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"Camminare insieme"
 

La Chiesa non è proprietà né del vescovo né del parroco

30/03/2017  «I laici vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo»

Gentile don Antonio, nel n. 7 si riporta l’ennesima discussione sulla presenza dei laici nella Chiesa. È dal concilio Vaticano II che si continua a dibattere questo problema senza risultati concreti, non riuscendo a mettere in pratica le indicazioni dello stesso Concilio. Citare solo i diaconi nella partecipazione di una Chiesa più concreta e non i ministri straordinari della Comunione, i catechisti, i consigli parrocchiali, mi sembra molto riduttivo. La realtà, purtroppo, è molto diversa e amaramente riduttiva perché queste partecipazioni laicali sono ancora poco riconosciute dalla gerarchia ecclesiale.

I consigli parrocchiali sono ancora consultivi e non deliberativi. I ministri straordinari sono lasciati molto spesso da soli a gestire una realtà molto importante come quella degli ammalati. I catechisti non hanno un aggiornamento adeguato. Le preghiere dei fedeli durante la celebrazione della Messa sono affidate normalmente al celebrante. La Chiesa è verticistica, mi diceva un buon monsignore. Io che, ormai ultraottantenne, ho passato la mia vita sotto l’ombra del campanile posso dire con serenità che poco è cambiato nella partecipazione dei laici nella Chiesa di cui loro stessi ne fanno parte.

ARMANDO FAVARO

Gentile don Antonio, ho letto la lettera di don Paolo Tondelli di domenica 12 febbraio. Don Paolo è come il bambino che grida alla folla che il re è nudo. Le conosciamo bene le nostre parrocchie: conosciamo i limiti dei laici e dei sacerdoti. Inoltre, se amiamo veramente la Chiesa, ci guardiamo bene dal buttarla in pasto ai mezzi di comunicazione odierni che aspettano il minimo pretesto per sollevare polveroni di scandalo… Così restiamo in panne… e succede che, quando i preti fanno male il loro lavoro pastorale e/o spirituale, neppure il vescovo, spesso, può rimuoverli dalla parrocchia. Clericalismo? Certamente. Si può aggiungere che, purtroppo, il potere temporale del clero non è ancora finito? Se i laici investono energie e tempo nelle cose spirituali, hanno lo stipendio assicurato come i preti? È così impensabile una decisa svolta “democratica” (con tutta la fatica che la parola comprende), con il rispetto dei compiti e dei ruoli, come nelle migliori famiglie quando i figli sono ormai diventati adulti con i quali confrontarsi alla pari? Oppure dobbiamo starcene a guardare “il re nudo” ancora per molto e aspettare che i seminari e le chiese si svuotino del tutto?

LAURA MAPELLI

L’interessante articolo di don Paolo Tondelli è ampiamente condivisibile. Ma c’è un “però”: per quanto attiene la mia esperienza, e non solo nella mia parrocchia, questi laici cui accenna don Paolo scarseggiano. Purtroppo, quando un prete viene assegnato a una parrocchia, nella maggior parte dei casi si trova con un nucleo ristretto di laici, che “gestiscono” la parrocchia da molti anni e, in buona fede, credono di esserne i depositari. È comprensibile, quindi, che i parroci si affidino a loro. Accade però che questi, umanamente, stabiliscano un cerchio attorno a loro, per cui ogni altro laico che voglia inserirsi, collaborare, proporre nuovi progetti, far aprire la comunità anche all’esterno ecc. venga in pratica lasciato fuori. Occorrerebbe sollecitare i parroci a essere più aperti e accoglienti con tutte le forze laiche pronte a contribuire; convincere anche “gli zoccoli duri” a essere più disponibili e collaborativi con tutti coloro che si prestano, anche se non fanno parte del loro giro; uscire, come sollecita papa Francesco, oltre i consolidati confini dei gruppi parrocchiali e rendere la comunità parrocchiale vera fucina di nuove idee e di visibilità esterna, specie nell’attenzione alla pastorale familiare.

GIULIO MARINO

Ho raccolto tre risposte, tra quelle che sono arrivate, alle sollecitazioni di don Paolo pubblicate sul n. 7. Ringrazio tutti i lettori per i loro interventi. Il tema della partecipazione dei laici è sempre di grande attualità. Bisogna vincere il clericalismo, come sottolineavo nella precedente risposta, ma anche rendersi conto che la Chiesa è formata da ciascuno di noi, non è proprietà privata del parroco o del vescovo, né è un semplice centro di servizi a cui far riferimento per alcune tappe della vita.

Una riflessione, però, mi sembra importante, sulla scia delle Costituzioni conciliari Lumen gentium e Gaudium et spes, del decreto sull’apostolato dei laici Apostolicam actuositatem, sempre del Vaticano II, e dell’esortazione di san Giovanni Paolo II Christideles laici.

Qual è il ruolo proprio dei laici nella Chiesa? La Lumen gentium lo identifica nel «carattere secolare». Certo, anche i chierici e i religiosi vivono nel «secolo», cioè nel mondo presente. Tuttavia, «per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio». La Costituzione conciliare, siamo al n. 31, così spiega: «Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e con il fulgore della loro fede, della loro speranza e carità».

In breve, non si tratta solo di “dare una mano in parrocchia”, ma di vivere da cristiani fino in fondo, nella vita di ogni giorno.

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