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giovedì 21 ottobre 2021
 
 

L'Italia del Monte di pietà

24/01/2012  Il Monte di pietà è l'ultima risorsa prima dell'usura per tanti italiani in difficoltà. E all'ombra della crisi prospera la vendita dell'oro di famiglia.

(Copertina e foto del servizio: Alessandro Tosatto).
(Copertina e foto del servizio: Alessandro Tosatto).

All’ultimo baluardo prima dell’usura, i clienti arrivano alla spicciolata, come chi entra in una banca qualsiasi. Ci sono l’uomo in età in jeans e giubbotto e la coppia giovane dall’abbigliamento simile, la mamma sudamericana con figlia piccola al seguito e le signore con una loro eleganza, in pelliccia ecologica o cappotto cammello. Entrano ed escono con gli occhi bassi, perché agli sportelli di questo, che è un Monte dei pegni, hanno lasciato gioielli e orologi in cambio di denaro spendibile subito.

     Molti di loro riusciranno a riportare a casa l’oro di famiglia, dopo aver risparmiato per restituire la cifra ricevuta e il 6,5% di interessi semestrali previsti. Banche grandi e medie hanno un proprio servizio di pegni in tante città italiane, ma a Milano chi ha ereditato l’insegna dell’antico Monte di pietà fondato nel 1483 da Ludovico il Moro è quello che, attraverso una serie di passaggi bancari, ora fa capo alla Banca Popolare Commercio e Industria, del gruppo Ubi Banca.

     Nel giorno in cui lo visitiamo, in viale Certosa 94, si sono succedute agli sportelli 430 persone: «126 hanno aperto una polizza, 146 l’hanno rinnovata e 140 l’hanno estinta», enumera il direttore Ivano Caldera (che è anche responsabile del servizio pegni per tutte le nove sedi della banca in Lombardia). Oltre 400, infatti, è la media giornaliera delle operazioni che vi sono state effettuate nel 2011. Era di 386 nel 2010 e di 358 nel 2009: anche qui gli effetti della crisi si fanno sentire.

     «Dirigo questo servizio di pegni dal 2004, e ogni anno le operazioni crescevano di circa l’8%», racconta Caldera. «Nel 2011 i prestiti erogati sono aumentati del 10%». E cresce il livello unitario delle polizze erogate, che ora si aggira intorno agli 850 euro. Si può andare da un minimo di 100 euro a un massimo di 25 mila, e si possono impegnare soltanto oro, gioielli e orologi di valore. «L’anno scorso mi ha telefonato un signore che voleva impegnare un campo», sorride con comprensione Ivano Caldera. «È l’unica cosa che ho, mi ha detto».

     Al Monte dei pegni di viale Certosa sono in funzione quattro sportelli, a tre dei quali si affacciano i periti estimatori con il compito di valutare il valore degli oggetti. La cifra riconosciuta a chi impegna il proprio oro è di 11 euro al grammo per il lavorato e di 14 per lingotti o monete. La polizza ha una durata di 6 mesi, al termine dei quali si può rinnovarla o riscattare i gioielli di famiglia. Chi non riesce e decide di farli battere a una delle due aste mensili che la Banca organizza, alla vendita riceve la differenza, al netto delle commissioni bancarie. «Non oltre il 5% delle persone vende, e quest’anno anche meno», precisa Caldera.

     Ma chi sono le persone che si rivolgono al Monte dei Pegni? Pensionati tanti, ma anche molti giovani. L’imprevisto possono essere spese mediche o tasse scolastiche, o per commercianti e piccoli imprenditori (ce ne sono, ce ne sono) una partita di merce pagata e non ancora venduta, o stipendi da corrispondere in assenza di fondi giacenti. Aumentano gli extracomunitari, ma perché sono aumentati tra la popolazione. Chi si rivolge al servizio pegni ha già esaurito gli strumenti dei fidi e dei prestiti bancari.

     Giorgio Montanari è un perito estimatore che lavora in questo Monte dei pegni da 34 anni. È amico di tutte le vecchiette che lo incontrano allo sportello da decenni: «Cosa vuole, sono un buono», ammette. «Se posso attribuire loro quei 10-20 euro in più lo faccio, ma le avverto sempre che così il loro debito aumenta. Una volta capitava più spesso che le signore piangessero quando ci lasciavano i gioielli di famiglia. Se c’è chi impegna le fedi? Sì, certo. Anche perché con due fedi si arriva ad aprire una polizza: sono pesanti, per la festa del matrimonio non si è badato a spese». Una volta ha indirizzato alla Caritas la vedova di un commerciante, con la figlia adolescente, che non possedeva abbastanza oro per ricavare i 100 euro minimi. Capita anche questo, in viale Certosa 94, all’ultimo baluardo prima dell’usura.

Rosanna Biffi
  

Il raggiro più diffuso è la bilancia truccata. I “signori” dell’oro usato sono gentili, affabili.
E non hanno mai fretta, almeno all’inizio. Ma se non siete più che esperti, informati e attenti, il vostro oro, quello di famiglia, che volete o dovete vendere, finisce per valere la metà in un colpo solo. Alcuni, i più spregiudicati, fanno così: mettono una specie di spugna, uno strato sottile, sul fondo dei piatti della bilancia di precisione. Chiamala precisione. Una foglia di spugna, quasi trasparente, che però “alleggerisce” l’oro, porta via quasi il 50% del valore economico del metallo, perché quello affettivo l’ha già rubato la crisi, il bisogno di fare cassa, l’angoscia di non arrivare alla fine del mese.

     “Compro oro in contanti”. Sono classici gioiellieri che hanno già o richiedono la licenza
per la compravendita dei metalli preziosi. Oppure, sempre più spesso, sono dei “buchi”,
a occhio non più di 15 metri quadrati, compreso il retrobottega. Suonate, entrate, vi trovate davanti un vetro blindato, dall’altra parte un signore dalle maniere garbate che va al sodo: «La prego, cosa mi ha portato?».

     Tutto intorno, in questi bugigattoli dove comprano e spesso vi “rubano” gli ultimi ricordi pagandoli cash, non c’è nulla di esposto, nulla che luccichi, che possiate desiderare. Non serve: voi siete lì per vendere, non per acquistare. La percezione, netta, è che questi “Compro oro” siano fatti per tenervi lì il più breve tempo possibile, farvi una valutazione, sperare che siate abbastanza alla canna del gas per accettarla, contare davanti a voi le banconote, passarvele attraverso il vetro blindato e tanti saluti.

     Spuntano come funghi, in città e in provincia. Annusano l’odore della crisi che morde famiglie e anziani. Noi di Famiglia Cristiana abbiamo provato a visitarne alcuni in incognito. Avevamo con noi 4 monete, 38,8 grammi pesati con precisione prima di partire, oro a 18 carati, 750 per intenderci, il più comune, quello della maggior parte dei gioielli, perché quello purissimo, a 24 carati, è poco diffuso.

     Prima verifichiamo la quotazione del giorno su www.compro-oro.org: a metà agosto 2011 il 18 kt valeva circa 27,38 euro al grammo; il 24 kt 37,34 euro. Il 2 gennaio 2012, all’apertura dopo Capodanno, l’oro 18 kt lo pagavano 25,10 euro al grammo; il 24 kt, circa 34,58 euro. Ci spiega un gioielliere di fiducia: «Chi compra l’oro usato dovrebbe segnare su un registro il passaggio dei contanti, procurarsi i dati di chi vende, fotocopiare il documento, descrivere forma e tipo degli oggetti ritirati. Poi rilasciare una bolla. Se è tutto regolare, chi ritira l’oro usato lo porta al laboratorio di fusione e si va avanti di bolla in bolla. Altrimenti, se c’è qualcosa che non va, si va avanti di nero in nero».

     Michele Sinigaglia, 1° dirigente della Polizia amministrativa alla Questura di Milano, conferma: «Il rischio che corrono questi commercianti è alto: al di là della sanzione, possono vedersi revocare la licenza. Le infrazioni più frequenti: non annotano il tipo di compravendita e fanno l’acquisto senza verificare l’identità del venditore. Per le ragioni più varie: spesso chi vuole sbarazzarsi dell’oro in questi negozi l’ha rubato e fa della piccola ricettazione; oppure il commerciante che non segue la procedura riesce a fare del “nero”. Quello che verifichiamo è che spesso il registro non
è compilato. E ritiriamo le licenze».

     Ma i “signori” dell’oro usato non si spaventano. Ci mettiamo in movimento. Attraversando viale Lunigiana, a Milano, ecco una vetrina interessante: “Compro oro in contanti”, fuori c’è il prezzo, l’esca per chi ha l’acqua alla gola: 26 euro al grammo, uno più della quotazione sul Web quel giorno. Forse è un affare. Entriamo. Non c’è la bilancia di precisione, c’è quella digitale, ma per tutta la contrattazione non viene mai rivolta verso di noi “venditori”. Sfregano le monete, le controllano una a una, infine le pesano. Responso: solo 38 grammi. Continuiamo a non vedere il display: chiediamo espressamente che la bilancia sia girata verso di noi.

     Un rapido calcolo: 38 grammi, per 26 euro al grammo, fa 988 euro in contanti. Ma non è così. Ecco la sorpresa: «Non glielo posso pagare 26 euro al grammo». «Perché?», chiediamo. «Perché non è oro puro, posso pagarle 14 euro al grammo: dobbiamo farlo fondere, togliere le impurità, la quantità d’oro che rimane è più bassa». Ribattiamo: «Ma fuori c’è scritto 26 euro al grammo». Risposta: «Sì, 26 euro al grammo se è oro puro, a 24 kt».

     Usciamo dal bugigattolo con un brivido: se qualcuno avesse davvero avuto bisogno di vendere quell’oro, avrebbe preso 532 euro anziché 988. Ci spostiamo in un altro punto di Milano, piazzale Loreto. Entriamo: qui il prezzo è 25,10 euro al grammo per l’oro a 18 kt. Chiediamo subito: «Il peso viene moltiplicato per questa cifra, senza togliere nulla?». Il secondo “Compro oro” conferma: «Sì, 25,10 è il prezzo per il 18 kt». Pesa il metallo: la bilancia è tradizionale, ma la pesata conferma: 38,8 grammi d’oro. Pagamento in contanti, circa 880 euro. Per chiudere l’affare servono carta d’identità e codice fiscale. Ci spiegano che il nostro oro deve rimanere dieci giorni fisicamente dentro il negozio, potrebbero esserci segnalazioni di furti e tentativi di ricettazione.

     Anche qui sono pronti a pagarci in contanti, al peso giusto, al prezzo “giusto”. Ma
nessuna traccia del registro rilasciato dalla Questura. E la descrizione, obbligatoria,
delle nostre quattro monete d’oro?

Pino Pignatta

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