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Roma
 

Roma capitale, la grande bruttezza che odora di mafia

03/12/2014 

Una holding criminale che spaziava dalla corruzione per aggiudicarsi gli appalti, a estorsione, usura e riciclaggio fino al controllo delle aziende municipalizzate con interessi, in particolare, nella gestione dei rifiuti, dei centri di accoglienza per gli stranieri e campi nomadi («che rendono più della droga», come dice uno degli intercettati) e nella manutenzione del verde pubblico.  

37 arresti e cento indagati tra cui l’ex sindaco Gianni Alemanno, Mirko Coratti e Daniele Ozzimo, rispettivamente presidente dell'assemblea capitolina e assessore alla Casa nella giunta Marino e altri clamorosi sviluppi annunciati. L’imputazione per tutti è l’associazione di stampo mafioso regolata dall’articolo ex 416bis. È la prima volta che questo reato viene contestato a persone che non fanno parte di organizzazioni criminali che fanno riferimento a mafia, camorra e ‘ndrangheta.

Secondo la Procura di Roma, però, anche se la strut­tura organizzativa non è come quella mafiosa (cioè verti­ci­stica e dove si fa uso sistematico della vio­lenza) il sistema scoperto sì, perché utilizzava comunque un metodo mafioso che consisteva nell’uso «della forza d’intimidazione del vin­colo asso­cia­tivo» e nelle «con­di­zioni di assogget­ta­mento e di omertà di cui gli asso­ciati si avval­gono».

Il potere di chi ha messo le mani sulla Capitale, secondo gli inquirenti, si afferma soprattutto attraverso corruzione, rapporti con la politica e imprenditori collusi. «Me lo sto a compra’ tutti… semo diventati grossi», chiosa uno degli intercettati a proposito dei rapporti con esponenti della nuova amministrazione targata Marino. Altri giudici valuteranno se l'impianto dell'inchiesta è in grado di reggere.
«A Roma», ha spiegato il capo della Procura Giuseppe Pignatone, «non c’è un'unica organizzazione mafiosa a controllare la città, ma diverse organizzazioni. Oggi abbiamo individuato quella che abbiamo chiamato Mafia Capitale, romana e originale, senza legami con altre organizzazioni meridionali, di cui però usa il metodo mafioso…».

Da quest’indagine emerge la fotografia di una città contaminata fino ai suoi vertici politico-amministrativi, a prescindere dal colore politico. E dove non sono i malavitosi a mettersi a disposizione della politica e di chi amministra ma il contrario.

Il nome che è stato dato all’inchiesta è non a caso «Mondo di mezzo». Deriva dalle parole che Massimo Carminati, ex terrorista dei Nar, poi vicino alla banda della Magliana e ora considerato a capo di questa cupola, usò in una telefonata intercettata e nella quale parlava dell’esistenza di tre mondi: «È la teoria del mondo di mezzo… Ci stanno i vivi sopra e i morti sotto, e noi stiamo nel mezzo… un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano».
Ecco, quel “mondo di mezzo”, quella zona grigia a Roma s’è allargata fino a travolgere e inghiottire tutto e tutti, annullando ogni sfumatura. Compresa la politica che quando non è connivente appare comunque debole e non in grado di stroncare i centri occulti di potere dove la corruzione si moltiplica.

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