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lunedì 20 maggio 2024
 
8 marzo
 

Il mondo oggi più che mai ha bisogno delle donne

08/03/2024  «L’8 marzo deve durare 365 giorni. Una parità di genere che va conquistata nel lavoro e nella partecipazione femminile. Siamo ancora relegate nelle retrovie. Per non parlare del tragico record di femminicidi. Per un futuro diverso serve percorrere la strada del cambiamento culturale» (di Mariapia Bonanate)

8 marzo. Quest’anno la “Giornata internazionale della donna”, è segnata da un tragico record di femminicidi. Sono 20 le donne uccise nel nostro Paese da inizio 2023. Un dramma che non accenna ad attenuarsi, che brucia sulla pelle e nell’anima per un’impotenza che ogni volta coglie nel non riuscire ad arrestare quella che è diventata una mattanza. Su questa tragedia nazionale punteranno i fari le tante manifestazioni. Con l’avvertimento, che ci sentiamo di dare, a non lasciare in un angolo i diritti che le donne hanno cercato faticosamente di conquistare e difendere, ma nei confronti dei quali continuano a essere paralizzate. Se in parte sono riuscite a farli scrivere sulla carta, nella realtà continuano a essere dei fanalini di coda.

Come in quello esemplare sulla parità di genere nel mondo del lavoro, una realtà sempre più decisiva per un mondo femminile, che ogni mattina, quando ne entra a fare parte, si scontra con pedaggi pesanti e frustranti, sotto tutti i profili. L’Italia è l’ultima in Europa per quanto riguarda la parità di genere sul lavoro con un punteggio di 63,2 (la media europea è di 71,76) e un livello di partecipazione femminile tra i più bassi (68,1 contro 81,3). In particolare le donne con figli trovano molte difficoltà di accesso e di permanenza nel mercato del lavoro, spesso la scelta di avere figli grava come un ricatto su quelle che lavorano, ne limitano le opportunità di carriera.

Anche quando dimostrano di sapere gestire problemi e situazioni in modo competente, a volte eccezionale, grazie a quel “genio femminile, capace di vedere l’uomo ancor più dell’uomo, perché lo vede con il cuore”, come Papa Giovanni Paolo II lo definiva nella sua “Lettera a tutte le donne del mondo”, sono relegate nelle retrovie. Questo accade in tutti gli ambiti lavorativi e professionali. Secondo una recente ricerca del Politecnico di Milano e dell’Università Cattolica nel mondo della scienza, in particolare della ricerca, dove sempre più donne danno prove eccellenti di impegno e di intuizione, continuano a pesare su di loro stereotipi che le subordinano agli scienziati uomini. Così le donne medico, il cui numero sta per superare quello dei colleghi, hanno per lo più retribuzioni inferiori e sono penalizzate nella carriera.  Le stesse limitazioni e svantaggi emergono in tanti altri ambiti con le medesime modalità.  Quasi sempre i posti di vertice, quelli all’apice della società civile e delle istituzioni, della politica, (l’eccezione della Presidente del consiglio è una rondine che non fa primavera ) si dà per scontato che debbano  andare agli uomini, mentre le donne continuano ad essere delle portatrici di acqua,  a fare da piedestallo a un mondo maschile ritenuto per un diritto, acquisito nei secoli, di premierato

Una situazione complessa che l’8 marzo deve fare emergere nella varietà delle tessere di un mosaico che chiede di essere tenuto in modo permanente sotto l’attenzione di tutti. Ma anche una ricorrenza che rischia di diventare una medaglia da esibire per i tanti che, in questa occasione, rispondono all’appello, per     defilarsi l’indomani e ripresentarsi l’anno dopo con nulla di fatto.

Fin quando l’8 marzo con le sue richieste, problemi  e attese non durerà concretamente 365 giorni, il pericolo  è quello di favorire un alibi  agli esponenti di una società malata che continua a essere  radicata in un maschilismo che si identifica con il potere sull’altro, a cominciare da quello sulla donna,  con il mito del più forte a cui tutto è concesso, pur di non perdere la sua supremazia. Un patriarcato che si veste a festa per la giornata della donna, ma non fa quasi nulla perché inizi quel cambiamento che inaugurerebbe una nuova era al femminile.

Il mondo di oggi ha più che mai bisogno delle donne. Papa Benedetto XVI, nella sua “Lettera ai Vescovi  della Chiesa Cattolica sulla  collaborazione dell’uomo e della donna  nella Chiesa  e nel mondo”  del 2004, che ebbe poco seguito, anche nella stessa Chiesa, scriveva: “Si deve accogliere la testimonianza  resa dalla vita delle donne come rivelazione dei valori senza i quali l’umanità si chiuderebbe  nell’autosufficienza , nei sogni di poter e nel dramma della violenza. Valori indispensabili   per la qualità della vita  e per strapparla all’autodistruzione” .

Valori che la donna ha dimostrato di sapere praticare a cominciare dalla vita di ogni giorno, dalla sua attitudine a occuparsi dell’altro, dalla concretezza di una quotidianità che la vede in prima linea a combattere nelle situazioni difficili, lei che spesso rimane, dove tutti scappano. E che sa scrivere quella storia, per lo più sconosciuta, che ha cambiato e cambia pezzi di mondo perché pone  al centro la persona nella interezza della sua umanità, non una ideologia, non la logica degli interessi di parte e individuali.

Una scelta quotidiana professata nelle famiglie, nella vita di tutti i giorni, negli ambienti di lavoro, nelle relazioni con gli altri. Che rende sacra la vita con le sue zone buie e di luce, le sue fragilità e le sue aspirazioni a un amore condiviso, al bene che crea bene, alla bellezza che crea bellezza.

Perché tutto questo sia promosso come cuore pulsante di un futuro diverso, la strada da percorrere è quella di un cambiamento culturale. Da fare insieme, donne e uomini, nella riscoperta di un reciproco rispetto, di un confronto e di un dialogo che non è mai sopraffazione, ma ascolto e costruzione di un bene comune, di un contributo ad una società dove i valori umani, la verità, la pace, la generosità, la valorizzazione delle potenzialità di ciascuno sono prioritari.  

Una strada che deve iniziare nelle famiglie, nelle scuole, nella società civile e che chiama in causa le istituzioni, il mondo culturale, il mondo politico, la società tutta nei suoi agenti.

Gino Cecchettin, il padre di Giulia, uccisa l’11 novembre scorso, parlando del femminicidio, ha detto: “Non si fermerà fin quando non cambieremo completamente il modo di pensare la società”. E   si  costruirà una cultura di vita e non di morte, non soltanto  l’8 marzo, ma tutti i giorni dell’anno .

 
 
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