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«La Chiesa italiana si lasci sfidare dall’Asia»

22/11/2014  Dal 20 al 23 novembre, alle porte di Roma, si svolge il quarto Convegno missionario nazionale. Intervista a monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione episcopale per la cooperazione missionaria tra le Chiese e l’evangelizzazione dei popoli.

La Chiesa italiana non deve temere di annunciare il Vangelo nel contesto della globalizzazione. E, sulla scia del profeta Giona, inviato da Dio a Ninive, la “grande città” per antonomasia, deve raccogliere la sfida rappresentata oggi dall’Asia, il continente più popoloso e con il minor numero di cristiani al mondo. A dirlo, in questa intervista, è monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione episcopale per la cooperazione missionaria tra le Chiese e l’evangelizzazione dei popoli, che il 20 novembre ha aperto – con una profonda riflessione di taglio biblico - il quarto Convegno missionario nazionale a Sacrofano (Roma). A dieci anni di distanza dal precedente di Montesilvano, il convegno - al quale partecipano oltre 800 persone da tutt’Italia - si propone di valorizzare le diverse esperienze missionarie, per rilanciare l’impegno di singoli e comunità verso la missione ad gentes (ossia quella rivolta ai non cristiani, nei Paesi extraeuropei). Partendo, come ricorda con forza papa Francesco, dalle periferie geografiche ed esistenziali.

Monsignor Spreafico, oggi spesso si ripete che “abbiamo le periferie in casa”, che “la missione è venuta a noi” (si pensi, ad esempio, al fenomeno dell’immigrazione), col rischio però di chiudere un po’ gli orizzonti. Come si può coltivare, nella pastorale ordinaria, la passione per la missione ad gentes?
«Io credo che tenere aperti gli occhi sulla missio ad gentes faccia bene a ciascuno di noi, per capire la missione qui. La missione, infatti, ti dà quello sguardo lontano che ti permette di considerarti come cristiano inserito nel mondo. Perché questo è il vero problema: a volte vediamo solo il nostro particolare, non riusciamo ad uscire dalle nostre mura. La missione educa lo sguardo: per questo credo al valore di questo convegno di Sacrofano, nel quale assistiamo a una partecipazione molto numerosa».

Tuttavia, i giovani – a colpo d’occhio - sono pochi…
«Vero, però non dobbiamo scoraggiarci: la missione ha molto da dire anche a loro. Prendiamo il tema delle periferie, parola-chiave che papa Francesco ripete spesso: questo è un terreno nel quale i giovani ricomprendono il valore di essere cristiani».

Perché?
«
Facciamo un esempio concreto: se uno prova ad accompagnare i giovani dagli anziani, si accorge che essi capiscono che possono cambiare la loro vita e, al tempo stesso, essere cambiati dal contatto con l’altro. In una parola: fanno esperienza della gioia di essere cristiani, toccano con mano che fare il bene dà loro senso. Cosa significa tutto questo? Le periferie vicine educano e, nello stesso tempo, quelle lontane aprono alla scoperta di quelle di casa tua. Davvero la missione “ad gentes” non è un optional, ma un paradigma, una chiave di lettura indispensabile per la vita della Chiesa».

Se dovesse suggerire a un giovane o a una ragazza un buon motivo (qualcosa che scaldi il cuore) per partire oggi come missionario o missionaria, che direbbe?
«I giovani di oggi hanno in sé il desiderio del bene e il sogno che il mondo in cui viviamo possa essere migliore. Molto spesso, però, facciamo fatica ad offrire loro possibilità concrete per realizzare questo sogno. Ora, se si dà ai giovani la possibilità di guardare lontano da sé, di sperimentare un vero incontro con l’altro, le cose cambiano. Pensiamo a coloro che fanno un’esperienza estiva di volontariato o in missione: tornano letteralmente trasformati. Come mai? Perché colgono come la loro vita può essere vissuta a servizio dell’altro, uscendo da sé, dalle proprie abitudini e dai propri schemi. Il mondo della globalizzazione, pieno com’è di paura, ci costringe a fermarci all’io. Con il rischio che ci si rinchiuda nel proprio orticello, perdendo la dimensione del mondo. Così facendo, però, un giovane perde anche la possibilità di dare il proprio contributo al cambiamento. Al contrario, impegnando le proprie energie e i propri talenti per il Vangelo a servizio degli altri, egli scopre che tutto ciò che dona gli ritorna, moltiplicato: è il “centuplo” di cui parla il Vangelo».

I primi viaggi di Papa Francesco guardano in modo deciso all’Asia. Non trova che anche la Chiesa italiana si debba aprire maggiormente a questo continente dove si gioca il futuro del mondo e della missione?
«Lo sguardo all’Asia rimanda al cristianesimo “allo stato originario”, quella situazione in cui Gesù dev’essere ancora annunciato. E questo avviene spesso in contesti difficili. Pensiamo all’estremismo islamista, alla persecuzione dei cristiani… Ma pensiamo anche a bellissime testimonianze di persone che vivono la loro fede con determinazione e coraggio: in Pakistan, ad esempio, la figura straordinaria del martire Shabhaz Bhatti. C’è, però, non dimentichiamo, anche un islam con cui si può dialogare e collaborare: è il caso dell’Indonesia. Ebbene, credo che sì, la Chiesa italiana debba “ri-comprendere” questo mondo lontano: abbiamo poco la percezione di quel che accade a quelle latitudini. La nostra missione è stata soprattutto, sin qui, in Africa e America Latina: l’Asia un po’ ci sfugge, è un mondo in profonda trasformazione che dobbiamo imparare a decifrare. Sollecitati, soprattutto, dal bisogno grande di Vangelo che c’è in questa parte di mondo».

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