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giovedì 25 luglio 2024
 
TESTIMONIANZE
 

Isis, uomini che odiano le donne

08/07/2015  Una vera e propria politica del terrore, perpetrata in particolare nei confronti di curde, yazide, turcomanne, assire, che vengono stuprate, vendute al mercato, avviate alla prostituzione, costrette a matrimoni forzati e alle mutilazioni genitali, e ridotte in schiavitù. Parlano le sopravvissute

Aurora D'Agostino
Aurora D'Agostino

«Ho intrapreso questa esperienza sperando di poter ridimensionare le notizie sulla malvagità, sulle violenze. Purtroppo, non è stato così. Anzi. I miliziani dell’Isis, non solo sono di una brutalità incredibile, ma anche fanno un uso assolutamente scientifico di questa brutalità. Una vera e propria politica del terrore, perpetrata in particolare nei confronti delle donne – curde, yazide, turcomanne, assire -, che vengono stuprate, vendute al mercato, avviate alla prostituzione, costrette a matrimoni forzati e alle mutilazioni genitali, e ridotte in schiavitù. L’accanimento maggiore è nei confronti delle donne dell’esercito curdo (Ypg, Unità di difesa del popolo), perché, secondo l’ideologia patriarcale e nazista di Da’esh, chi viene ucciso da una donna, non ha diritto al martirio e non potrà più godere delle vergini in paradiso. Il femminicidio è parte integrante delle tattiche di annientamento delle popolazioni colpite».

A parlare è Aurora d’Agostino, avvocata padovana, di ritorno da un viaggio nei campi governativi e non, del Kurdistan iracheno (distretto di Zakho), del Royava (ovvero il Kurdistan sirano, anche detto Kurdistan occidentale) e della Turchia (distretti di Mardin e Sanluirfa), dove sono accolti profughi fuggiti dalle aree di Shengal e Kobane, per documentare la violazione dei diritti umani di donne e bambini nel contesto del conflitto con Isis. La delegazione, composta da 13 donne, è rimasta in loco per una settimana, a marzo, durante il capodanno curdo (Newroz), periodo in cui le iniziative belliche si fermano; assieme ad Aurora, le avvocate Barbara Spinelli (autrice del libro “Femminicidio”), Simonetta Crisci, Aişe Acinkli (Turchia), Gülșen Uzuner (Turchia), le giuriste Özge Taş (Turchia), Leyla Boran (Germania) e Sara Montinaro, la docente Martina Bianchi, la psichiatra Assunta Signorelli, la vignettista Stefania Spanò, la video maker Alice Corte e la farmacista Kader Karlidag (Austria). Il progetto è di IADL 1 (Associazione Internazionale avvocati democratici), in collaborazione con AED-EDL 2 (European Democratic Lawyers) e ELDH 3 (European Association of Lawyers for Democracy and World Human Rights). «Muoversi è stato complicato e rischioso. Abbiamo dovuto stare molto attente, ma è andato tutto bene, a parte qualche momento di tensione. Siamo entrate dall’Iraq, passate in Turchia e da lì verso la Siria con l’autobus. Attraversare il confine è stata una battaglia infinita. Avevamo degli appoggi, perché eravamo state invitate da associazioni femminili locali, ma ovviamente ai confini eravamo da sole».

Un primo abstract è stato presentato a Ginevra, il 15 giugno scorso, con carattere di urgenza, al rappresentante speciale per il contrasto della violenza sulle donne, Rachida Manjoo; in autunno, dopo aver elaborato tutti i dati, al Consiglio dei diritti umani verrà consegnato il rapporto completo, coadiuvato da un’esposizione del lavoro grafico illustrato di Stefania Spanò. Oltre alle esponenti di associazioni ed istituzioni, le delegate hanno incontrato le vittime testimoni dirette delle violenze. «Ciò che mi ha colpito è che erano loro a venire a chiederci di raccontare, anche chi aveva subito violenza. Avevano voglia di essere ascoltate. Il fatto che fossero con noi delle colleghe turche, che conoscevano la lingua, è stato di grande aiuto per entrare in empatia. Così, abbiamo potuto raccogliere un quantitativo enorme di materiale». La situazione dei campi com’è? «Dove ci sono presidi internazionali, è un po’ più accettabile. Ma tra i profughi ci sono persone che sono state ferite, torturate, violentate, che necessiterebbero di servizi speciali e di supporto psicologico, che invece sono inesistenti. Poi, come in tutti i campi profughi, ci sono problemi di igiene, carenza di acqua, di cibo, abbiamo trovato molti neonati affetti da malnutrizione, a causa dell’alimentazione inappropriata delle madri; mancano i servizi scolastici e là dove ci sono – come nei campi turchi – ai bambini curdi viene imposta la lingua turca. La situazione dipende anche dalla presenza di associazioni umanitarie; in Iraq c’è “Un ponte per”, in Siria non c’è nulla». Maggiormente organizzati sono i campi delle municipalità, soprattutto nell’area del Royava, la regione curda autonoma in Siria (costituita da tre cantoni: Cizire, Efrin e Kobane), al confine con la Turchia e l’Iraq. «Le difficoltà permangono, perché sono sottoposti all’embargo forzato, in quanto i turchi non fanno passare niente alla frontiera. Manca tutto, ma l’atteggiamento è più positivo: “Cerchiamo di fare del nostro meglio, insieme”, dicono. Non rivendicano la possibilità di uno stato nazionale curdo, ma fanno esperienza di democrazia dal basso, di gestione decentrata, con una forma particolare di rappresentanza: tutte le cariche sono doppie e di parigrado, una maschile e una femminile. Si stanno dotando di strumenti legislativi, tengono assemblee di gestione del campo, c’è la casa delle donne, dove è attiva una sartoria, e dove c’è attenzione alla cura di malattie particolari, come il diabete».   Ciò che Aurora non riesce a dimenticare  -  «per me è stata la prima volta in zone di guerra, in passato ho partecipato a qualche manifestazione, rischiando al massimo qualche manganellata» – sono i racconti di chi è stato nelle mani dei jihadisti.

«Alcune mamme mi parlavano delle loro figlie suicidatesi per sfuggire ad un destino terribile; le ragazze stuprate preferiscono uccidersi per mettere fine allo stigma che colpisce le loro famiglie. La violenza fisica e psicologica è usata come arma contro le minoranze etniche e religiose, con il chiaro obiettivo di sterminarle. Gli uomini, gli anziani, i disabili vengono ammazzati subito, donne e bambini catturati e sottoposti ad ogni sorta di tortura. Questo vogliamo denunciare con il nostro dossier; ci rivolgiamo all’Onu, affinché intervenga subito per proteggere le vittime e punire i carnefici».

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