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venerdì 10 luglio 2020
 
Lettere in redazione
 

«Caro direttore, mi piace pensare che non esistano gli atei»

27/07/2017  Scrive il nostro lettore Luigi: «E' così importante la distinzione tra atei e credenti? Basta professarsi appartenenti a una di tali categorie per esserlo realmente? Già l’aveva detto il cardinale Martini: la distinzione non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti». Risponde don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana

Caro direttore, è così importante la distinzione tra atei e credenti? Basta professarsi appartenenti a una di tali categorie per esserlo realmente? Mi piace pensare che non esistano gli atei. Quel che conta non sono le dichiarazioni che uno fa, ma i suoi desideri più profondi, «là dove è il tuo tesoro lì sarà il tuo cuore». Anche il nostro vescovo Francesco ebbe a dire in una sua omelia: «Il contrario di credente non è non credente ma idolatra». Già l’aveva detto il cardinale Martini: la distinzione non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti.

Conta ciò che tu desideri, anche al di là di quello che fai. Desideri il potere e il denaro? A poco serve essere finanche cardinale. Con Gesù ciò che conta è la nostra umanità, essa viene al primo posto. Mostrami il tuo uomo e ti dirò chi è il tuo Dio, ribaltava la domanda Ignazio di Antiochia a chi gli chiedeva chi era il suo Dio. Credere in Gesù significa vivere come lui: «Non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio». Siamo figli di Dio nella misura in cui “assomigliamo” al Padre. Facciamo la volontà del Padre nella misura in cui viviamo pienamente la nostra umanità. Se vivi in questa dimensione ti invade una gioia che trabocca e coinvolge chi ti vive accanto. Non ti importa più di estirpare le tue “debolezze”, ci penserà Dio a suo tempo, non ti importa più di fare proseliti, ma vivi relazioni autentiche con tutti.

Non sempre, però, nella Chiesa (almeno finora), c’è stata questa apertura. Per lo più chi non rientrava nei suoi schemi è stato estromesso, considerato eretico, emarginato, privilegiando nella sostanza un principio puramente gerarchico. Così facendo, però, la comunità dei credenti si è isolata, e ha spesso tenuto le distanze, in particolare dai cercatori di verità, giustizia, libertà, bene comune. È giunto il momento di uscire dalle nostre sacrestie asfittiche, come ripete sempre papa Francesco, per dialogare con gli uomini del nostro tempo, per portare il messaggio evangelico all’umanità sofferente e disorientata. Senza temere, come il Vangelo insegna, il rischio di “perdersi”. Fraterni saluti.

LUIGI MAGNANI

Una bella riflessione, anche se non so se gli atei siano del tutto d’accordo. La distinzione da superare è piuttosto tra credenti e non credenti. Credere in Dio Padre e nel suo Figlio Gesù Cristo non può ridursi a un atto formale, ma deve trasformare tutta la nostra vita, deve vedersi attraverso il nostro comportamento da figli. Per questo possiamo entrare in dialogo con tutti. Da questo punto di vista la Chiesa, nonostante alcune chiusure nel corso dei secoli, è sempre stata aperta. D’altra parte, è normale che ogni gruppo sociale si dia delle regole comuni, si organizzi, anche gerarchicamente. Non è di certo un male, se non quando diventa l’unico criterio di appartenenza e impedisce il soffio dello Spirito.

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