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mercoledì 15 luglio 2020
 
I fatti
 

Caso Palamara, perché se ne torna a parlare

29/05/2020  A distanza di un anno torna a tenere banco lo scandalo che ha investito il Csm (Consiglio superiore della magistratura). Ecco cos'è accaduto e cosa succede ora.

Giugno 2019. Tutto è partito da un’indagine per corruzione, in corso alla procura della Repubblica di Perugia, a carico di Luca Palamara, membro del Consiglio superiore della magistratura tra il 2014 e il 2018, ex presidente dell’Associazione magistrati, esponente della corrente Unicost. L’indagine riguarda fatti relativi all’epoca in cui Palamara ha fatto parte del Consiglio superiore. Secondo l’accusa un avvocato e due imprenditori gli averebbero dato denaro e altre utilità (cosa che Palamara smentisce) per favorire nomine cui erano interessati.

Che cosa c’entra Perugia

Luca Palamara è sostituto procuratore a Roma, Perugia è la sede, competente secondo la legge, a occuparsi di notizie di reato che riguardino, come vittime o come indagati, magistrati in servizio a Roma.

Perché il caso determina una crisi istituzionale importante

  

C’è in gioco la credibilità del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici, che la Costituzione disegna misto, con componenti parte eletti dai magistrati tra magistrati, parte nominati dal Parlamento. L’organo di rilevanza costituzionale ha il compito di valutare le candidature, e decidere le nomine, dei magistrati ai ruoli apicali e svolge il processo disciplinare per i magistrati. Nel momento in cui un’indagine mostra casi di opacità in queste funzioni il rischio è che il discredito si allunghi dall’organo di autogoverno, deputato a far rispettare le regole agli arbitri della Repubblica, sulle nomine da esso designate e attraverso tutto questo sull’intera magistratura.

In che modo la vicenda riguarda il Csm attuale

Nelle intercettazioni, inviate dalla procura di Perugia al Csm, compaiono anche i nomi di cinque consiglieri in carica, uno di loro Luigi Spina (Unicost) è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio, secondo gli atti di Perugia, avrebbe rivelato a Palamara l’esistenza dell’indagine a suo carico; Gli altri quattro, Luigi Morlini (Unicost) Corrado Cartoni (Mi), Luigi Lepre (Mi), e Paolo Criscuoli (Mi), non indagati, avrebbero partecipato a incontri non ufficiali, nei quali alla presenza di Palamara e di figure politiche che non fanno parte del Consiglio, si sarebbe parlato della nomina del nuovo capo della procura di Roma, posto vacante da quando è andato in pensione, l’8 maggio Giuseppe Pignatone, e di altre importanti procure, tra queste proprio Perugia, vacante dal 1° giugno. Tra i presenti agli incontri Luca Lotti deputato del Partito democratico (ora autosospeso dal partito), che risulta indagato proprio dalla Procura di Roma per il caso Consip, e Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, oggi Iv già deputato Pd, già sottosegretario per la Giustizia, e prima Segretario di Magistratura indipendente, la corrente più “a destra” delle toghe.

Perché la faccenda desta scandalo al di là dei reati

  

Le intercettazioni sollevano il dubbio che si sia provato a indirizzare nomine di procuratori, non soltanto facendo prevalere sul curriculum logiche di spartizione tra correnti – tema già di per sé indice di dubbia trasparenza del quale si discute da molti anni dentro e fuori dalla magistratura – ma, cosa più preoccupante, tenendo conto di interessi privati di singoli: magistrati, politici, terzi, che avrebbero gradito, per questioni personali, a Roma un candidato in discontinuità con la gestione di Giuseppe Pignatone.

Come ha potuto l'indagine su un caso estenrdersi così (effetto trojan horse)

Il telefono di Luca Palamara è stato messo sotto controllo con uno strumento più invasivo e pervasivo di un’intercettazione ordinaria. Si tratta di un virus informatico – noto come trojan horse – che infettando lo smartphone da mettere sotto controllo lo trasforma in una cimice che registra non solo tutto quello che avviene con quel telefono (messaggi, chiamate, video…), ma registra come si farebbe in un’intercettazione ambientale tutte le parole che si dicono, da parte di chiunque, in qualsiasi luogo, in presenza di quel telefono acceso, cosa che amplifica di parecchio i rischi per la riservatezza di terzi ignari ed estranei che entrino in contatto a qualunque titolo con l’indagato intercettato. Lo strumento era nato per smascherare i summit mafiosi, il suo utilizzo è stato esteso ai reati tipici della pubblica amministrazione con la cosiddetta legge “spazzacorrotti”. E forse soltanto con questa indagine in corso a Perugia se ne comprende, a fondo, la pervasività, anticipatamente segnalata con preoccupazione dal Garante della privacy che nel maggio scorso denunciava il rischio - in assenza di regolamentazioni ad hoc - che simili strumenti degenerino «in mezzi di sorveglianza massiva». 

Le conseguenze immediate sul Csm

  

Soltanto uno, l’unico indagato, dei cinque membri dell’attuale Csm citati nelle intercettazioni si è dimesso nell’immediato. Gli altri si erano autosospesi. Ne è seguito un braccio di ferro tra l’assemblea plenaria del Csm (plenum) convocata il 4 giugno e il comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati, da una parte, che chiedevano che le autosospensioni diventassero dimissioni e la corrente Magistratura indipendente, dall’altra, che – sola contro tutte le altre - ha “blindato” i propri autosospesi chiedendo loro di tornare al lavoro in Consiglio.

La spaccatura è stata così profonda da determinare, nel giro di pochi giorni, le dimissioni di Pasquale Grasso prima da presidente da Magistratura Indipendente e, successivamente, dalla presidenza dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), infine la sfiducia della Giunta dell’Anm. Anche Antonello Racanelli ha laciato il suo ruolo di Segretario di Magistratura indipendente. A Pasquale Grasso è subentrato il 16 giugno Luca Poniz (Magistatura democratica - Md); A Racanelli Giuliano Caputo (Unicost).

Dopo l’avvio del procedimento disciplinare per tutti i cinque inizialmente autosospesi, anche Morlini e Lepre e poi Cartoni, pur ribadendo la propria correttezza, si sono dimessi. Intanto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha indetto per ottobre nuove elezioni per sostituire i togati per la cui posizione non c’è una lista di non eletti cui attingere. L’atto scongiura lo scioglimento del Consiglio, di cui pure si era parlato come di uno scenario possibile, e dovrebbe consentire al Csm di riprendere l’attività.

Una sola indagine, ma tre piani diversi

Le vicende variamente intrecciate che emergono dagli atti di Perugia, trasmessi al Csm solo nella parte “ostensibile”, cioè conoscibile senza pregiudizio per il prosieguo dell’indagine, investono tre piani diversi, non necessariamente sovrapponibili. Il procedimento penale che farà il suo corso nelle aule di giustizia e deve occuparsi solo dei reati: accertando se siano stati commessi e da chi e, nel caso, sanzionando di conseguenza. L’aspetto deontologico/disciplinare, di cui si occuperà l’apposita commissione del Csm, di cui non fanno più parte ovviamente i consiglieri sottoposti a procedimento disciplinare: rientrano in questo ambito tutte le condotte, non necessariamente penalmente rilevanti, che siano anche solo inopportune e tali da ledere il prestigio dell’istituzione. C’è poi un aspetto in senso lato, indirettamente, politico: un caso di così grave crisi, infatti, non può che determinare decisioni da parte delle istituzioni che, a seconda del merito, possono incidere sul sistema Paese.

Come e perché la crisi del Csm riguarda tutti noi

  

Il primo rischio, probabilmente già realtà, è la sfiducia generalizzata nelle istituzioni da parte del cittadino, cosa che quasi mai favorisce una democrazia più sana, specie se a perdere credibilità è l’istituzione che deve garantire i diritti dei più deboli. Il secondo rischio è che l’innegabile crisi costituisca l’occasione per riforme affrettate che possano negativamente incidere sull’indipendenza della magistratura. E in particolare la preoccupazione maggiore è che la confusione di questo momento possa costituire un efficace pretesto per realizzare un desiderio mai nascosto da una parte della politica: assoggettare il Pubblico ministero all’esecutivo, cosa che finirebbe per tradursi in una legge meno uguale per tutti e in una minore tutela per i diritti dei deboli. Proprio mentre la Corte di giustizia dell’Unione Europea indica, pronunciandosi sul mandato di arresto europeo, la direzione diametralmente opposta.

Perché si riparla del caso in queste settimane

Maggio 2020. Il 21 aprile è stato depositato l’atto di chiusura indagini a carico del magistrato Luca Palamara e degli altri imputati dell'inchiesta di Perugia, che dovrebbe preludere al rinvio a giudizio. L’avviso di chiusura indagini spiega le nuove intercettazioni (contenute in atti non più segreti perché noti alle parti) uscite sulla stampa, tutte relative al periodo dell’indagine ormai chiusa e precedenti all’attuale Csm, ridisegnato (con equilibri di corrente diversi) dopo il rimpasto, a seguito delle dimissioni avvenute tra la primavera e l’estate 2019.

 

Che cosa c’è di nuovo

  

Sono finiti, così, sui giornali scambi privati di chat di Palamara con magistrati e con altri interlocutori. Una fantasmagorica rete di contatti che pare l’estremo opposto dell’ascetico magistrato senza commensali dell’apologo di Calamandrei nell’Elogio dei giudici.

Ne emergono segnalazioni, maldicenze, pettegolezzi, commenti di natura politica e calcistica. Fiumi di parole, molte delle quali irrilevanti su tutti i profili, ma in qualche modo rivelatrici di un contesto. L’immagine della magistratura non ne esce bene, perché le chiacchiere (che in sé non sono reato né illecito disciplinare) danno l’idea di un clima diffuso (più di quanto sembrasse un anno fa) di degenerazione, da cui si ricava la sgradevole impressione che sia “naturale” discutere di nomine di magistrati al di fuori delle sedi ufficiali segnalando appartenenze di corrente, amicizie, ambizioni, in un clima che non somiglia a quello rigoroso e asettico di titoli e meriti professionali che ci si aspetterebbe dagli arbitri della Repubblica.

 

L’intercettazione su Salvini

L’intercettazione che più desta polemica è quella nella quale, a proposito del caso Diciotti, un magistrato dice a Palamara che non condivide la contestazione penale all’allora ministro Salvini. Palamara replica: «Hai ragione, però adesso bisogna attaccarlo». La frase è grave in sé perché fa intendere una concezione della funzione che fa pensare – vero o millanteria che sia – che chi la dice sia disposto a concepire di piegare l’azione penale a secondi fini, con il rischio che il discredito che ne deriva ricada sull’intera magistratura. I due interlocutori non sono, però, in alcun modo coinvolti, né direttamente, né indirettamente in nessuno dei procedimenti che riguardano Salvini e dunque non avrebbero neanche volendo potuto incidere sul caso Diciotti per il quale tra l’altro la Procura aveva chiesto l’archiviazione poi respinta dal tribunale dei ministri di Catania.

 

Perché è difficile capire

  

In questo proliferare di parole in libertà – alcune delle quali decisamente deprecapibili e indicative di malcostumi - non è semplicissimo orientarsi e distinguere, senza tono e contesto, una millanteria da una verità, una blandizie da una intenzione messa in atto, una maldicenza da un giudizio con conseguenze. E non è nemmeno semplicissimo capire, quando si leggono riportate a pezzi e variamente interpretate, se l’interpretazione sia un fatto o un’illazione.

 

Che cosa succede ora

Il caso intanto però ha trascinato, con l’ovvio discredito istituzionale, conseguenze concrete: le dimissioni di presidente e segretario dell’Associazione Nazionale magistrati (ora in carica per gli affari correnti) da una parte e dall’altra l’azione del ministero della Giustizia: il ministro Bonafede ha annunciato riforma del sistema elettorale del Csm, stretta sulla possibilità di passare da funzioni requirenti a giudicanti e viceversa (passaggio già oggi piuttosto disagevole), impossibilità per magistrati che ricoprano incarichi politici di rientrare alle funzioni magistratuali. Anche il presidente della Repubblica è intervenuto sul tema con una nota, rispondendo a chi, Salvini tra loro, ha sollecitato il suo intervento, in qualità di presidente del Csm.

 
 
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