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martedì 24 novembre 2020
 
CHIESA IN PRIMA LINEA
 

La carezza del Nazareno, un assistente scout riflette sul gesto del Papa

28/03/2020  Francesco benedice il mondo, in silenzio. Lo fa segnando la croce con l'Eucarestia ai quattro angoli della terra... Gesti e parole che rimarranno nella nostra memoria. E nella storia... Francesco e il mondo chiuso nelle case, chiuso nelle terapie intensive, chiuso lì dove si lotta e si muore...

Parole, immagini e gesti che rimarranno nella storia e nella nostra memoria. Piazza San Pietro deserta, la pioggia scrosciante, papa Francesco, un puntino bianco con il suo incedere stanco e zoppicante in mezzo a quel vuoto... Francesco parla. Non c'è l'ironia, l'improvvisazione di tante altre occasioni, in cui le pagine scritte vengono messe da parte e ci si abbandona a un discorso a braccio. No. Questa volta c'è bisogno di lasciare ai presenti e ai posteri queste parole una per una, pronunciate nella loro verità, nella loro gravità. Parole che dobbiamo, dovremo leggere, rileggere, meditare, pregare in queste settimane ma anche nei tempi futuri. Parole come pietre: feriscono la coscienza sporca di un mondo destinato a finire, inchiodano ciascuno di noi ad un necessario esame di coscienza, ma forse sono anche le pietre su cui costruire un mondo nuovo, diverso:

"Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti», così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme". 

Gesti Gesti semplici, veri. Il Papa silenzioso in piedi davanti all'icona di Maria Salus Populi Romani, e poi davanti al Crocifisso miracoloso di san Marcello. Si avvicina, lo bacia. Un gesto semplice, come quello delle nostre nonne, della nostra gente.anche solenni. Viene portata l'Eucarestia... un pezzo di pane bianco in mezzo a tanto oro, l'ostensorio, l'incenso... Per qualcuno forse gesti e segni ampollosi e sorpassati. I canti in latino: "Adoro te devote", "Sub tuum praesidium", "Tantum ergo Sacramentum"... pregati e cantati per secoli e generazioni da santi e peccatori, nobili e gente comune. Con Francesco anche queste parole e questi segni antichi risplendono in tutta la loro semplicità e la loro bellezza. Un uomo che quasi incespica abbracciato a quell'ostensorio, a quel Dio fatto pane.

Ed ecco, si affaccia di nuovo sulla piazza, come ad affacciarsi sul mondo intero. Un mondo che piange, piange lacrime e pioggia scrosciante, un mondo immerso nelle tenebre, come il Papa stesso ha ricordato. Francesco sembra Mosè, sul monte (cf. Es 17,8-16), mentre infuria la battaglia nella valle, e lui con le braccia alzate ad intercedere presso Dio per la vittoria. Se dovessero cadere, quelle mani alzate, la battaglia sarebbe persa. Ma così non è, e finalmente la battaglia è vinta (sarà così anche per noi? Vogliamo sperarlo, dobbiamo crederlo).

Francesco e la piazza vuota. Francesco e il mondo chiuso nelle case, chiuso nelle terapie intensive, chiuso lì dove si lotta e si muore. Il gesto silenzioso della benedizione è accolto dalle sirene delle ambulanze, rumore acuto e persistente di questo stato di perenne emergenza. Ma insieme è accompagnato dal suono delle campane, quelle campane segno di festa e di vittoria, le campane della Pasqua, le campane che suoneremo ancora quando verrà la liberazione (perché verrà, ne siamo certi). "Mors et vita duello conflixere mirando"... Finiranno, a un certo punto, le sirene. Le campane continueranno a suonare.

Prima del rito, un prete alla TV diceva una cosa significativa: quella speciale benedizione, quell'indulgenza, sono certo un dono di Dio. Quasi un'arma cui si ricorre solo nei casi più eccezionali. Ma in realtà, la grazia dell'indulgenza attinge alla comunione dei santi, a tutta quella potenza d'amore che accomuna la Chiesa del cielo e quella ancora sulla terra. E' come se tutte le preghiere delle persone semplici, dei bambini, delle monache di clausura, del popolo di Dio che si è riscoperto chiamato a intercedere, è come se tutti i sacrifici dei medici e dei soccorritori, dei padri e delle madri di famiglia, è come se tutta la sofferenza dei malati in solitudine e dei parenti costretti alla distanza... è come se tutto questo venisse raccolto ("le mie lacrime nell'otre tuo raccogli", dice il salmo 56) e convogliato per tornare ad essere benedizione, fonte di grazia e salvezza per tutti.

Francesco benedice il mondo, in silenzio. Lo fa segnando la croce con l'Eucarestia ai quattro angoli della terra. In quel gesto, ho visto tutta la dolcezza di una carezza, anzi, di più carezze ripetute sul volto di un mondo irrigato di lacrime. Il papa compie il gesto, ma colui che benedice è Cristo stesso, lì presente nel sacramento della sua Carne donata per la vita del mondo.

Una carezza del Nazareno. Amo questa espressione coniata da quel genio tutto milanese che è stato Enzo Jannacci. "Ci vorrebbe una carezza del Nazareno"... lo diceva nel 2009, lui, già medico chirurgo parlando di Eluana e di tante persone nella sua condizione. Lo direbbe ancora oggi, per tutti quelli, troppi, costretti a soffrire e morire da soli, per colpa di questo virus che ci tiene lontani.

"Ho visto la sua carezza e, per quanto mi riguarda, ho visto Gesù. Ero piccolo, mi trovavo su un tram, c'era un signore che era talmente stanco che il braccio gli cadeva, una, due, tre volte. Portava gli occhiali, di quelli da vista, ma da povero, di quelli che non sono stati valutati da un oculista e neanche un ottico. Un povero operaio stanco. Gli caddero quegli occhiali e non sapevo se raccoglierglieli o meno, così nell'esitazione sono andato oltre, attratto dal tranviere che era alla guida. Quando mi sono girato quell'uomo aveva di nuovo gli occhiali ed era sveglio. Insomma, aveva un'altra faccia, come se avesse ricevuto una carezza, rincuorato. Amo credere che sia stato Lui. Altri penseranno diversamente, ma io ci credo molto. Lo cerco, parlo con Dio e non ho bisogno di dirgli nulla perché sa già cosa faccio e cosa farò, dove finirò... sa già tutto".

Forse fra qualche settimana anche noi ci volteremo indietro come il piccolo Enzo si era voltato a guardare quell'uomo stanco. Guarderemo il nostro mondo stanco, sopravvissuto anche a questa battaglia, sopravvissuto come si sopravvive alle battaglie, forse un po' malconcio e disilluso. Ma vivo, grazie - anche - alla carezza che questa sera un vecchio uomo vestito di bianco ha saputo donargli.

"Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura». E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi”.

Don Matteo Baraldi 

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