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sabato 07 dicembre 2019
 
I fatti
 

La bufera del Consiglio superiore della magistratura, che cosa sta succedendo

14/06/2019  Da giorni tiene banco nel dibattito pubblico lo scandalo che ha investito il Csm (Consiglio superiore della magistratura), ecco che cosa sta accadendo e perché ci riguarda

Tutto è partito da un’indagine per corruzione, in corso alla procura della Repubblica di Perugia, a carico di Luca Palamara, membro del Consiglio superiore della magistratura tra il 2014 e il 2018, ex presidente dell’Associazione magistrati, esponente della corrente Unicost. L’indagine riguarda fatti relativi all’epoca in cui Palamara ha fatto parte del Consiglio superiore. Secondo l’accusa un avvocato e due imprenditori gli averebbero dato denaro e altre utilità (cosa che Palamara smentisce) per favorire nomine cui erano interessati.

Che cosa c’entra Perugia

Luca Palamara è sostituto procuratore a Roma, Perugia è la sede, competente secondo la legge, a occuparsi di notizie di reato che riguardino, come vittime o come indagati, magistrati in servizio a Roma.

Perché il caso determina una crisi istituzionale importante

  

C’è in gioco la credibilità del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici, che la Costituzione disegna misto, con componenti parte eletti dai magistrati tra magistrati, parte nominati dal Parlamento. L’organo di rilevanza costituzionale ha il compito di valutare le candidature, e decidere le nomine, dei magistrati ai ruoli apicali e svolge il processo disciplinare per i magistrati. Nel momento in cui un’indagine mostra casi di opacità in queste funzioni il rischio è che il discredito si allunghi dall’organo di autogoverno, deputato a far rispettare le regole agli arbitri della Repubblica, sulle nomine da esso designate e attraverso tutto questo sull’intera magistratura.

In che modo la vicenda riguarda il Csm attuale

Nelle intercettazioni, inviate dalla procura di Perugia al Csm, compaiono anche i nomi di cinque consiglieri in carica, uno di loro Luigi Spina (Unicost) è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio, secondo gli atti di Perugia, avrebbe rivelato a Palamara l’esistenza dell’indagine a suo carico; Gli altri quattro, Luigi Morlini (Unicost) Corrado Cartoni (Mi), Luigi Lepre (Mi), e Paolo Criscuoli (Mi), non indagati, avrebbero partecipato a incontri non ufficiali, nei quali alla presenza di Palamara e di figure politiche che non fanno parte del Consiglio, si sarebbe parlato della nomina del nuovo capo della procura di Roma, posto vacante da quando è andato in pensione, l’8 maggio Giuseppe Pignatone, e di altre importanti procure, tra queste proprio Perugia, vacante dal 1° giugno. Tra i presenti agli incontri Luca Lotti deputato del Partito democratico (ora autosospeso dal partito), che risulta indagato proprio dalla Procura di Roma per il caso Consip, e Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, oggi deputato Pd, già sottosegretario per la Giustizia, e prima Segretario di Magistratura indipendente, la corrente più “a destra” delle toghe.

Perché la faccenda desta scandalo al di là dei reati

  

Le intercettazioni sollevano il dubbio che si sia provato a indirizzare nomine di procuratori, non soltanto facendo prevalere sul curriculum logiche di spartizione tra correnti – tema già di per sé indice di dubbia trasparenza del quale si discute da molti anni dentro e fuori dalla magistratura – ma, cosa più preoccupante, tenendo conto di interessi privati di singoli: magistrati, politici, terzi, che avrebbero gradito, per questioni personali, a Roma un candidato in discontinuità con la gestione di Giuseppe Pignatone.

Come ha potuto l'indagine su un caso estenrdersi così (effetto trojan horse)

Il telefono di Luca Palamara è stato messo sotto controllo con uno strumento più invasivo e pervasivo di un’intercettazione ordinaria. Si tratta di un virus informatico – noto come trojan horse – che infettando lo smartphone da mettere sotto controllo lo trasforma in una cimice che registra non solo tutto quello che avviene con quel telefono (messaggi, chiamate, video…), ma registra come si farebbe in un’intercettazione ambientale tutte le parole che si dicono, da parte di chiunque, in qualsiasi luogo, in presenza di quel telefono acceso, cosa che amplifica di parecchio i rischi per la riservatezza di terzi ignari ed estranei che entrino in contatto a qualunque titolo con l’indagato intercettato. Lo strumento era nato per smascherare i summit mafiosi, il suo utilizzo è stato esteso ai reati tipici della pubblica amministrazione con la cosiddetta legge “spazzacorrotti”. E forse soltanto con questa indagine in corso a Perugia se ne comprende, a fondo, la pervasività, anticipatamente segnalata con preoccupazione dal Garante della privacy che nel maggio scorso denunciava il rischio - in assenza di regolamentazioni ad hoc - che simili strumenti degenerino «in mezzi di sorveglianza massiva». 

Le conseguenze immediate sul Csm

  

Soltanto uno, l’unico indagato, dei cinque membri dell’attuale Csm citati nelle intercettazioni si è dimesso nell’immediato. Gli altri si erano autosospesi. Ne è seguito un braccio di ferro tra l’assemblea plenaria del Csm (plenum) convocata il 4 giugno e il comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati, da una parte, che chiedevano che le autosospensioni diventassero dimissioni e la corrente Magistratura indipendente, dall’altra, che – sola contro tutte le altre - ha “blindato” i propri autosospesi chiedendo loro di tornare al lavoro in Consiglio.

La spaccatura è stata così profonda da determinare, nel giro di pochi giorni, le dimissioni di Pasquale Grasso prima da presidente da Magistratura Indipendente e, successivamente, dalla presidenza dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), infine la sfiducia della Giunta dell’Anm. Anche Antonello Racanelli ha laciato il suo ruolo di Segretario di Magistratura indipendente. A Pasquale Grasso è subentrato il 16 giugno Luca Poniz (Magistatura democratica - Md); A Racanelli Giuliano Caputo (Unicost).

Dopo l’avvio del procedimento disciplinare per tutti i cinque inizialmente autosospesi, anche Morlini e Lepre e poi Cartoni, pur ribadendo la propria correttezza, si sono dimessi. Intanto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha indetto per ottobre nuove elezioni per sostituire i togati per la cui posizione non c’è una lista di non eletti cui attingere. L’atto scongiura lo scioglimento del Consiglio, di cui pure si era parlato come di uno scenario possibile, e dovrebbe consentire al Csm di riprendere l’attività.

Una sola indagine, ma tre piani diversi

Le vicende variamente intrecciate che emergono dagli atti di Perugia, trasmessi al Csm solo nella parte “ostensibile”, cioè conoscibile senza pregiudizio per il prosieguo dell’indagine, investono tre piani diversi, non necessariamente sovrapponibili. Il procedimento penale che farà il suo corso nelle aule di giustizia e deve occuparsi solo dei reati: accertando se siano stati commessi e da chi e, nel caso, sanzionando di conseguenza. L’aspetto deontologico/disciplinare, di cui si occuperà l’apposita commissione del Csm, di cui non fanno più parte ovviamente i consiglieri sottoposti a procedimento disciplinare: rientrano in questo ambito tutte le condotte, non necessariamente penalmente rilevanti, che siano anche solo inopportune e tali da ledere il prestigio dell’istituzione. C’è poi un aspetto in senso lato, indirettamente, politico: un caso di così grave crisi, infatti, non può che determinare decisioni da parte delle istituzioni che, a seconda del merito, possono incidere sul sistema Paese.

Come e perché la crisi del Csm riguarda tutti noi

  

Il primo rischio, probabilmente già realtà, è la sfiducia generalizzata nelle istituzioni da parte del cittadino, cosa che quasi mai favorisce una democrazia più sana, specie se a perdere credibilità è l’istituzione che deve garantire i diritti dei più deboli. Il secondo rischio è che l’innegabile crisi costituisca l’occasione per riforme affrettate che possano negativamente incidere sull’indipendenza della magistratura. E in particolare la preoccupazione maggiore è che la confusione di questo momento possa costituire un efficace pretesto per realizzare un desiderio mai nascosto da una parte della politica: assoggettare il Pubblico ministero all’esecutivo, cosa che finirebbe per tradursi in una legge meno uguale per tutti e in una minore tutela per i diritti dei deboli. Proprio mentre la Corte di giustizia dell’Unione Europea indica, pronunciandosi sul mandato di arresto europeo, la direzione diametralmente opposta.

 
 
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