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martedì 22 settembre 2020
 
 

La famiglia e la pastorale matrimoniale

30/07/2012  Solo la riscoperta del legame forte che il Battesimo istituisce tra gli Sposi e Cristo getta una luce nuova sulla coppia, capace di estendersi anche ai figli e all’intera comunità

Il Matrimonio e la famiglia sembrano essersi spenti e infiacchiti. Invece di riflettere la luminosa vitalità del sacramento che li ha resi partecipi dell’amore di Dio, mostrano un tetro grigiore. Solo la riscoperta del legame forte che il Battesimo istituisce tra gli Sposi e Cristo, getta una luce nuova sulla coppia, capace di estendersi anche ai figli e all’intera comunità dei credenti.

Siamo entrati nell’anno che segna il cinquantesimo anniversario dell’inizio del concilio Ecumenico Vaticano II. Nelle previsioni di Papa Giovanni XXIII avrebbe dovuto trattarsi di un evento della durata di appena qualche mese, invece portò un profondo rinnovamento nella Chiesa e rese necessaria un’attenta e lunga riflessione. Le bozze delle Costituzioni Conciliari erano ben diverse dai testi definitivi: fu necessario un grande lavoro di condivisione, che portò agli attuali documenti e lo Spirito rivestì di fecondità nuova la Chiesa sua Sposa. Questo orizzonte può essere percepito, in modo speciale, in un brano (n. 48) particolarmente affascinante della Gaudium et Spes: «L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dall’azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e assieme rendono gloria a Dio».

Immediatamente, dinanzi a questo orizzonte l’animo viene portato alle alte vette della spiritualità, dove si respira l’armonia originaria, il vertice della comunione fra uomo e donna, e si è ricondotti a quel “In principio” dell’inizio della creazione (cfr. Mt 19,1-12 e Gen 2,24). So bene che tutto questo è profondamente vero ma, nell’esperienza concreta di molti, talvolta nelle comunità cristiane, manca questo profumo del sacramento e, di conseguenza, manca il profumo di famiglia. Normalmente quando si entra in una Chiesa si cerca il Tabernacolo, segno ben visibile che irradia tutto il luogo di luce nuova. Ma, se usciamo dalle pareti della Chiesa, sembra che il “sacramento sociale”, come è definito insieme al sacramento dell’Ordine dal Catechismo della Chiesa Cattolica, risulti meno visibile. Cosa rende meno visibili nella società molti dei sacramenti del Matrimonio celebrati in questi anni?

Mi sembra che il punto debole del sacramento del Matrimonio sia che esso vive in pienezza la luce dello Spirito, solo se si nutre della fecondità degli altri sacramenti e, soprattutto, se resta in simbiosi con la comunità cristiana. Infatti, lo Spirito Santo dimora nella Chiesa e la piccola chiesa domestica può vivere solo nel respiro della Chiesa universale: «Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). (...) Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: “Vieni” (cfr. Ap 22,17)».

Sembra che si sia smarrita questa consapevolezza dell’essere figli di Dio Padre e della Chiesa Madre in molti di coloro che oggi si accostano al sacramento delle nozze. Ma credo che questo sia vero anche per chi, sposato da tempo, ogni giorno deve riscoprirsi figlio dinanzi a Dio, per poter ritrovare la comunione con il proprio coniuge o per essere autenticamente padre o madre, cioè per un’educazione che sia generativa dinanzi alle inquietanti domande provocatorie dei propri figli, in particolare degli adolescenti.

La novità sapiente del nuovo Rito del matrimonio risiede proprio nell’attenzione al contesto sociale, culturale e religioso che stiamo vivendo. Siamo infatti in una società che ha smarrito, in gran parte, al suo interno i segni della fede, con molte donne e uomini battezzati che non vivono più la pratica religiosa. Nell’introduzione, al n.7, si dice: «Nell’esperienza pastorale italiana si verifica sempre di più il caso di coppie che, pur non avendo maturato un chiaro orientamento cristiano e non vivendo una piena appartenenza alla Chiesa, desiderano la celebrazione religiosa del Matrimonio, essendo battezzati e non rifiutando esplicitamente la fede».

Questa attenzione non soltanto ha prodotto il secondo capitolo, quello dedicato alla “Celebrazione del Matrimonio nella Liturgia della Parola”, con una cura particolare verso chi si è allontanato da tempo dalla pratica dell’Eucaristia, ma ha permesso di mettere al centro di tutta la celebrazione la dimensione battesimale e, di conseguenza, di dare notevole risalto alla comunità cristiana al cui interno si celebrano le nozze. Fin dall’inizio della celebrazione è prevista la memoria del Battesimo che, se possibile, avviene presso il fonte battesimale.

Appare chiaro che, d’ora innanzi, quelle due candeline che furono consegnate ai promessi sposi da piccoli, in quel giorno delle nozze sono chiamate a unirsi e a diventare un’unica luce. Il loro Battesimo si compie nell’iniziare il viaggio nuziale. Questo per noi è particolarmente importante, perché ci offre un’indicazione chiara: di ri-partire dal Battesimo.

In questi ultimi anni si è cercato di sottolineare l’aspetto della “sponsalità”, cosa comprensibile, visto anche come si era insistito per secoli sulla concezione di “verginità” come via quasi esclusiva di santità. Credo sia venuto il tempo di illuminare la nozione di “figliolanza” , come esperienza generativa e fondante per ogni persona umana. La questione di fondo è che il Matrimonio è un sacramento per persone adulte, sia nella crescita umana sia nella fede, mentre ci troviamo sempre più spesso, nei percorsi per fidanzati, dinanzi a persone che, nonostante l’innalzarsi dell’età, non sono cresciute pienamente, né nella dimensione della maturità umana e tantomeno in quella spirituale. Occorre allora una riscoperta del Battesimo in chiave sponsale.

Cioè, siamo chiamati ad accompagnare, un passaggio dalla “figliolanza” alla “coniugalità”, e dalla “coniugalità” alla “genitorialità”. Alla nozione di figliolanza potemmo accostare la virtù della “pietà” (la capacità di relazionarsi, piangere con chi piange e gioire con chi gioisce); alla coniugalità, la virtù della “castità”, quella che nella cultura russa è chiamata la “sapienza integrale” (la forza di un amore oblativo nel corpo e nello spirito); alla genitorialità, la virtù della “fortezza” (la forza di resistere nelle decisioni prese). Mi torna in mente un’immagine esemplificativa, quella di san Francesco che, nel Vescovado di Assisi, dinanzi a Bernardone dice «finora ho chiamato te padre sulla terra ma ora posso dire Padre nostro...». Francesco non lascia la casa paterna solo fisicamente, ma lascia la mentalità del padre e i suoi criteri di vita, il devozionalismo della madre e la sua religiosità confusa con il mondo borghese.

Rinasce come figlio libero, della libertà dei figli di Dio, e sposa Madonna Povertà. Potremmo dire che, rinascendo, impara finalmente quell’Amore principio della comunione, che i suoi genitori erano impossibilitati a offrirgli come prospettiva. Molti oggi non entrano più in Chiesa e non godono della luce del tabernacolo. È allora necessario che i sacramenti del Matrimonio divengano riflesso della luce del tabernacolo, nei palazzi, nei quartieri, nelle città. Occorre sollecitare questa riscoperta della figliolanza in tutte le coppie di sposi che fanno parte delle nostre comunità ecclesiali.

È solo divenendo sempre più figli di Dio che si può essere realmente sposi, e divenire autentici genitori capaci di generare i propri figli alla vita in pienezza, conducendoli alle sorgenti della vita eterna. È proprio la riscoperta della figliolanza che può aprire nuovi orizzonti di senso e riempire di forza nuova la vita sponsale e il compito genitoriale. Per avviare questi nuovi orizzonti non è necessario organizzare in modo nuovo la pastorale, basta darle un’anima nuova che metta al centro la verità comunionale dell’essere umano, la coppia sponsale e la famiglia.

Si tratta allora, per esempio, di accompagnare quei genitori che chiedono il Battesimo per il proprio figlio a riscoprire il loro stesso Battesimo per vivere in pienezza la fecondità dello Spirito. Così potranno aprirsi a riscoprire il dono che hanno ricevuto dall’alto il giorno delle loro nozze.

La vera luce nelle nostre comunità ecclesiali può quindi venire dal riportare quell’archetipo, cioè modello originario, di cui ultimamente, e in più occasioni, ha parlato il Santo Padre Benedetto XVI, nel vissuto quotidiano di tante coppie di sposi che stanno attendendo di rivivere il miracolo di Cana di Galilea. Molto spesso, nei primi anni di matrimonio, si corre il rischio di divenire genitori molto efficienti, cessando però di essere coppia sponsale. È possibile invece far esplodere la Grazia del sacramento delle nozze in chi si sta avvicinando all’idea del matrimonio, ma anche in chi da tempo, pur restando nella stessa casa, non vive più il profumo del vino di Cana.

Vi sono coppie di sposi dove tante cose non dette, un perdono mancato, alcune sofferenze, hanno finito per indurire il cuore, e in quella casa non si vive più il fuoco della piccola “chiesa domestica” che illumina i palazzi, i quartieri, le città. Da questo ri-accendersi del profumo nuziale dipende l’incisività della presenza degli sposi nelle nostre comunità ecclesiali e civili e anche il loro compito di genitori. Occorre allora tornare a far ri-appassionare alla Chiesa tanti sposi che, pur avendo celebrato il Matrimonio religioso, hanno perso il legame fecondo con la comunità cristiana. In tal modo si esprimeva un illuminato documento della Cei del 1975, Evangelizzazione e sacramento del Matrimonio (n. 43): «Per i battezzati il patto coniugale è assunto nel disegno salvifico di Dio e diventa segno sacramentale dell’azione di grazia di Gesù Cristo per l’edificazione della sua Chiesa. Per questo è stata sempre sentita l’esigenza che la decisione e la scelta degli sposi cristiani fossero espresse dinanzi alla Chiesa secondo le modalità da essa stabilite. In tal modo il patto coniugale, segno e strumento dell’azione del Salvatore, è costitutivo della coppia cristiana, facendola partecipe del vincolo sponsale di Cristo con l’umanità redenta».

Sostenere la riscoperta della figliolanza vuol dire vivere una vera e propria conversione pastorale, acquisendo la famiglia come “soggetto” e quindi come “metodo” della pastorale. In una famiglia con più figli occorrerà, da parte dei genitori, avere criteri educativi chiari da tradurre nelle diverse sensibilità e attitudini di ogni singolo figlio. Mi piace immaginare la Chiesa come una buona madre di famiglia che compra della carne di ottima qualità e con essa nutre in modo diverso i suoi figli a seconda dell’età: per il più piccolo l’omogeneizzato, per altri i pezzettini e per i più grandi la fettina intera. Occorrerà allora creare nelle parrocchie itinerari diversificati di riscoperta del Battesimo in chiave sponsale.

In tal senso sarà necessario accogliere tutta la ricchezza e la fantasia creativa donata dallo Spirito Santo, per far vivere a ogni famiglia, in modo diverso, il suo compito comunionale, come precisano i Vescovi Italiani negli Orientamenti Pastorali per il decennio, al n. 38: «La famiglia va dunque amata, sostenuta e resa protagonista attiva dell’educazione non solo per i figli, ma per l’intera comunità. Deve crescere la consapevolezza di una ministerialità che scaturisce dal sacramento del Matrimonio e chiama l’uomo e la donna a essere segno dell’amore di Dio che si prende cura di ogni suo figlio. Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le famiglie devono a loro volta aiutare la parrocchia a diventare “famiglia di famiglie”».

C’è quindi una ministerialità specifica degli sposi che va stimolata e che, se armoniosamente legata alla ministerialità di comunione dei presbiteri, può efficacemente edificare la comunità cristiana. L’orizzonte ci è dato da 1Pt 2,4-5: «Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo (1Pt 2,4-5)». Si tratta allora di rendere feconde, come fu per Abramo e Sara, queste “pietre”, attraverso Colui che ha la potente Grazia di trasformare delle pietre in “figli di Abramo” (cfr. Mt 3,9). Intendo dire che tanti sacramenti del Matrimonio, nelle nostre comunità parrocchiali, non sono mai germogliati pienamente, in tutta la feconda potenza della Grazia sponsale.

In molti casi ci troviamo dinanzi a una pastorale molto spinta sull’individuo e non sulla Grazia sponsale dei coniugi. In altri casi vi sono gruppi di sposi che sono un’élite, ristretta a pochi membri. Occorrono allora vie differenziate per coinvolgere gli sposi già presenti nelle varie associazioni, movimenti e nuove comunità, e per arrivare ad avvicinare anche coloro che da tempo si sono allontanati dalla comunità ecclesiale. Per questo non potrà essere sufficiente un’unica modalità, ma occorrerà pensare la parrocchia a cerchi concentrici, con cammini differenziati, attenti ad accogliere con cuore aperto e con la stessa tenerezza del Padre misericordioso verso il figlio che si era smarrito, ogni fratello che torna, cioè i cosiddetti “ricomincianti” (cfr. Lc 15,20). È davvero spiacevole quando in una Chiesa c’è una persona o addirittura un gruppo di persone che se ne sentono proprietarie, guardando perfino in modo ostile chi non è del proprio gruppo. Credo che questo avvenga quando non si è conosciuto abbastanza il Padre, come nel caso del figlio che si ritiene fedele (cfr. Lc 15,29-32). Perché, se conosci davvero il Padre, ogni uomo è tuo fratello.

È proprio questo profumo di familiarità la caratteristica primaria della pastorale familiare, che anche rispetto ad altri Uffici pastorali può vivere il suo compito comunionale, così come invita il Direttorio dei Vescovi Italiani al n. 97: «La famiglia è di sua natura il luogo unificante oggettivo di tutta l’azione pastorale e deve diventarlo sempre di più, sicché dovrà diventare abitudine acquisita considerare i riflessi e le possibili implicazioni familiari di ogni azione pastorale che viene promossa. La pastorale familiare, in altri termini, è e deve essere innestata e integrata con l’intera azione pastorale della Chiesa, la quale riconosce nella famiglia non solo un ambito o un settore particolare di intervento, ma una dimensione irrinunciabile di tutto il suo agire»7. È proprio quel profumo di familiarità che scaturisce dalla fecondità dello Spirito Santo, il vero motore della comunione, che porterà attraverso le famiglie nuovo ossigeno alle nostre comunità ecclesiali.

Tutto questo non si realizza con coppie di sposi fiere della loro forza, anzi «chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere»(cfr.1 Cor 10,12), ma in coloro che vivono in un perenne stato di conversione. La società attuale non sostiene il matrimonio, e vivere la fedeltà coniugale, in ogni suo aspetto, è sempre più difficile. Occorre allora spalancare le porte del cuore all’incontro fra la potenza dello Spirito e la nostra umana debolezza.

Oggi il peso dei ritmi lavorativi, la pressione della crisi economica, e la fatica nell’accompagnamento educativo dei ragazzi e degli adolescenti sta mettendo a dura prova molte famiglie. Occorre allora tornare a offrire l’abbraccio della Trinità a tanti sposi feriti da avvenimenti difficili e sentimenti contrastanti, o che magari hanno smarrito la speranza. Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (cfr. 2 Cor 4,7-10).

Vorrei allora, a questo proposito, concludere la trattazione con un’esperienza particolare, quella di un figlio disabile che aiuta il proprio genitore a ritrovare la speranza.

È la storia di Marco (il nome è immaginario, ma la storia è vera), un bambino che, probabilmente per un errore dei medici, nello sviluppo ha riportato gravi menomazioni. Non riesce a imparare a parlare e non sa coordinare i movimenti. Fin da piccolo però, manifesta un’intelligenza vivace che solo chi sa comunicare con il cuore riesce a cogliere.

La mamma gli vuole un bene enorme, ma il papà non riesce ad accettare che suo figlio, il suo unico figlio viva così. Spera in un miracolo: si convince che al momento della pubertà cambierà qualcosa e il suo bambino potrà tornare normale, come tutti gli altri. Ma ciò non accade. E quando Marco arriva a compiere 14 anni, una notte, il papà se ne va di casa portandosi tutti i risparmi e lasciando la moglie e il figlio nella più totale disperazione. Lei, infermiera che non aveva mai esercitato, si ritrova senza soldi, senza un lavoro e con un figlio che ha bisogno di assistenza continua. Si dispera e, davanti al ragazzo, parlando con un’amica, inveisce contro il marito. Marco cerca di dire qualcosa ma non riesce. Allora, con fatica si trasferisce nella sua stanza e inizia un lungo lavoro alla tastiera del computer.

A lui occorre moltissimo tempo perché continuamente, non riuscendo a coordinare i movimenti, sbaglia i tasti. Finché, fa segno alla mamma di entrare nella sua camera e lei legge sul monitor questa scritta: «Quando ti deciderai a vedere, oltre il volto del crocifisso, quello del risorto?».

La madre lì per lì si sente profondamente ferita, arrabbiata, non compresa. La notte non dorme finché nel culmine del suo Getsemani invoca l’aiuto dello Spirito e si addormenta esausta.

Al risveglio, con una serenità interiore che ha l’aria del miracolo, si veste in fretta e inizia a girare gli ospedali della sua provincia e dopo una settimana è assunta come infermiera nell’ospedale della sua città.

Così la “ferita” diventa “feritoia” e la famiglia di questo ragazzo rinasce dalla sua stessa debolezza nella fecondità dell’ascolto dello Spirito.

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