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domenica 16 gennaio 2022
 
Diseguaglianze
 

La crisi fa bene ai salari dei manager

04/12/2014  Nelle società quotate in Borsa gli stipendi dei vertici aziendali sono aumentati in un anno del 10%. Ennesimo paradosso di un Paese sbilenco. E sempre più diseguale.

Tra i molti modi per misurare la ricchezza (e la diseguaglianze tra ricchi e poveri) uno che fa di solito effetto è guardare alla busta paga dei manager delle società quotate in Borsa. Perché Borsa vuole dire ricchezza e gettarci un occhio, ogni tanto, può essere un utile carotaggio. La relazione 2014 di Assonime (l’Associazione fra le Società italiane per Azioni), appena pubblicata, ci consente di accertare che la remunerazione media degli amministratori delegati delle 230 società italiane quotate è stata (al 31 dicembre 2013) 846 mila euro. Quella dei presidenti è stata di 491 mila euro.

Come inquadrare i dati? Guardando alla loro evoluzione nel tempo. Qui sta la prima sorpresa. Mentre per banche e assicurazioni i salari dei top manager sono calati, non così nel settore non finanziario, «nel quale - dice la relazione - i compensi cash percepiti dai manager di vertice sono aumentati mediamente del 10% nell’ultimo anno, dopo essere calati del 7% nel 2013. L’aumento è sensibile nelle società piccole (+47%) e medie (+9%)». Prima conclusione: la crisi non è come la livella di Totò, non colpisce in modo democratico. Qualcuno resta ricco, anzi, lo diventa di più anche in tempi di magra.

Certo i numeri sono numeri, chiari ma ottusi. E a volte non dicono tutto. Ne prendiamo un altro, per completare. Si chiama indice di Gini, in statistica, serve a definire la diseguaglianza di reddito in una popolazione. Lo "0"  vuol dire massima eguaglianza, "1" massima diseguaglianza. Per comodità a volte si misura in centesimi, da 0 a 100, perché lo scarto anche di pochi centesimi ha un riflesso enorme sui redditi e la vita delle persone. E allora: il coefficiente di Gini in Italia è pari a 31,9 (valore 2011 ultimo dato disponibile), oltre un punto sopra il valore della media dei 27 Paesi Ue (30,7). Due esempi: in Germania è pari a 29, in Francia a 30,8. Ma la cosa interessante, ancora una volta, è osservare cosa è successo a questo indice durante la crisi, o meglio a cavallo di essa.

E qui, purtroppo, non c’è nessuna sorpresa: tra 2004 e 2008 l’indice scende (da 33,2 a 31), perché nel Paese le differenze sono calate, i salari si son livellati, il benessere si è fatto (un po’) più esteso, diffuso, partecipato. Poi dal 2008, l’anno del fallimento della Lehman Brothers, del crollo delle banche mondiali, del rischio default di interi Paesi, delle manovre correttive e del welfare che si contrae, l’indice torna a crescere. L’Italia si impoverisce, ma soprattutto ridiventa piramide, si allunga tra chi ha sempre di più (pochi) e chi sempre meno (molti). E’ una clessidra dal capo coro e la base allargata, sempre più divisa tra chi non arriva alla terza settimana e chi, magari ai vertici di società quotate, vede le buste paga diventare più pesanti.

Numeri per carità. Ottusi, perché non dicono tutto. Ma in certi casi non serve dire molto altro.

 
 
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