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giovedì 02 dicembre 2021
 
l'analisi
 

La Gran Bretagna al voto con l’incognita Scozia

02/05/2021  Per le elezioni del 6 maggio fari puntati sulla maggioranza che conquisterà la premier scozzese Nicola Sturgeon. Se stravince, come è probabile, chiederà, subito, un referendum per restare in Europa lo scontro con Boris Johnson sarà inevitabile

Sui libri di storia dei nostri nipoti il 6 maggio 2021 potrebbe essere ricordato come il giorno in cui il Regno Unito di Gran Bretagna e Nord Irlanda si è spezzato per sempre. E sui libri di geografia la cartina della Gran Bretagna ridisegnata una volta per tutte. Se assomiglia, come molti sostengono, a una vecchietta con il profilo aguzzo corrispondente alla Scozia la testa potrebbe essersene andata, tra qualche anno, e, insieme, anche la pancia. Quel Galles “Cymru”, perché qui il nazionalismo è costruito sul fatto di parlare gallese, che aspetta di vedere se la sua sorella più ricca, la Scozia, voterà per l’indipendenza in un secondo referendum per seguirla da vicino.

Tutti gli occhi degli esperti sono puntati sulla maggioranza che conquisterà la premier scozzese Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. Se stravince, come è possibile, chiederà, subito, un referendum e lo scontro con Boris Johnson sarà inevitabile. Una crisi costituzionale gravissima che vedrà i due governi scontrarsi davanti alla Corte Suprema o a Westminster dove una nuova legislazione potrebbe essere introdotta per fermare la marcia dei discendenti di William Wallace. Per quelli di Owain Glyndŵr, l’eroe del Galles che, per qualche anno, riuscì a sottrarre il suo Paese al dominio inglese, nel lontano 1300, ci vorrà ancora tempo. Il movimento per l’indipendenza è diventato molto più forte dopo la Brexit, che sta danneggiando questa regione del Regno Unito, ma si è assestato sul 40% degli elettori ed è ancora lontano dalla maggioranza. Il partito nazionalista “Plaid Cymru”, che sostiene l’indipendenza gallese, è ancora minoritario, rispetto allo scozzese “Scottish National Party”. Per la prima volta, giovedì prossimo, gli elettori voteranno, insieme, per le città e per le contee perché le elezioni locali di un anno fa sono state cancellate, per colpa del Covid, e accorpate con quelle di quest’anno.

Si tratta del voto più ampio dalla seconda guerra mondiale. Alle urne saranno chiamati circa 48 milioni di cittadini britannici, del Commonwealth e dell’Unione europea, che abbiano almeno diciotto anni o almeno sedici in Galles e Scozia.

Voteranno per 143 amministrazioni comunali e provinciali, tra le quali il consiglio municipale di Londra e una parte dei consigli di Liverpool, Manchester, Newcastle e Birmingham. Ad essere scelti anche i 129 membri del parlamento scozzese e i sessanta di quello gallese oltre a 13 sindaci. Si tratta delle prime elezioni dell’era Covid quelle nelle quali moltissimi voteranno per posta e chi va di persona dovrà usare il gel, mantenere la distanza e portarsi matite e penne da casa.

Tracciando quella croce sulla scheda gli elettori decideranno anche il destino del nuovo leader laburista Keir Starmer. Quell’ex avvocato, già supremo pubblico ministero, che si è guadagnato il titolo di “sir”, seguendo quasi un milione di azioni penali all’anno. Una bravissima persona, nata in una famiglia modesta da genitori laburisti doc che gli hanno dato il nome del fondatore del partito. Oggi miliardario, colto, appartenente alle élites. Non rappresenta più la base del partito, quei poveri che, nel dicembre 2019, hanno votato per Boris Johnson infliggendo al “Labour” la sconfitta più cocente della sua storia. Il prossimo fine settimana potrebbe voler dire uno Starmer dimissionario se non riesce a recuperare almeno qualche voto nel “Red Wall”, quei seggi del nord d’Inghilterra, da sempre laburisti che, per la Brexit, hanno cambiato partito e garantito a Boris Johnson una maggioranza di ottanta parlamentari a Westminster. Sarà dura. Soltanto un anno e un mese come leader. Un periodo brevissimo per mettere in difficoltà il premier britannico. Un compito impossibile in queste elezioni fatte di vaccinazioni.

I Tory sono riusciti, infatti, a trasformare le iniezioni nei proiettili che i soldati britannici sparavano durante la seconda guerra mondiale. Ad ogni puntura il cittadino che ha accettato “AstraZeneca” oppure “Pfeizer” si è preso quell’etichetta che è un distintivo d’onore. «Sono stato vaccinato! Ho fatto il mio dovere per il mio Paese». Si tratta di uno sforzo nazionale, patriottico, al quale nessuno ha il diritto di sottrarsi. Gli oltre centoventimila morti per Covid, dei quali Johnson dovrà rispondere, quando verrà aperta un’inchiesta sul ritardo con il quale ha introdotto il primo lockdown e sulla sua intenzione di lasciar morire milioni di cittadini senza fare nulla, sono stati dimenticati.

Anche le ultime rivelazioni del suo ex consigliere, Dominic Cummings, che ha raccontato un premier corrotto e cinico, non sono servite a scalfire la popolarità del premier. I sondaggi lo danno nove punti in vantaggio sui laburisti. Il Regno Unito se l’è vista brutta, con i mille morti al giorno di gennaio, e prova gratitudine per un leader che sta portando il Paese fuori dal baratro. L’elezione suppletiva chiave è quella di Hartlepool, un porto di quasi centomila abitanti, nel nord d’Inghilterra, che vota laburista da sessant’anni. Si tratta di una circoscrizione del “Red Wall”.

I laburisti vinceranno sicuramente a Londra ma questo sarà merito del sindaco Sadiq Khan più che del leader del partito. Se Starmer perde ad Hartlepool potrebbe essere costretto a dimettersi. Sembra ingiusto che una persona così seria, che ha sempre fatto il suo dovere, venga messo in pensione da un premier fanfarone e poco affidabile ma il partito laburista è in crisi da tempo. La sua leadership intellettuale, formata ad Oxford e a Cambridge, ormai ricca, non riflette una base naturale di esclusi, poveri che si ritrovano più a loro agio con il populista Boris Johnson che, giovedì prossimo, vincerà sicuramente.

 
 
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