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domenica 20 settembre 2020
 
Colloqui col Padre
 

L'omelia di un "sommo inquisitore" mi ha fatto ribollire il sangue

10/04/2019 

Caro padre, ho sentito il bisogno di scriverle in merito a una vicenda che è accaduta una domenica nella chiesa di un paese in provincia di Parma. Assistendo all’omelia di un giovane prete di passaggio, ho avvertito più volte l’impulso di uscire di chiesa, ho cercato di reprimerlo, ma alla fine me ne sono andata veramente. Una cosa incredibile che stento ancora a credere di aver fatto. Mio marito, dopo avermi lanciato ripetute occhiate di sconcerto per le inquietanti parole di quel prete, è uscito insieme a me. Chi prima, chi dopo di noi, altre persone hanno abbandonato l’assemblea dei fedeli.

Mi sento in colpa per quello che ho fatto e, con il senno del poi, credo che avrei potuto evitarlo. Eppure, se ripenso ai pensieri espressi in quell’omelia, mi sento ancora ribollire il sangue nelle vene. Come è possibile asserire che tutti i musulmani, senza eccezione, sono delinquenti e terroristi, che i buddisti sono persone deplorevoli e che nemmeno Gandhi è degno di essere ricordato?

Ho sempre saputo che il cristianesimo si basa sull’amore verso il prossimo, sull’accoglienza e il rispetto degli altri, non sulla cultura dell’odio nei confronti del diverso o di chi non la pensa come noi. Papa Francesco ha incontrato e dialogato con i più importanti rappresentanti delle religioni monoteiste con l’intento di far cessare lo scontro tra civiltà e religioni diverse. Possibile che quel sacerdote non se ne ricordi?

Satana, Satana e poi ancora Satana; quante volte l’ho sentito nominare in quell’omelia! Satana è in questo, Satana è in quello... Obama è un satanico, la Clinton è una satanica... Alla stregua di un sommo inquisitore quel prete elencava tutti i mali, tutte le nefandezze, tutti i peccati e i peccatori di un mondo malvagio in cui pochissimi sono gli eletti. «Quasi nessuno delle persone che hanno frequentato questa chiesa si è salvato!», tuonava con un’incredibile veemenza quel prete. Mi sono chiesta come mai parlasse con il tempo passato; forse il giorno del giudizio è già avvenuto e non me ne sono accorta? Non un accenno sulla misericordia e sul perdono di Dio, solo e soltanto un continuo insistere sui tremendi e inesorabili castighi che ci aspettano.

Perché tanto astio da parte di un ministro di Dio? Una persona che dovrebbe incoraggiare e non deprimere i fedeli, che dovrebbe incitare, ma anche infondere speranza e non inculcare paura e terrore. Forse quel prete ha voluto provocarci, scuotere le nostre coscienze offuscate spesso da una fede pallida, poco vissuta? Perché, però, sparare a zero contro tutti, perfino contro persone che hanno ottenuto il premio Nobel per la pace?

Più ci penso e più quel sacerdote mi è sembrato un uomo che ha voluto riversare su di noi la sua frustrazione e noi, noi fedeli avremmo dovuto restarcene tutti fermi nei banchi per santificare fino in fondo il giorno di festa e, nello stesso tempo, cercare di capire quel prete mai visto prima e che difficilmente scorderemo. Don Antonio, sono molto curiosa di conoscere le sue parole di saggezza riguardo a questa vicenda.

FLORIANA

Cara Floriana, sono rimasto colpito e sconcertato dal tuo racconto. Tanto più considerando che si trattava di un prete giovane. Stando a quanto dici, noto un’arroganza incredibile nelle sue parole, oltre a un incitamento all’odio indegno di un ministro di Dio. Forse, come scrivi, c’è in lui una frustrazione repressa, o forse è imbevuto di un cattolicesimo diventato ideologia e non più fede in Cristo morto e risorto. In ogni caso, credo che sia bene pregare per lui e per tutti i sacerdoti, perché siano davvero al servizio del popolo di Dio e autentici testimoni del Vangelo. Aggiungo anche che, come tu stessa hai compreso, non è stato un bel gesto uscire dalla chiesa. L’Eucaristia ha un valore in sé, è ef€ficace anche se i ministri non sono degni. Uscire è stato un segno di divisione, per quanto comprensibile, una contraddizione con l’Eucaristia che è Comunione.

La tua lettera mi ha fatto anche riflettere sull’omelia. Ho pensato a quanta sopportazione noi preti costringiamo talvolta i fedeli. E mi sono riletto la parte del terzo capitolo dell’Evangelii gaudium dedicata proprio all’omelia. Papa Francesco ricorda che «molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero». I fedeli e gli stessi ministri ordinati «molte volte soffrono, gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. È triste che sia così». Eppure, spiega subito dopo, «l’omelia può essere realmente un’intensa e felice esperienza dello Spirito, un confortante incontro con la Parola, una fonte costante di rinnovamento e di crescita». Come fare? Invito i confratelli preti a rileggersi il documento pontificio. Anche i fedeli possono trarre beneficio da questa lettura, per comprendere la centralità della Parola di Dio nella propria vita.

Mi limito a due accenni su come fare una buona omelia secondo papa Francesco. Egli insiste molto sulla preparazione, ma poi usa una bellissima immagine per spiegare come si deve predicare: «La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio, sapendo che il figlio ha fiducia che tutto quanto gli viene insegnato sarà per il suo bene perché sa di essere amato». Anche la lingua deve essere quella materna, perché così il cuore si dispone ad ascoltare meglio. E «questa lingua è una tonalità che trasmette coraggio, respiro, forza, impulso». Questo ambito materno-ecclesiale, continua il Papa, «si deve favorire e coltivare mediante la vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti». E conclude con una bellissima espressione: «Anche nei casi in cui l’omelia risulti un po’ noiosa, se si percepisce questo spirito materno-ecclesiale, sarà sempre feconda, come i noiosi consigli di una madre danno frutto con il tempo nel cuore dei figli».

Il secondo accenno riguarda l’ardore del cuore che deve nascere dall’omelia. «La predicazione puramente moralista o indottrinante», afferma il Papa, «e anche quella che si trasforma in una lezione di esegesi, riducono questa comunicazione tra i cuori che si dà nell’omelia». Non si tratta, allora, di comunicare verità astratte o freddi sillogismi, ma la bellezza «traboccante delle meraviglie di Dio». Come raggiungere questo obiettivo? Con un linguaggio positivo, che «non dice tanto quello che non si deve fare ma piuttosto propone quello che possiamo fare meglio. In ogni caso, se indica qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga». Infine, conclude il Papa, «una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività».

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