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lunedì 13 luglio 2020
 
A Gorino
 

L'Italia xenofoba degli egoismi locali

25/10/2016  Nel Ferrarese la protesta degli abitanti contro dodici profughi ha prevalso sull'accoglienza. Compromettendo l'immagine di un Paese a maggioranza solidale

Quale invasione, quale incubo, quale esproprio di terre avranno mai vagheggiato i solitamente mansueti cittadini del Ferrarese che hanno acceso fuochi e alzato barricate per negare l'accoglienza a dodici donne terrorizzate e spossate dalla fatica? Quello che è accaduto nella notte di lunedì 24 ottobre è sconcertante e riempie l'animo di una grande amarezza. I fatti sono ormai noti. Un pullman del ministero degli Interni con a bordo dodici donne, tutte richiedenti asilo, in fuga dalla guerra e dalla disperazione, una delle quali in attesa di un bambino, sopravvissute a una traversata infernale nel Canale di Sicilia e spossate da un lunghissimo viaggio nella notte, sta per approdare a Gorino, piccolo centro di pescatori affacciato sul mare, dove è già stato predisposto un ostello dalla Prefettura di Ferrara. Ma all'improvviso l'automezzo viene bloccato da una rivolta di alcuni degli abitanti del paese e del centro abitato confinante, Gorio. Uomini, donne, giovani, vecchi e persino bambini scendono in strada.  E alla fine la rabbia, le traverse, i fuochi e le barricate degli abitanti prevalgono. Il pulman torna indietro. Per una notte l'Italia è come l'Ungheria.  


Alla fine il prefetto di Ferrara Michele Tortora ammetterà la sconfitta delle istituzioni. “L’ipotesi di ospitare dei profughi a Gorino non è più in agenda. Questo fenomeno si gestisce insieme col buonsenso oppure non si gestisce. Non potevamo manganellare le persone. Non oso pensare a quello che hanno provato quelle povere donne". Le istituzioni si sono dimostrate più sagge e previdenti della popolazione che è scesa in strada inscenando la sua rabbia xenofoba. Ma resta l'amarezza per la sconfitta dell'Italia dell'accoglienza. “Organizzare dei blocchi stradali di fronte a dodici donne non fa onore al nostro Paese”, ha commentato il ministro degli Interni Angelino Alfano. “Quello che è successo non è lo specchio dell’Italia. Il nostro Paese, sono i ragazzi di Napoli che aiutano i soccorritori sul molo quando arrivano i migranti, o il medico di Lampedusa Pietro Bartolo che non guarda a orari". Perché dopo la strage di Lampedusa, secondo il ministro, "l'Italia poteva scegliere se girarsi dall'altra parte o essere un Paese coraggioso. E noi abbiamo scelto di essere l'Italia della fatica e del coraggio. Anche sapendo che così facendo si sarebbero persi voti". "Mi vergogno. Quelli non sono miei connazionali", ha aggiunto il prefetto Mario Morcone, responsabile per l'Immigrazione. 

Forse ha ragione Alfano. Quella di Gorino non è l’Italia prevalente, ma un'Italia minoritaria e smarrita, preda di paure e ossessioni che la fanno precipitare nell'egoismo xenofobo. Purtroppo però quell'Italia ha ottenuto il suo scopo attraverso la rabbia.  Le 12 profughe, madri di famiglia, le feroci avversarie delle "pantere di Goro",  sono state divise e sistemate a Comacchio, Fiscaglia e Ferrara. Non solo, ma oltre a dare il destro a dichiarazioni strumentali di stampo populista che inquinano il dibattito politico, l'episodio di Gorino e Gorio ha costituito un pericoloso precedente. A quante altre manifestazioni di stampo xenofobo e razzista dovremo assistere dopo quel che è successo da quelle parti? Quante barricare verranno innalzate, quante fiamme si leveranno nelle notti italiane in nome dell’intolleranza per l'arrivo di chi sta peggio di noi, di chi ha abbandonato tutto per fuggire, di chi ha sofferto, di chi ci tende supplice la mano? 

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Vince l'egoismo delle barricate: via i profughi
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