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lunedì 25 ottobre 2021
 
L'intervista
 
Credere

La cantante del dialogo Noa: «Nella musica la mia preghiera per la pace»

27/05/2021  La cantante ebrea, che si è esibita per tre Papi, è in apprensione per l’infiammarsi della guerra tra Israele e i palestinesi di Hamas. I confini? «Bene se identificano una comunità, ma non devono creare disuguaglianze». Nella foto Ansa: Noa nel 2019

Nel 1997 la sua voce ci ha emozionato: cantava Beautiful That Way (La vita è bella) di Nicola Piovani. Noa, la cantante israeliana, trovava le parole adatte per trasmettere il senso del film di Roberto Benigni, la storia di un padre che, in un campo di concentramento con il figlioletto, gli crea una realtà alternativa per proteggerlo dall’orrore. A fine aprile è uscito un suo nuovo album, Afterallogy, una selezione di famosi brani jazz reinterpretati dall’artista, accompagnata dal fedele musicista e chitarrista Gil Dor.

Il 14 febbraio, il giorno di san Valentino, è uscito il singolo My Funny Valentine, un assaggio dell’album: è la tua interpretazione di una nota canzone d’amore jazz. Cosa hai voluto comunicare?

«Un uomo canta una canzone a una donna, ma può essere anche il contrario. Le dichiara che il suo amore va oltre il suo aspetto fisico e i suoi presunti difetti, non vuole che la sua amata cambi, che diventi “perfetta”. Con lei, le dice, ogni giorno è san Valentino. Perché l’amore è accettare l’altro così com’è. Credo che questa canzone sia molto importante per il tempo che stiamo vivendo: rincorriamo una qualche strana categoria di perfezione. Pensiamo ai social media: vogliamo trasmettere un’immagine di noi come persone sempre belle, a posto, serene… Ma le persone non sono sempre felici e belle! Questa “imperfezione” ha a che fare con l’essere umano e questa umanità è bellissima! In questa canzone viene celebrata la nostra umanità, così bella perché “imperfetta”».

Sei una donna che ha superato spesso i confini: ebrea di origine yemenita, hai vissuto per anni a New York, hai cantato anche in arabo, hai girato il mondo con la tua musica: cosa sono per te i confini?

«Abbiamo bisogno di confini… ma non troppi! Abbiamo bisogno di sentirci racchiusi in un ambiente, poter dire “questa è la mia casa, questa è la mia famiglia, questa è la mia comunità, questo è il mio Paese”. Questi sono i confini. E non dobbiamo considerarli come qualcosa di negativo. Diventano negativi quando creano antagonismo, disuguaglianza e razzismo, quando portano violenza. Ecco, in questi casi diventano problematici. Così, come per ogni cosa nella vita, dobbiamo trovare un equilibrio».

Nel 2019 papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar hanno firmato ad Abu Dhabi il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune: cosa ci puoi dire?

«Non sono un’ebrea praticante, l’ebraismo è la mia cultura ma sono molto sensibile a tutte le culture del mondo. Ho scelto di assorbire dal mondo ciò che c’è di bello e saggio e di rifiutare qualunque aspetto, anche nella mia stessa cultura di origine, che faccia distinzione tra le persone, che discrimini e provochi odio e violenza. “Ama il prossimo tuo come te stesso”: per me è così. Ciò che mi piace di papa Francesco è che fa proprio questo: il cattolicesimo diventa il ponte per raggiungere e abbracciare ogni persona. Il suo magistero mette in pratica il rispetto per ogni essere vivente e per qualunque religione, mi piacciono le sue affermazioni sull’ambiente, sulla povertà, le parole che rivolge ai carcerati e alle comunità omosessuali».

Hai cantato in Vaticano per tre Papi: ci racconti le tue impressioni?

«È stata una delle esperienze più importanti della mia vita. Una donna ebrea a cui viene chiesto di cantare in Vaticano! Sono stata invitata da Giovanni Paolo II nel 1994: mi ha chiesto di cantare la mia versione dell’Ave Maria. Non era per nulla scontato. E accettarlo ha voluto dire abbracciare, cioè accogliere, una preghiera per la pace che proviene da una donna ebrea. Questo ha cambiato la mia vita, perché ho capito il potere della musica. E ho capito qual è la mia responsabilità, che va oltre il semplice intrattenimento».

La musica è un linguaggio universale che favorisce l’incontro con l’altro, è una forma d’arte privilegiata che supera ogni barriera. È sempre così?

«La musica unisce tutti ed è arte, non solo intrattenimento. L’arte può toccare gli aspetti più profondi della nostra anima. Allo stesso tempo l’arte vola alto, vede le cose come un uccello in volo. Mettiamola in questo modo: dall’alto un uccello non scorge i confini, vede soltanto la bellezza del paesaggio. Non solo: l’uccello vede ciò che è lontano, può avvistare un pericolo all’orizzonte e può scendere e avvertire gli altri. Ero lassù e ho visto che un temporale stava arrivando, ho scorto un esercito che si stava avvicinando. L’arte è lo sguardo di questo uccello, quindi ha una grande responsabilità: salvare e proteggere ciò che è dentro, nel cuore di ogni uomo o donna».

A Gerusalemme lunedì 10 maggio gli agenti israeliani sgomberano con la forza i fedeli riuniti nella moschea Al-Aqsa, uno dei luoghi più sacri dell’islam. Da quel momento si innesca una spirale di violenza con lancio di missili dalla Striscia di Gaza su Israele e raid israeliani verso i territori palestinesi. Tu abiti a Tel Aviv, che giorni stai vivendo?

«Stiamo vivendo un momento terribile: la violenza è scoppiata tra Israele e Hamas a Gaza e, in Israele, nelle nostre città miste, tra cittadini ebrei e arabi che vivono fi­anco a ­fianco da molti decenni. Questa situazione rappresenta il successo degli estremisti. È iniziata con la provocazione premeditata dei coloni ebrei a Gerusalemme ed esacerbata dall’attività di polizia durante le preghiere nel luogo più delicato di Israele, la moschea di Al-Aqsa / Monte del Tempio, sacro a musulmani ed ebrei. Niente di tutto questo è stato accidentale: era stato pianifi­cato, al fi­ne di prevenire quella che sembrava la possibilità di un cambiamento, una nuova coalizione non corrotta e non radicale in Israele, le elezioni in Palestina, ecc. Una volta dato fuoco alle micce, era troppo tardi per tornare indietro e tutto è esploso. Rabbia e frustrazione che erano state represse e con­finate; questioni che non erano mai state completamente risolte; bande criminali e gruppi estremisti sia ebrei che arabi: tutte queste forze oscure hanno dilagato per le strade di Israele, mentre le bombe continuavano a cadere su Israele e Gaza. Purtroppo, la popolazione di entrambi i Paesi è ostaggio degli interessi e delle azioni di uomini malvagi la cui unica preoccupazione è come rimanere al potere. C’è una “coalizione” del male tra Netanyahu, un imputato che cerca di evitare il processo e la possibile incarcerazione, e Hamas, un’organizzazione terroristica antidemocratica. Entrambi sono interessati esclusivamente a mantenere il controllo, sacri­ficando vite umane per questo scopo. Non c’è peccato più grande di questo».

C’è qualche segno di speranza?

«La buona notizia è che ci sono tante iniziative in tutto lo Stato di Israele di arabi ed ebrei che manifestano insieme contro la violenza e contro l’odio, per la costruzione di un futuro insieme. Ho avuto l’onore di cantare in una simile occasione solo pochi giorni fa, e continuerò a farlo, senza paura».

Qual è secondo te la via d’uscita?

«L’unica soluzione è la diplomazia e lavorare per creare due Stati per due popoli. Non c’è altro modo per garantire salvezza e sicurezza. Solo con il rispetto, il compromesso e, soprattutto, la buona volontà e la convinzione che ogni vita umana è sacra, possiamo uscire da questo incubo».

Chi è

Età 51 anni

Professione Cantante

Famiglia Sposata e madre di tre figli E

Fede Ebraica  

 
 
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