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lunedì 26 luglio 2021
 
 

La Alpi uccisa per traffico d’armi. Lo dicono gli 007

25/05/2014  Dai documenti desecretati emerge che il Sisde (servizio segreto civile, oggi Aisi) ha svolto un’attività informativa intensissima, sia sull’omicidio della giornalista e di Miran Hrovatin, sia sui traffici d’armi che partivano dal nostro Paese. Una delle fonti principali, però, continua a essere coperta da omissis, e quindi la magistratura non può andare oltre con le indagini. Le carte però presentano una stranezza: si parla molto di personaggi somali, ma gli italiani?

Alla fine una notizia c’è. Sul caso Alpi/Hrovatin, tra le migliaia di pagine di documenti declassificati, appare perlomeno una curiosa attività: perché il Sisde – ovvero l’intelligence interna – si è occupata dal 1993 in poi, in maniera quasi maniacale, della Somalia?

Decine di informative che partivano dai centri periferici (soprattutto Roma, Perugia e Firenze), dirette all’agenzia. Nomi, dettagli d’incontri, fonti confidenziali che spiegavano con cura le divisioni tribali nel Corno d’Africa. Seguendo una pista ben precisa: il gruppo del generale Aidid e i suoi legami con l’islamismo internazionale. Nulla di illecito, per carità. In fondo il Sisde doveva capire cosa avveniva nelle comunità straniere in Italia, e la preoccupazione per i contatti di Al Qaeda con i gruppi somali era già forte ben prima dell’11 settembre.

Leggendo i documenti declassificati, però, si ha almeno una sensazione: gli agenti dei servizi interni non sembravano avere molta fiducia nell’attività del Sismi, tanto da svolgere in proprio un’attività tipicamente da intelligence per l’estero. Eppure era il servizio militare ad avere la missione istituzionale di raccolta d’informazioni fuori dai confini nazionali. E la Somalia negli anni ’80 e ’90 era senza dubbio un teatro strategico, dove per la prima volta il nostro esercito era intervenuto in una missione estera armata, con scontri a fuoco, morti e feriti.

D’altra parte, leggendo i pochi documenti già declassificati nel 2006 del Sismi, raramente si trova altrettanta precisione nell’analizzare quell’area di influenza che si raccoglieva attorno alla figura del generale Aidid. È ancora presto per tirare delle conclusioni, ma sicuramente questo è un dato di contesto da tenere bene a mente.

Il Sisde sul caso Alpi aveva le idee chiare. I mandanti dell’esecuzione del 20 marzo 1994 facevano riferimento a un gruppo di presunti trafficanti d’armi, probabilmente attivi proprio nei giorni dell’ultimo viaggio della giornalista di Rai 3. Le informative in questo senso – già note da anni e raccontate da Famiglia Cristiana più di un decennio fa – erano nette e furono inviate quasi subito alla polizia giudiziaria e ai magistrati romani che indagavano sul caso. Come è noto gran parte di questo lavoro informativo si basava su una o più fonti confidenziali, ancora oggi coperte da omissis.

Durante le udienze del processo in corte di Assise contro Hashi Omar Assan – il somalo ritenuto colpevole di aver fatto parte del gruppo di fuoco – fu l’allora direttore del Sisde Mario Mori a confermare la riservatezza della fonte. Le indagini, necessariamente, si fermarono su quel punto. Senza un nome, non potevano arrivare ai necessari riscontri giudiziari.

Nei documenti declassificati il 5 maggio scorso e pubblicati dalla Camera la scorsa settimana la tesi del traffico di armi viene declinata ampiamente. In un documento riassuntivo dell’attività d’intelligence del Sisde sul caso Alpi datato 2001 è riportata anche l’informazione – in questo caso proveniente dal Sismi – di un presunto coinvolgimento del generale Aidid, collegato, secondo l’agenzia, anche a imprenditori italiani. Non solo. In altre note i centri periferici ricostruiscono nei dettagli la rete somala in esilio in Italia particolarmente attiva nel finanziamento dei signori della guerra, anche attraverso l’invio di armi.

C’è un episodio inedito riportato in un’informativa: una nave italiana utilizzata per l’invio di aiuti umanitari, fermata dagli ispettori dell’Unicef, trasportava «una grossa partita di armi», diretta alle fazioni in Somalia. Una notizia, senza dubbio, mai riportata prima. E ancora: alcuni esponenti somali legati a uno dei gruppi attivi nella guerra civile avevano stretti collegamenti con logge massoniche. Segno di un intreccio particolarmente perverso tra emissari dei signori della guerra e poteri occulti italiani.

Questo, in fondo, è il punto chiave, che ancora rimane da “desecretare”. Conosciamo oggi la frenetica attività della comunità somala, pronta a tutto per mandare armi e soldi in patria, benzina necessaria per alimentare la guerra civile. Manca ancora la parte italiana: se una nave parte da un nostro porto piena di armi, non è ipotizzabile che tutto avvenga senza l’intervento o la mediazione di imprenditori locali. Tutte le inchieste hanno poi dimostrato che il traffico di armi, soprattutto verso un Paese sotto embargo, non può avvenire senza complicità istituzionali. E questi omissis rimangono ancora in piedi.

Ci vorrà del tempo, probabilmente, visto che i documenti a oggi declassificati sono meno del 10% dei dossier segreti o riservati depositati negli archivi della Camera. La presidente Laura Boldrini il 19 marzo scorso aveva annunciato di aver chiesto al governo la discovery su tutti i faldoni. L’Aise ha assicurato all’inizio di maggio che la procedura è partita e che i tempi per la conclusione saranno brevissimi. Forse siamo solo all’inizio di una nuova stagione.

 
 
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