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L'Italia delle sagre - Codroipo

19/05/2010  Sino a domenica 23 maggio Villa Manin, nella piana della Bassa Friulana, si riempie di cinquanta tendoni ricchi di gusto e tradizioni, dove sfilano ricette di tutta la regione.

«Ma che vuole che si faccia in Friuli. Si beve, no?». Spalanca gli occhi azzurri Elisabetta Scala, colta e raffinata signora udinese di buone tradizioni, un po’ friulane e un po’ mitteleuropee, come se la risposta fosse la più normale del mondo. Ma il vino dà... «Il vino dà alla testa», interrompe lei, «e, infatti, il Friuli è la regione italiana dove si leggono più libri in assoluto, dove i festival letterari e gli eventi culturali si inseguono in tutte le stagioni dell’anno».

    Narra Bruno Pizzul, mitico telecronista sportivo, che suo nonno Daniele non chiese fiori sulla sua tomba, ma solo un tajut di Tocai, il vecchio vino defunto per la causa intentata dai viticoltori ungheresi, accompagnato nell’ultimo viaggio da 20 appetitose ricette perché facessero parte del suo addio al mondo, ma il giorno dopo prontamente risorto con l’appellativo Friulano: «E se il tocai è buono come vino, sarà buono come Friulano». «Noi siamo così», racconta Flavio Barbina, presidente delle Pro loco friulane, «concreti sia nel fare sia nel pensare».

    E anche nel mangiare, a onta di una vecchia immagine arcigna, chiusa e testona che incombe su quella che venne definita “Piccola Patria”, terra di culture slave e germaniche, con una propria lingua (guai a chiamarla dialetto) così diversa dall’Est della sfuggente Trieste all’Ovest del confine con le valli di Conegliano. Una regione che Claudio Magris, nel suo bellissimo romanzo Microcosmi, ha sottratto alla furia della globalizzazione restituendoci tanti luoghi, volti, atmosfere: il caffè San Marco di Trieste, «Un’arca di Noè dove c’è posto, senza precedenze né esclusioni, per tutti», la valle del Friuli, la laguna di Grado, la volta di una chiesa. Un’antologia di fatti minimi così poco assimilabili con altri nel mondo.

    Come quella Villa Manin di Passariano, nei pressi di Codroipo, così sontuosa e sola nella piana della Bassa Friulana, dove Napoleone e Giuseppina Beauharnais sostarono una notte prima di firmare il trattato di Campoformio, sede di delizie e divertimenti. Ed è proprio qui che, da sabato 15 maggio a domenica 23, il Friuli del vino, del mangiare e dei saperi celebrerà i suoi fasti, seguendo l’itinerario di 150 piatti che racconteranno i sapori più genuini di questa terra stupenda.

    «Ancora una volta, per la nona consecutiva, i 50 tendoni delle Pro loco friulane saranno assiepati lungo le ali dell’esedra», racconta Flavio Barbina, «per pochissimi euro verranno serviti i piatti di cinghiale, la lepre, il toro, il bufalo, il branzino di Grado, l’oca; e ancora alici, asino, sarde ai gamberi, i prosciutti affumicati del Sauris e quelli delicati di San Daniele, i formaggi di montagna, il celebre Montasio».

    Pro loco di territori famosi come San Daniele del Friuli, dove da generazioni le famiglie, poi diventate imprese, stagionano i famosi prosciutti secondo un rito antico, naturale e mai tradito: «L’80 per cento della lavorazione », spiegano padre e figlio di una delle aziende più artigianali di San Daniele, «viene eseguita con la stagionatura sotto tetto, esposta ai venti virtuosi che scendono dai monti o salgono dal mare, poi in cantina a ridare corpo e dolcezza alla carne del prosciutto».

    Gente semplice. Bruno, il vecio, di brutti momenti ne ha passati tanti, eventi luttuosi che hanno lasciato il segno e tanta malinconia sotto il sorriso dolce e il naso bello rosso: «La malinconia? Quando viene», sorride, «me la carico sulle spalle eme la porto nella casetta lassù in montagna, la scarico fra il fieno e i prati. Un po’ passa».

    Ancora qualche battuta fra vino, prosciutto e pallidi ricordi di gioventù: «Sa com’è, quando l’età avanza si passa alla meditazione. E a un po’ di vino». San Daniele, ma anche piccoli gioielli come Mezzomonte, un pugno di case sui monti sopra Aviano, famoso per le sue castagne dolci e i tanti ciliegi in fiore che ingentiliscono la montagna, ora che è finalmente primavera: «Le preparavamo cuocendole nel latte», racconta Anna Mezzaroba, 87 anni, accanto a suo marito Giò Maria di 93, «perché poi non avevamo granché».

    «Questo paesino veniva chiamato il villaggio delle balie», racconta Marco Verdelli, nipote di Anna e Giò Maria, «partirono tutte per allattare i figli dei milanesi e della gente di altre città del Nord». Da Mezzomonte arriveranno a Villa Manin le castagne cucinate nei tanti modi della povertà che fu, mentre la Pro Loco di Manzano, zona meno conosciuta, ma assai pregiata del Collio, raccolta intorno all’antica abbazia di Rosazzo, arriveranno i tanti vini che “danno alla testa”, insaporiscono il cervello, svegliano membra anchilosate.

    Spiega la signora Ivana Adami di Ronco delle Betulle con il suo stupendo Cabernet Franc, trovatasi per caso alla guida dell’azienda lasciatale dal padre: «Di necessità si fa virtù, mi sono trovata a fare l’imprenditore e ci ho preso gusto». Nel suo giardino, tra i filari di viti, nelle sere d’autunno prima che faccia freddo, si suona dal vivo: jazz, classica e vino buono. «Ci crederanno, gli italiani, che noi friulani», sorride, «non siamo musoni?».

 
 
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