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lunedì 09 dicembre 2019
 
TESTIMONIANZA
 

L'oratorio estivo? Nel ristorante confiscato alla 'ndrangheta

27/06/2019  L'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, incontra i ragazzi della parrocchia di Cisliano nel luogo dove un tempo i malavitosi facevano i loro affari illeciti e dove oggi una cordata di associazioni, guidata dalla Caritas ambrosiana, organizza campi di lavoro e formazione alla legalità.

I bambini degli oratori estivi sventolano i cappellini e accolgono con i loro canti l’arcivescovo di Milano Mario Delpini. Non siamo nel cortile di una parrocchia come tante bensì all’interno della Masseria di Cisliano, un ristorante confiscato alla ‘ndrangheta. Qui, nell’hinterland sud-ovest dal capoluogo lombardo, le organizzazioni mafiose hanno da tempo allungato i loro tentacoli. Si sono infiltrate nel mondo dell’impresa, del commercio, della politica. Hanno riciclato il denaro frutto dello spaccio di sostanze stupefacenti e delle slot machine truccate in attività imprenditoriali di comodo. Sono diventati usurai con la scusa di aiutare piccoli imprenditori in difficoltà, salvo poi ridurli sul lastrico in un’escalation di intimidazioni e violenze. Ma sempre senza dare nell’occhio: pochissimi omicidi o atti clamorosi. La ‘ndrangheta ha capito che al nord si fanno meglio i propri illeciti interessi se si rimane sottotraccia.

Ecco allora perché l’arcivescovo di Milano ha deciso di terminare il suo tour di visita agli oratori estivi ambrosiani con questa inconsueta tappa, invitando i ragazzi a una marcia simbolica dalla parrocchia al bene confiscato. Per dire che chiunque fa finta di non vedere è già complice. Per insegnare ai ragazzi che un cristiano non se ne sta chiuso in sacrestia ma si preoccupa del bene comune. Per incoraggiare chi come le associazioni che operano alla Masseria di Cisliano si impegna quotidianamente in un’opera di educazione alla legalità ispirata alla celebre fase di don Lorenzo Milani: «In una mano il Vangelo, nell’altra la Costituzione». Monsignor Delpini indica ai ragazzi la testimonianza del beato Pino Puglisi, un prete che a Palermo ha dato la vita proprio per contrastare la prepotenza della mafia. «La parola che viene da Gesù ci fa contenti», dice l’arcivescovo, «invece, le parole che vengono dagli spiriti del male ci fanno tristi».

La Masseria di Cisliano fino al 2010 era di proprietà riconducibile alla famiglia Valle, affiliata alla ‘ndrangheta. In quell’anno il clan viene sgominato da una serie di arresti nel contesto dell’“Operazione infinito” coordinata dal procuratore Ilda Boccassini della Direzione distrettuale antimafia milanese. Le indagini a carico della famiglia malavitosa portano al sequestro di ingenti somme di denaro e di ben 117 immobili, tra i quali La Masseria. Concluso il processo ed emesse le condanne per associazione mafiosa, nel 2014 il sequestro diventa confisca definitiva, cioè l’immobile diventa proprietà dello Stato. Ma a quel punto, «misteriosamente», sparisce il cancello e iniziano devastazioni e manomissioni. È lì che entra in scena don Massimo Mapelli, coordinatore della Caritas in quella zona della diocesi milanese. «L’avvertimento della ‘ndrangheta», spiega il sacerdote, «era chiaro: se questo bene non è più nostro non sarà di nessun altro, deve andare distrutto”. E invece noi volevamo che quel lungo, da strumento di traffici illeciti, diventasse un bene utile per la collettività». Insieme ai giovani di Libera, delle parrocchie, degli scout e di altre associazioni e con l’appoggio del Comune di Cisliano, nel maggio 2015 don Massimo organizza un presidio permanente alla Masseria: «Abbiamo dormito lì per alcune settimane dandoci i turni. Ci siamo mossi per fermare la devastazione e per segnalare la situazione di abbandono all’opinione pubblica». Finché l’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati non ha assegnato provvisoriamente l’uso dell’immobile al Comune di Cisliano che lo ha dato in uso alla cordata di associazioni guidata dalla Caritas ambrosiana e dalla onlus “Una casa anche per te” e che comprende anche la Cgil lombardia e altre sigle.

Da allora il ristorante dove gli affiliati alla ‘ndrangheta facevano affari e taglieggiavano le loro vittime di usura è diventato un lungo di educazione alla legalità e di accoglienza per chi ha bisogno. I danni subiti nel periodo di abbandono sono stati riparati grazie ai campi di lavoro che hanno coinvolto 200 giovani volontari. Quattro appartamenti che erano abitati da esponenti del clan sono stati trasformati in case per accogliere temporaneamente persone rimaste senza dimora e nel resto della struttura (circa 10 mila metri quadrati tra le sale del ristorante, un giardino con piscina e scuderie) si tengono iniziative di formazione alla legalità. «In quattro anni sono passati 6.700 ragazzi di scuole, oratori e associazioni», spiega don Mapelli. Che aggiunge: «Ora speriamo che l’immobile venga assegnato in via definitiva per permetterci di portare avanti altri progetti di lunga durata».

Ai ragazzi che arrivano alla Masseria viene proposta prima di tutto la visita alla struttura. Impressionante il locale sotterraneo insonorizzato dove gli ‘ndranghetisti punivano chi non rispettava la restituzione dei prestiti a tassi usurai. «Ma questo non è un museo sulla mafia ma un luogo di formazione in cui si contrasta la mentalità mafiosa che rischia di insinuarsi nelle vita di tutti noi, anche in questi territori dove c’è un bene confiscato alla mafia ogni mille abitanti», avverte Elena Simeti, la giovane responsabile delle attività formative.

«Questo posto», conclude don Massimo Mapelli, «deve tornare a dare occupazione alla gente del territorio, un lavoro pulito, altrimenti la ‘ndrangheta avrà vinto perché la gente potrà dire: “Quando c’erano loro almeno alla Masseria si lavorava”. Per questo ora vorremmo riaprire il ristorante e dare vita a un centro di formazione professionale nel settore dell’alimentazione». Ma intanto la “Libera Masseria” – così è stata ribattezzata, per sottolineare l’opera di “liberazione” di questo bene che è tornato alla collettività – è già oggi una presenza positiva: «Se qualcuno fa qualcosa, si può fare molto», diceva don Pino Puglisi.

 

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