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domenica 19 maggio 2024
 
udienza generale
 

«No alle torture dei prigionieri di guerra»

17/04/2024  Francesco parla della temperanza, l'ultima delle quattro virtù cardinali. E ricorda che già i greci la descrivevano come la capacità di avere potere su se stessi «per non farsi travolgere da passioni ribelli». E infine ricorda i popoli che patiscono la guerra e condanna la tortura dei prigionieri come «inumana»

L’anelito alla felicità. Ne parlava già Aristotele interrogandosi sul perché, anche se tutti la cerchiamo, in pochi riescono a raggiungerla. Per i greci, sottolinea il Papa nella catechesi del mercoledì che conclude il ciclo su I vizi e le virtù, la pratica di queste ultime «aveva come obbiettivo la felicità». Spiega l’ultima delle quattro virtù cardinali, la temperanza, e riprende il termine greco enkráteia, che «significa letteralmente “potere su sé stessi”. La temperanza ha un potere su se stesso. Questa virtù è dunque la capacità di autodominio, l’arte di non farsi travolgere da passioni ribelli, di mettere ordine in quello che il Manzoni chiama il “guazzabuglio del cuore umano”».

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica «la temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore».

Francesco spiega che, dunque, «la temperanza, come dice la parola italiana, è la virtù della giusta misura. In ogni situazione, si comporta con saggezza, perché le persone che agiscono mosse sempre dall’impeto o dall’esuberanza alla fine sono inaffidabili. Le persone senza temperanza sono inaffidabili, sempre». E invita, «in un mondo dove tanta gente si vanta di dire quello che pensa», di «pensare quello che si dice. Capite la differenza? Non dire quello che mi viene in mente così, ma pensare quello che devo dire». Non fa promesse a vanvera, ma assume impegni nella misura in cui li può soddisfare.

Occorre essere temperanti anche con i piaceri, agire con giudizio. «Il libero corso delle pulsioni», dice il Pontefice, «e la totale licenza accordata ai piaceri, finiscono per ritorcersi contro noi stessi, facendoci precipitare in uno stato di noia. Quanta gente che ha voluto provare tutto con voracità si è ritrovata alla fine a perdere il gusto di ogni cosa! Meglio allora cercare la giusta misura», come si fa, per esempio, con un buon vino. Lo si apprezza assaporandolo a piccoli sorsi e non ingurgitandolo d’un fiato.

E poi la persona temperante sa anche dosare le parole, non rompe una relazione per un momento di rabbia, ma pesa quello che dice. Specialmente nei contesti familiari quando le inibizioni si abbassano e tutti «corriamo il rischio di non tenere a freno tensioni, irritazioni, arrabbiature. C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere, ma entrambi richiedono la giusta misura».

Ma, sottolinea il Papa, anche se la persona temperante sa controllare la propria irascibilità non sarà sempre sorridente. D’altra parte, a volte «è necessario indignarsi, ma sempre nella giusta maniera. Queste sono le parole, la giusta misura e la giusta maniera. Una parola di rimprovero a volte è più salutare rispetto a un silenzio acido e rancoroso. Il temperante sa che nulla è più scomodo del correggere un altro, ma sa anche che è necessario: altrimenti si offrirebbe libero campo al male. In certi casi, il temperante riesce a tenere insieme gli estremi: afferma i principi assoluti, rivendica i valori non negoziabili, ma sa anche comprendere le persone e dimostra empatia per esse».

Il dono del temperante, conclude il Papa, «è l’equilibrio, qualità tanto preziosa quanto rara. Tutto, infatti, nel nostro mondo spinge all’eccesso. Invece la temperanza si sposa bene con atteggiamenti evangelici quali la piccolezza, la discrezione, il nascondimento, la mitezza. Chi è temperante apprezza la stima degli altri, ma non ne fa l’unico criterio di ogni azione e di ogni parola. È sensibile, sa piangere e non se ne vergogna, ma non si piange addosso. Sconfitto, si rialza; vincitore, è capace di tornare alla vita nascosta di sempre. Non cerca gli applausi, ma sa di avere bisogno degli altri. Non è vero che la temperanza rende grigi e privi di gioie. No. Anzi, fa gustare meglio i beni della vita: lo stare insieme a tavola, la tenerezza di certe amicizie, la confidenza con le persone sagge, lo stupore per le bellezze del creato. La felicità con la temperanza è letizia che fiorisce nel cuore di chi riconosce e dà valore a ciò che più conta nella vita».  Ed è per questo che dobbiamo invocare dal Signore «questo dono, il dono della maturità, maturità  dell’età, della maturità affettiva, della maturità sociale, il dono della temperanza».

 
 
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