento a cui anche lui è vicino. Dice Ramadan: «Di fronte a questo orrore, questa violenza cieca, questi massacri nelle vie della capitale, il nostro pensiero va prima di tutto alle vittime, ai feriti, alle loro famiglie e ai loro amici. A ciascuno, le nostre condoglianze e la testimonianza della nostra simpatia».

La condanna, continua, è «assoluta e immediata. Hanno detto urlando “Allahu akbar” (Dio è il più grande) per accompagnare e giustificare i loro gesti disumani. Allo stesso tempo hanno detto una menzogna e una verità. La menzogna è relativa all’islam e al suo messaggio di cui nessun insegnamento, mai, potrà giustificare i loro atti. La verità è che Dio, sì, per la Sua grazia, amore e compassione, è più grande della loro follia omicida e che l’islam non potrà mai essere assimilato o mischiato alla loro violenza estremista». Per Ramadan, cittadino svizzero, «la giusta reazione in Francia sarebbe di fare un fronte comune, comprendendo che i cittadini francesi musulmani fanno parte di questo fronte e non sono degli “oggetti d’analisi”. Per costruire, insieme, il futuro, reagendo al dramma. Un fronte comune vuole dire anche il rifiuto della strumentalizzazione politica». Insomma, per gli esponenti islamici più autorevoli, non è jihad contro crociata. O meglio, questa è l’interpretazione che propone l’Isis. E che avvalora chi, tra i non musulmani, parla di guerra di religione. Spesso sono gli stessi che dopo le Torri Gemelle invocarono la “battaglia culturale” sfociata nella “guerra preventiva” in Iraq del 2003, radice di molti problemi attuali. Allora ci fu anche chi tentò di usare la religione cristiana per giustificarla: Giovanni Paolo II vi si oppose fieramente.  

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