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domenica 25 settembre 2022
 
 

La giornalista che diede la notizia: «Non respiravo, ero terrorizzata»

10/02/2014  Il racconto di Giovanna Chirri, la vaticanista dell'Ansa che per prima capì l'annuncio in latino delle dimissioni di papa Benedetto: «Avevo compreso subito quel che stava accadendo ma ero nel panico. Gestire da sola una notizia così è una responsabilità enorme, drammatica»

«Non respiravo, mi sentivo un pallone dentro la testa, credo che mi sia salita anche la pressione. Avevo capito subito quel che stava succedendo ma ero terrorizzata. Gestire da sola una notizia così è una responsabilità enorme, quasi drammatica». Giovanna Chirri, vaticanista dell’agenzia Ansa, racconta così gli attimi concitati e tremendi di quel mattino dell’11 febbraio di un anno fa quando fu lei a dare al mondo la notizia delle rinuncia al papato di Joseph Ratzinger.

Quel giorno era in programma il Concistoro con i cardinali per l’annuncio della data di canonizzazione dei Martiri di Otranto, «un evento di scarso appeal mediatico», spiega Chirri, «tanto che in Sala Stampa vaticana, a seguire i lavori, c’eravamo soltanto io, che ero di turno per l’Ansa, due colleghi francesi, uno messicano e un giapponese. Ogni giornalista ha la sua postazione con un monitor. Ricordo che quel giorno, come da prassi, prima parlò in latino il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei santi, e poi toccò a papa Benedetto».

Cosa successe in dettaglio?

«Già prima che il Pontefice pronunciasse la formula di rinuncia,  spiegasse i motivi e desse indicazioni sull’inizio della sede vacante, avevo capito tutto. In quell’attimo mi sono terrorizzata. E quando hai paura, c’è poco da fare! L’accento di Ratzinger, nonostante l’inflessione tedesca, quando parla in latino è molto nitido e chiaro per cui compresi benissimo le sue parole, anche se proferite con tono basso, quasi sommesso. Avevo capito che il Papa si era dimesso ma ora si trattava di dare la notizia».

E cosa hai fatto?

«Verso la fine della declaratio, quando il Papa parlò esplicitamente di Conclave e io mi ero un attimo  ripresa dalla paura, ho fatto una serie di telefonate.  Mi ricordo che tentai una rapida verifica. Cercai  il direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lo0mbardi, che mi richiamò nel giro di pochi secondi confermandomi tutto. Alla fine telefonai in redazione. C’era una collega molto in gamba che mi diede retta, nel senso che non è facile per un collega sentirsi dire che il Papa si è appena dimesso e lo ha annunciato in latino».

I tuoi sentimenti nel sentire parlare il Papa?
«Panico, grandissimo stupore, dolore personale per una scelta che a livello umano mi addolorava moltissimo e paura di sbagliare».

Perché Ratzinger scelse il latino per dare l’annuncio?

«Bisognerebbe chiederlo direttamente a lui! Nel Concistoro, dove era presente il grosso del collegio cardinalizio, i lavori sono sempre in latino e quindi Ratzinger ha deciso così, credo. Il latino è comunque la lingua ufficiale della Chiesa. Non dimentichiamo inoltre che Benedetto XVI parlava spesso in latino, anche quando doveva fare annunci meno “importanti”, diciamo così. Appena eletto, usò il latino per annunciare la deroga ai 5 anni per l’avvio della canonizzazione di Giovanni Paolo II. E poi, con il latino magari si correvano meno rischi di una fuga di notizie».

Più che uno scoop il tuo è stato un racconto, quindi.
«Esattamente. Ero lì, ho ascoltato, ho fatto le verifiche. Ancora oggi quando racconto tutto questo molti non mi credono e magari pensano che quel mattino mi abbia telefonato qualche buona fonte del Vaticano per dirmi che di lì a poco il Papa si sarebbe dimesso. Mi sarebbe piaciuto, senza dubbio, ma non è andata così. Il giornalista è anzitutto un testimone che osserva, assiste in diretta e poi racconta. E io, un anno fa, sono stata semplicemente testimone di un fatto storico, epocale. In un certo senso, mi sono presa una piccola personale rivincita, la conferma della bontà del lavoro che ho fatto in questi anni. Ma questo forse lo può capire chi fa questo mestiere».

In che senso?
«Oggi l’informazione religiosa, ma forse l’informazione tout court, è troppo urlata, sensazionalistica, spesso caratterizzata da letture ideologiche preconfezionate. Il rischio che deve correre ogni giorno il giornalista è quello di vedere la realtà concreta, poi cercare di raccontarla e soprattutto capirla. Il vero contributo che può dare un buon cronista è proprio quello di descrivere quello che vede più senza fare a gara a chi strilla di più, a chi insegue gli scoop, a chi offre analisi spesso errate o superficiali. Forse oggi il giornalismo delle “5 W” non va più tanto di moda. Il rischio grosso di questo mondo dove arriva tutto da Internet e dai social network alla velocità della luce e in quantità industriale è che se succede qualcosa di reale, concreto sotto il naso nessuno la vede più».      

 
 
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