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venerdì 07 maggio 2021
 
 

Tunisia, la democrazia è donna

22/11/2012  Dopo le grandi speranze in seguito alla cacciata di Ben Alì, l'avanzata dell'islam radicale desta molte preoccupazioni. Ma le donne della Tunisia resistono ai propositi integralisti.

Il primo ministro Hamadi Jebali alla Fiera del libro di Tunisi (foto del servizio: Reuters).
Il primo ministro Hamadi Jebali alla Fiera del libro di Tunisi (foto del servizio: Reuters).

Dal tassista alla direttrice dell’Association tunisienne des femmes démocratiques (ATFD), dalla presidente di Amnesty International Tunisia al giovane disoccupato, tutti sfoderano il più smagliante dei sorrisi quando gli nomini il 14 gennaio 2011. Se dici  23 ottobre 2011, però, cambiano decisamente umore. A poco più di un anno dalle elezioni della Assemblea Nazionale Costituente - l’organismo che avrebbe dovuto redigere la Costituzione e indire nuove elezioni per la formazione di un Parlamento - in Tunisia, nuvole sempre più oscure si addensano all’orizzonte.

“Credevamo di poterci finalmente  riposare", dice Sondéss Garbouy,  la presidente di Amnesty International Tunisia, oberata di lavoro nell’era del dittatore Ben Ali, "ma registriamo continui attacchi ai diritti degli individui”. Liberatisi di Ben Ali e dato il via al processo elettorale, i tunisini si sono trovati ad affrontare le prime elezioni post-dittatoriali con entusiasmo. Negli otto mesi scarsi che hanno separato la cacciata del dittatore dalla tornata elettorale, però, un soggetto politico del tutto estraneo alla Rivoluzione dei Gelsomini ha realizzato un processo capillare di penetrazione sociale.

Ennhada, il partito di ispirazione islamica che ha ottenuto la maggioranza dei voti, è riuscito a convincere centinaia di migliaia di cittadini con una campagna degna delle migliori strategie politiche. “La sua leadership", spiega Andrea Amato, presidente dell'Istituto per il Mediterraneo, "arriva in gran parte dall’Europa, da un contesto di radicalizzazione della propria fede religiosa in opposizione all’Occidente. In questi mesi, poi, molti giovani stanno tornando in Tunisia per prendere parte al processo di islamizzazione del Paese”.

Infilatasi nel vuoto di potere innescato dalla Primavera e sostenuta da poderose iniezioni di liquidità saudita, Ennhada ha iniziato opere sociali, distribuito fondi alle famiglie dei martiri della Rivoluzione, dato lavoro a giovani e conquistato alla causa migliaia di tunisini. L’ aura di purezza degli islamisti più radicali, poi, derivante da anni di durissima persecuzione bagnata nel sangue, ne ha fatto degli eroi della Nuova Tunisia. E ora, il Paese che fin dal 1956, con l’avvento di Habib Burghiba al potere, vantava una delle legislazioni più avanzate dell’area (suffragio universale, poligamia illegale, età minima e consenso per il matrimonio, divorzio al posto del ripudio), si trova a fare i conti con la reale possibilità di divenire uno Stato governato dalla Shari'a.

Scongiurata la possibilità che la Costituzione ospitasse il concetto di complementarità e non di uguaglianza dei sessi grazie a imponenti manifestazioni, nel dibattito politico irrompe l’istanza del principale partito al Governo che punta a inserire nell’Articolo 1 il concetto di “Stato Islamico” al posto di “nazione a maggioranza musulmana”. Se prima una donna veniva fermata perché indossava il velo,  ora avviene esattamente il contrario.

Ma sono proprio loro, le donne, a rappresentare probabilmente il motivo maggiore di speranza. Nell’Assemblea Nazionale Costituente ne siedono una sessantina, il 26%, e molti ripongono nelle loro capacità di dialogo, le attese di un futuro pacifico e democratico. “Le rappresentanti di vari partiti, ONG, del mondo del sindacato e dell’imprenditoria, incontrate assieme alle mie colleghe", dice Silvia Costa, a Tunisi come membro della delegazione ufficiale della Commissione Donna dell’Europarlamento, "mi hanno fatto un’impressione molto positiva. La volontà di superare ogni dissidio e trovare una composizione è evidente. La stessa Meherzia Labidi, di Ennhada, vice presidente dell’Assemblea, alle nostre preoccupazioni riguardo le proposte troppo confessionali del suo partito, ha risposto che alla fine prevarrà un senso comune”. 

Il mix di laicità e ritorno alla tradizione, ben sintetizzato da tante donne che tirano il velo fuori dal cassetto ma che non pensano affatto a uno Stato teocratico, è una delle basi su cui costruire la nuova Tunisia. Ma il grosso problema di oggi è anche, e forse soprattutto, l’economia. Il 2011 ha fatto registrare il tasso di Pil più basso della storia post-coloniale, la disoccupazione è ormai al 20%, mentre il modello neo-liberista di Ennhada non sembra trovare molti consensi.  “Ma non dite che stavamo meglio prima", sorride Souha Ben Othman del direttivo politico di Nida Tounes, principale partito di opposizione, "ora siamo liberi, la cosa più importante”.  

Una manifestazione di militanti dell'opposizione.
Una manifestazione di militanti dell'opposizione.

“Il 14 gennaio 2011", spiega Nadia Hakimi, direttrice dell’Association tunisienne des femmes démocratiques (ATFD) nella centrale sede di Rue della Libertè, la voce rotta dalla commozione, "resterà sempre nel mio cuore. Vedere un popolo unito urlare davanti al ministero degli Interni “Ve ne dovete andare...libertà, giustizia...” è stata per me e per tanti un’emozione unica. Ma la gioia incontenibile di quel giorno dopo anni di oppressione, si sta trasformando in un triste ricordo”.

All’entusiasmo della piazza che, assieme al sacrificio dei martiri della Rivoluzione dei Gelsomini, ha incendiato un’intera nazione, ha fatto seguito in Tunisia un senso di totale disorientamento e  generato l’impressione che si stia facendo - come recita un appropriato slogan di Amnesty International coniato proprio  per l’attuale situazione tunisina -  “un passo avanti e due indietro”. 

“Per decenni", riprende la Hakimi, "abbiamo accolto nel nostro Centro di Ascolto le migliaia di donne che si rivolgevano a noi in cerca di giustizia e riscatto. I nostri attivisti, poi, hanno lavorato in tutto il Paese instancabilmente per mesi, assieme a volontari di partiti o di altre associazioni, in alcuni casi porta a porta, per convincere i concittadini a iscriversi alle liste. Siamo riuscite a ottenere una composizione di liste secondo cui a un candidato uomo seguiva obbligatoriamente uno donna. E per cosa? Per far prendere a Ennhada tutti quei voti? O per capire che gran parte di quei voti, provenivano proprio dalle donne? Mi creda, è stato un vero e proprio shock".

Per tre mesi", aggiunge la Hakimi, tradendo la sua ingenuità politica e quella di molti altri interlocutori nel Paese, "sono rimasta incredula”. Nessuno si sogna di criticare le scelte di fede di tanta parte della popolazione, né quelle che sono alla base di un successo elettorale in nome, in gran parte, dell’appartenenza all’Islam "puro". Gli islamisti e i salafiti hanno sempre opposto un rifiuto totale a qualsiasi forma di compromesso col regime precedente, e ora riscuotono i dividendi. 

Ciò che preoccupa è il tentativo di fare di un Paese che non ha mai conosciuto radicalismo religioso e che, in quanto a diritti femminili,  è il più emancipato dell’area, un califfato in cui regni la Shari'a. “Ennhada vuole introdurre nella Costituzione articoli che vanno contro i principi di democrazia; parlano di legge islamica, di condanne pesanti per ogni forma di attacco al sacro, di riduzione delle libertà di stampa. Si moltiplicano le aggressioni ai commercianti che vendono alcool  mentre la sensazione è che le violenze salafite non siano mai condannate con la giusta fermezza”.

Ma c’è di più. Le inquietudini non riguardano solo l’attacco alla laicità dello Stato e i tentativi di islamizzare il Paese. Il rischio anarchia, complici anche gli allarmanti livelli dell’economia nazionale, è alle porte. “È passato più di un anno dalle elezioni", spiega Youad Ben Rejeb dell’esecutivo di ATFD, "ma non abbiamo ancora una nuova Costituzione. Rischiamo di arrivare alle prossime elezioni (giugno 2013, n.d.r) senza avere promulgato l’impianto di leggi più importante. Senza parlare della sicurezza dei cittadini. Ci sono scontri ogni giorno; a Tataouine, a fine ottobre, alcuni sostenitori della maggioranza e attivisti di NidaTunes si sono affrontati e il coordinatore del principale partito d’opposizione, Lotfi Naqdh, è morto”.

Le critiche sono anche per le strategie economiche giudicate in continuità col vecchio regime. “In un anno", dice ancora Yoaud, "la situazione economica della Tunisia è peggiorata, i giovani, laureati o delle fasce più povere, sono ormai accomunati da un futuro incerto”. E le speranze di restare nel proprio Paese e costruirsi un futuro, dopo le attese della Rivoluzione, tornano a essere frustrate.

Ma le donne non mollano. Stanno lavorando alla costituzione di una commissione trasversale di elette che lavori a proposte costituenti e disegni un futuro democratico per la Tunisia. “Se volete risolvere una questione impossibile", finalmente sorride Hakimi, "affidatela a noi”.        

Preghiera collettiva nello stadio di Tunisi.
Preghiera collettiva nello stadio di Tunisi.

A guardare i muri anneriti dal fumo, le sale una volta piene zeppe di ex voto e ora vuote e desolate, a sentire ancora la puzza di bruciato e osservare i volti atterriti della gente, si capisce meglio cosa sta succedendo alla Tunisia, fino a ieri madre di tutte le Primavere e culla della laicità, oggi preda di un inaspettato quanto aggressivo integralismo.

Il santuario di Sayyida Aisha Manoubia, a La Manouba, un sobborgo alla periferia di Tunisi, ha una secolare tradizione di perfetta integrazione con il popolo e di radicamento religioso dai contorni affascinanti. Dedicato a una santa mistica islamica vissuta nel XIII secolo formatasi alla tradizione Sufi, e riferimento spirituale di tutta la Tunisia e il Maghreb, fino a poco tempo fa veniva visitato da centinaia di fedeli al mese che qui trovavano un accogliente approdo, oltre che un’occasione di esperienza ascetica. Al suo interno si trovano celle che ospitano per brevi periodi donne in difficoltà e una mensa che provvede regolarmente al cibo di indigenti della zona, mentre la domenica si anima di una meravigliosa cerimonia per sole donne durante la quale, dopo aver danzato allo stile dei dervisci, cantato e pregato, le fedeli vivono un agape consumando il pasto assieme.

Alcune settimane fa, il mausoleo di  Sayyida Aisha Manoubia è stato attaccato e dato alle fiamme per la prima volta nella sua lunga storia, da un gruppo di facinorosi wahabiti. Alcuni uomini, calatisi dal tetto, sono penetrati nell’atrio dell’edificio sacro e hanno appiccato il fuoco contro la sala dove venivano conservati ex-voto assieme a offerte da destinare ai poveri, e la stanza per la preghiera in cui vi erano numerose copie del Corano. La donna custode del luogo, che ha provato a opporre resistenza, è stata brutalmente malmenata e minacciata e ora versa in gravi condizioni nel vicino ospedale.

“È la prima volta nella storia di questo santuario di che subiamo un attacco simile", spiega sconvolta una delle anziane donne preposte all’accoglienza, "la gente ci vuole bene da secoli e siamo stati sempre amati da tutti i tunisini che vengono a pregare qui da tutto il Paese”. È mattina nel magnifico santuario, ma già la gente che lo visita è molta. Tra le donne sterili che chiedono la grazia di una gravidanza, famiglie con problemi economici, poveri del sobborgo, c’è smarrimento e paura. “Questo santuario è aperto tutti i giorni", dice con dolcezza una della visitatrici: "È un luogo pacifico, che non è contro nessuno; al contrario qui si fa solo del bene. E allora perché proprio noi?”.

E perché, poi, adesso? Le domande, purtroppo, suonano retoriche alle orecchie di una delle responsabili: “Perché siamo donne, perché non siamo considerate musulmane, perché nella nuova Tunisia per esperienze come questa  non c’è più spazio”. È davvero impazzita la Tunisia dal volto storicamente mite e tollerante? L’UNESCO, a seguito dell’attentato, ha lanciato un allarmante appello perché i luoghi sacri, rappresentanti di bellissime culture millenarie, vengano risparmiati. Il loro valore, oltre che nella cultura e nella fede, cara a milioni di persone, risiede nel modello di società che esprimono. La scuola sufi in cui Aicha si è formata, è quella andalusa di Ibn Arabi, che professava l’assoluta eguaglianza di uomini e donne oltre che il sostegno reciproco nella meditazione spirituale e la convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani.

Ma nessuno può accusare Sayyida Manoubia e i suoi fedeli di sincretismo o abiura della fede. Come spiega la studiosa tunisina Emma ben Miled, la santa era famosa per aver recitato il Corano 1.620 volte nella sua vita e quando il maestro sufi marocchino Sidi bel Hassen decise di lasciare la Tunisia per l'Egitto, promosse proprio lei al grado di Kôtb, il livello spirituale più elevato della scuola. È a lei e alle sue sagge doti di donna di pace che oggi tornano con insistenza a rivolgersi i tanti suoi seguaci. Hanno ancora bisogno di ritrovare quella gioiosità mistica che il luogo emana. Anche la Tunisia.

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