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venerdì 27 maggio 2022
 
 

La lezione del caso Yara

18/06/2014 

Adesso addirittura l'applauso, fuori luogo dall'altra parte, forse. Adesso tutti a spiegare come funziona il Dna e quanto sia attendibile. Il paese dalla memoria di un pesce rosso ha già dimenticato i giorni in cui, anche sui giornali, si gridava contro i magistrati del caso Yara tacciati di non essere all'altezza della situazione, di annegare nelle richieste di campioni di Dna, di buttare soldi brancolando nel buio, fino a farli oggetto di raccolte di firme: si è chiesta persino, a furor di popolo, la testa di Letizia Ruggeri, pubblico ministero che ha guidato l'inchiesta, come se la giustizia di una democrazia pluralista degli anni duemila potesse essere amministrata alla maniera di Ponzio Pilato, che già duemila anni fa aveva rivelato tutti i limiti dei verdetti dati in pasto alla folla.

La giustizia è una cosa seria, spesso complicata. Le regole procedurali, i processi investigativi hanno regole precise e complesse, e come non è vero che l'uomo della strada sa fare il Ct della Nazionale dopo aver visto quattro partite, così non è vero che sa valutare il lavoro di un investigatore dopo aver letto due gialli e visto quattro telefilm. Ma negli anni della giustizia denigrata chiunque si arroga questo diritto e sbaglia.

In parte è colpa della cronaca che ha sempre più bisogno di semplificazioni e di verità rivelate in fretta, mentre un'indagine complessa ha bisogno di spirito laico e di razionalità. E invece nei grandi casi di "nera," si vive pressati dalla curiosità morbosa, dalla pressione alla porta, di chi vuole giustizia a tutti i costi (e magari si accontenterebbe di una verità comunque sia). Perché l'emotività con cui abbiamo imparato a ragionare di giustizia -complici a politica, la Tv, l'informazione anche,- oscilla sempre tra due poli: il desiderio di avere subito in pasto l'assassino (per buttare la chiave) e l'ansia di punire il magistrato che ci sembra sbagli, accusato di fare troppo o troppo poco.

Le indagini, invece, hanno bisogno di ponderatezza, di lucidità, anche del coraggio di fare un passo indietro quando si dovesse scoprire che la pista intrapresa, e che soddisferebbe l'opinione pubblica, non regge come sembrava.

Il caso Yara di pressione dell'opinione pubblica ne ha avuta -non cercata - oltre il bisogno e forse questo ha reso più complicata un'indagine già complicata di per sé. Per questo, invece dell'applauso (fuori luogo perché emotivo anche lui) e della precipitosa esultanza della politica (che invoca la presunzione di innocenza e il garantismo solo quando la giustizia bazzica nel suo giardino) servirebbero le scuse ai pm e l'autocritica - a futura memoria - per non rifare gli stessi errori al prossimo omicidio. E per non trasferire ora l'identica pressione sui giudici di merito che questa tristissima vicenda dovranno, adesso, passare al vaglio di un processo.

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