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venerdì 27 gennaio 2023
 
teatro
 

«Il mio Joseph Roth in bilico tra santità e paura della morte»

24/01/2023  Al Franco Parenti di Milano Carlo Cecchi è il “Santo bevitore” con la direzione di Andrée Ruth Shammah che ne cura l’adattamento dopo l’allestimento del 2006 con Piero Mazzarella: «È uno spettacolo nuovo che si gioca su vari livelli a cominciare dalla conversione di Roth al cattolicesimo»

Andrée Ruth Shammah con Carlo Cecchi durante la conferenza stampa
Andrée Ruth Shammah con Carlo Cecchi durante la conferenza stampa

Dove finisce il narratore, Joseph Roth, e dove comincia il personaggio narrato, il clochard ebreo esule a Parigi Andreas Kartak? Si gioca su questo duplice piano La leggenda del santo bevitore, il folgorante racconto di Joseph Roth (1894-1939), già film di Ermanno Olmi nel 1988, con il quale Andrée Ruth Shammah si era già misurata poco più di quindici anni fa, affidando il ruolo principale a Piero Mazzarella. Ora lo spettacolo ritorna al Teatro Franco Parenti di Milano con debutto in prima nazionale mercoledì 25 gennaio e poi fino al 12 febbraio. Shammah ha scelto un altro mattatore di lungo corso della scena italiana: Carlo Cecchi (nella foto in alto durante le prove dello spettacolo, ndr) che il giorno dell’esordio compie esattamente 84 anni.

«È la prima volta che faccio il narratore e il narrato allo stesso tempo», spiega nella conferenza stampa di presentazione nel foyer del Franco Parenti che ha appena avviato i festeggiamenti per i cinquant'anni di attività, «come esperienza tecnica è strana, passare dalla terza persona alla prima. Sono sempre stato, a detta di molti, un attore che non si è mai totalmente identificato con il personaggio sulla scena, una terza persona c’è sempre stata».

Per Shammah con Carlo Cecchi accade uno slittamento: «Rispetto allo spettacolo del 2007 quando Mazzarella interpretò anche la fisicità di Andreas», spiega, «stavolta la presenza di Roth sulla scena sarà molto più forte e incombente e questo ha a che fare con un particolare autobiografico dell’autore che riguarda la sua conversione al cattolicesimo. Una conversione che però non gli fa abbandonare del tutto l’ebraismo. Lo sconosciuto arriva e consegna di Andreas duecento franchi suggerendogli di restituirli, quando potrà, alla “piccola Santa Teresa” nella chiesa parigina di Santa Maria di Batignolles. Dal quel momento in poi, la vita di Andreas è un continuo andirivieni sulla strada di quella chiesa, incerto se restituire o meno quella somma. Questo essere in bilico, incerto, combattuto è il rapporto altalenante e tormentato di Roth con il cattolicesimo, la lotta della sua “parte” ebraica con la nuova religione che ha abbracciato e che gli disvela sotto una luce nuova molti aspetti della sua esistenza».

L’opera fu pubblicata a Parigi per la prima volta nel 1939, pochi mesi dopo la morte di Joseph Roth, esule a Parigi. In un primo momento Andreas, dotato di un forte senso dell’onore, non vuole accettare la somma perché sa che non potrà mai restituirla. Lo spettacolo è costruito con Roberta Rovelli che legge il racconto, pubblicato in Italia da Adelphi, con Cecchi-Roth-Andreas che si materializza in un bistrot di Parigi mentre parla con Giovanni Lucini che al bancone di un bistrot (reale o immaginario?) ascolta tutta la storia di Andreas.

Attraverso le suggestioni visive di Luca Scarzella e Vinicio Bordin e con le musiche che vanno dalle melodie yiddish a Stravinskij fino al jazz, Shammah vuole restituire i tre livelli di un racconto che resta, al fondo, enigmatico e sfuggente: «Roth che racconta la storia di Andreas, Roth che dà in pasto la sua vita ad Andreas, Roth che a tratta s’identifica con Andreas rifugiandosi nell’alcol, visitato da brandelli di ricordi, generosamente disponibile a tutto ciò che incontra».

Una parabola, che attinge alla tradizione chassidica ebraica, in cui si addensano temi come l’identità, l’onore, l’assimilazione, l’eros, la religione, la morte e soprattutto l’isolamento esistenziale e la morte. «È come se tutta l’opera di Roth», dice Shammah, «fosse un grande Kaddish (la preghiera che gli ebrei recitano per i defunti, ndr) per se stesso non avendo né eredi né radici. Tutta l’opera di Roth è come un canto per la sua morte, perché, dopo, non ci sarà nessuno della sua famiglia che reciterà il Kaddish per lui».

«Amo molto Andreas, lo amo istintivamente come lettore e mi sta simpatico», dice Carlo Cecchi, «ci sono certi personaggi con i quali un lettore stabilisce subito un rapporto d’empatia. Roth, invece, va immaginato perché a parte le descrizioni degli amici non c’è un racconto su Roth ma è Roth che racconta. Le due figure, Roth che racconta e Andreas il raccontato, spesso coincidono. Forse troppo spesso. In questo contrappunto, è così profonda la mia simpatia per Andreas che tende a invadere il campo».

L’arte del teatro, la fatica di andare in scena, l’essere considerato maestro. Carlo Cecchi – che nel 2007 per la riapertura del Franco Parenti ristrutturato, ha messo in scena due atti unici Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me di Thomas Bernhard e Sik Sik l’artefice magico di Eduardo De Filippo – non si è sottratto alle domande «Potrei rispondere come Amleto. Sono pronto e non sono pronto ad andare in scena. Io maestro? Non mi sento per nulla e poi cosa vuol dire sentirsi maestri. I maestri sono i grandi mistici come Lao Tse o Buddha. La vita è già faticosa di suo se ci metti sopra il peso della maestria è finita».

 
 
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