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mercoledì 08 dicembre 2021
 
L'ITALIA AL FRONTE
 

«La guerra in Libia? Come dare cazzotti al buio»

20/02/2015  Parla l'ex capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini: «Occorrerebbero almeno 20 mila uomini con un calcolo di perdite umane stimato in otto morti al giorno», dice. «Ma soprattutto,finiremmo in un pantano di tribù e clan in contrasto tra di loro da cui sarebbe davvero difficile uscire»

(nella foto: il generale Vincenzo Camporini)

Il generale Vincenzo Camporini, ora vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, ma in precedenza capo di stato maggiore dell’Aeronautica e della Difesa, l
asciò la direzione dell’esercito italiano nel gennaio 2011, poche settimane prima che i caccia italiani e degli alleati Nato cominciassero a bombardare la Libia (marzo-ottobre).  
Generale, è auspicabile un intervento italiano?
"Assolutamente no, in questo momento ripeteremmo lo scellerato schema del 2011, che ha già fallito e fallirebbe di nuovo: tentare di risolvere la crisi unicamente in termini militari. L’uso delle forze armate serve per concretizzare un disegno politico chiaro. Se non c’è, è meglio lasciare i militari a casa. Non facciamoci dominare dalla paura, minacciando invasioni di terra senza valutarne le conseguenze; le precisazioni di Renzi hanno giustamente attenuato le precedenti dichiarazioni dei ministri Gentiloni e Pinotti".  
Intanto però l’Egitto ha iniziato ad intervenire…
"Al momento è un’azione punitiva, in risposta alla barbara uccisione dei 21 copti. Va verificato nei prossimi giorni se l’intervento rimarrà tale o è parte di una strategia più ampia. Sicuramente l’Egitto è una potenza dell’area da coinvolgere, con forze militari adeguate; tuttavia al-Thani ha problemi interni, non credo potrebbe sostenere l’azione da solo". 
A quali condizioni potrebbe intervenire l’Italia?

"L’articolo 11 pone paletti chiari, dovrebbe essere deciso dalla comunità internazionale. Servirebbe l’egida delle Nazioni Unite, ma mi sembra alquanto improbabile ottenere l’appoggio di Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Dal punto di vista militare, non sarebbe un’azione di peacekeeping, ma di peace enforcement: vuol dire andare a combattere, con soldati in prima linea. Un contingente idoneo dovrebbe essere come minimo di 20 mila uomini. Oltre al costo economico, quello delle perdite umane è stimabile dello 0,4 per mille per dì, vuol dire 8 morti ogni giorno. L’Italia è pronta a reggere questo peso o scapperemmo subito?  
Potrebbe essere un intervento solo aereo?
"No, sarebbe inefficace perché servono stivali sul terreno. Consideriamo un caso di successo come i raid del 1999, quando avevamo un piano chiaro, cioè convincere il nemico Milosevic a farci entrare in Kosovo senza problemi. Ci riuscimmo, ma in un territorio grande come l’Umbria, mentre la Libia è sei volte l’Italia… In ogni caso, anche allora, avevamo previsto l’invasione via terra, con ben 100mila uomini, un piano che terrorizzava l’allora ministro della Difesa perché l’opinione pubblica non avrebbe retto le perdite. Però lo ripeto: in Libia il problema rimane l’assenza di un disegno politico, senza il quale finiremmo per menare cazzotti al buio". 
Difficile schierarsi in uno scenario somalo…
"Appunto, c’è una situazione polverizzata e prestatuale di guerra civile, in cui si contendono il potere tribù e clan, cioè entità che fanno riferimento all’appartenenza familiare e non a quella istituzionale. Ognuno cerca di allargare la propria sfera di autorità, allettato dai guadagni del petrolio e dei vari traffici, con alleanze in continuo mutamento. Al momento, ci sono due parlamenti e due governi rivali: sono la cassa di risonanza delle varie fazioni, ma nessuno dei due controlla realmente la sua parte di territorio e tutti i propri alleati".  
La minaccia dell’Isis a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste ci deve preoccupare?
"Come abbiamo visto recentemente, il terrorismo può colpire anche in capitali europee più lontane. Nello specifico, se la paura è per i missili libici, hanno una gittata di cento chilometri e non possono arrivare fino alle coste italiane".
Che cosa possiamo invece fare?
"Monitorare lo scenario con grande attenzione, cercando di identificare nel medio periodo un interlocutore credibile in grado di avere rappresentanza. Trovato il giocatore su cui puntare, dovremmo rafforzarlo senza manie interventiste; l’Egitto ovviamente va coinvolto in quest’operazione politico-diplomatica".  
Generale, a tre anni e mezzo di distanza, abbiamo molto da rimproverarci per i bombardamenti del 2011 ?
"Tutto, abbiamo sbagliato tutto. Oggi siamo di fronte alla logica conseguenza della distruzione di un regime, per quanto odioso e dittatoriale, a favore del caos anarchico. Fu un’operazione improvvida della Francia di Sarkozy, che mirava al ruolo di primo piano perso dopo la Rivoluzione in Tunisia. Trovò subito la sponda inglese, mentre il Governo Berlusconi accettò senza esitazioni un’operazione che andava contro i nostri interessi. Peraltro, senza le basi italiane, l’operazione non si sarebbe potuta realizzare".  

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