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sabato 10 aprile 2021
 
 

La fede estrema di fratel Ettore. L'invadente sesto volume di "Vite esagerate"

21/07/2016  Emanuele Fant, la cui fede è nata grazie al contatto diretto con il religioso, parte da un fatto di cronaca nera per raccontare un uomo che «entrava come un fulmine nella tua vita»

Poteva una collana di libri che si chiama “Vite esagerate” prescindere da fratel Ettore? La risposta è nel libro di Emanuele Fant, disponibile con Famiglia Cristiana, che fin dal titolo entra nel cuore della questione: L’invadente. Fratel Ettore, la virtù degli estremi.
Emanuele Fant conosceva molto bene fratel Ettore. «L’ho incontrato quando ero una persona diversa, facevo parte di una band di ragazzini punk, lontani dalla Chiesa. In cerca di esperienze estreme, siamo rimasti affascinati da lui, dal suo affidamento alla Provvidenza, da quei “corpi” di poveracci di cui si circondava. Abbiamo cominciato a frequentare come volontari la sua comunità. In età adulta, poi, suor Teresa Martino, che ha raccolto l’eredità di fratel Ettore, mi ha chiesto di lavorare con loro e di fondare un teatro dentro la comunità. La mia fede è nata così».
Proprio alla fine della rappresentazione di uno spettacolo dedicato al religioso di cui era regista, Fant ha ricevuto la proposta di scrivere un libro su di lui: «Ero imbarazzato, perché avevo già pubblicato un volume sulla sua figura, ma mi è stato risposto semplicemente: “Scrivine un altro, più bello”».
Se il primo libro raccontava l’incontro di un adolescente con fratel Ettore, “L’invadente” mette a fuoco «il tema della “vita esagerata”, della persona estrema che non chiede “per favore”, ma come un fulmine entra nella tua vita». “Invadente”, “estremo”, “esagerato”, è questa la cifra di fratel Ettore, che nel libro di Fant si traduce anche nella tematizzazione di un contrasto che può sorgere all’interno delle comunità parrocchiali: «Racconto l’opposizione fra la parrocchia che vive la fede nella quotidianità e lo stile estremo del religioso, proprio dei santi. Per me, sono due strade che portano entrambe alla santità; e questa dialettica è vitale per entrambe le prospettive».
Il libro muove da uno spunto di cronaca: l’uccisione di una parrocchiana da parte di uno dei poveri di fratel Ettore. «Un episodio reale, avvenuto negli anni Ottanta, di cui sono venuto direttamente a contatto perché su mandato di suor Teresa ho avuto l’incarico di svuotare i cassetti del religioso per costruire un archivio. Ho ritrovato articoli, con a margine le sue annotazioni. Però non volevo scrivere un romanzo di cronaca: attorno a quel nucleo, ho lavorato con l’immaginazione, consegnando al lettore – grazie alla conoscenza diretta, alle letture, ai video visti – un personaggio credibile e luoghi e situazioni verosimili».
Dunque fratel Ettore è un esempio da seguire, come ci si chiede a un certo punto del romanzo? «È una questione aperta, io stesso non direi serenamente di sì. Molti che l’hanno seguito alla lunga non ce l’hanno fatta, però una cosa è certa: il suo modo totalizzante di vivere la fede e di affidarsi alla Provvidenza sono un modello e, varcando le porte della sua comunità, si percepisce che è una realtà vera».

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