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giovedì 26 novembre 2020
 
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Ma la liberazione di Silvia Romano non è un film

11/05/2020  La giovane cooperatrice andava liberata con le modalità con cui è stata liberata dai servizi segreti. Il resto sono chiacchiere per incompetenti. E vi spieghiamo perché (di Marco Lombardi, direttore dell'Osservatorio sulla sicurezza nazionale)

di Marco Lombardi*

 

Siamo tutti contenti della liberazione di Silvia Romano, da poco finalmente a casa, in Italia.
Ben tornata.
Come ovvio è il tema del giorno
che apre lo spazio ai commenti di tanti, ma anche di tanti che con enorme incompetenza danno i loro indirizzi di come l’intelligence avrebbe dovuto comportarsi, reclamano mancati interventi di truppe speciali in Somalia e denunciano alleanze perverse coi turchi. Ridicolaggini. Silvia Romano è un’italiana che doveva essere liberata, perché italiana, che ha subito quanto è difficile immaginare: sul piano delle angherie fisiche e psicologiche, che la portano a diventare il bottino della conquista, l’oggetto dei capi. Se la cava perché, essendo forte, si adegua: si converte, diventa moglie. Ha semplicemente fatto tutto quanto è utile, in quella situazione, per cavarsela. Con tutta la legittimità, adesso, di mandare al diavolo conversione e connessi: una sua riflessione personale nella quale nessuno ha diritto di entrare.

La liberazione della Romano è il frutto di un intenso lavoro di AISE, i servizi segreti italiani per l’estero, con un indirizzo preciso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il lavoro è andato avanti silente per mesi, intessendo relazioni sul campo fatte di reti informali e conoscenze il cui livello di collaborazione necessario non è dovuto alla condivisione della missione, ma all’interesse. Ci sono stati alti e bassi: tra investigatori italiani, tra Italia, Kenya e Somalia. Quando qualcuno si faceva avanti “perché sapeva”, il dubbio dell’utilità di quella conoscenza creava più un’impasse che una accelerazione. Le speranze si concretizzavano per un’imminente chiusura, che allora avrebbe fatto festeggiare senza le remore del COVID-19, ma presto la delusione dell’imminente successo doveva essere sostituita della convinzione che non si poteva abbandonare, ma ricominciare la trattativa. Perché un’italiana non si abbandona. Criticare l’operazione per un mancato interventismo e la perdita di peso politico del Paese lasciatelo fare a chi si inventa script per il cinema. O chi pensa di essere dentro “I quattro dell’Oca selvaggia” o “Rambo”. Appassionati di verosimiglianza, non di realtà.

Il mandato “salvate la soldatessa Romano” non è politico per le agenzie, ma operativo. Significa che ti sporchi coi turchi, senza i quali, in Somalia, nulla si muove. Anche quello che non sarebbe lecito si muovesse: dai credibilità al NISA (Hay'ada Sirdoonka iyo Nabadsugida Qaranka, l’intelligence somala) che cammina le aree che ti interessano; riattivi i nodi superstiti delle vecchie reti di informatori messe in piedi ai tempi di Siad Barre. Ti togli dalla testa di giocare all’azione con un manipolo delle nostre grandissime truppe speciali, perché non è quello il contesto operativo che lo rende possibile: una tale azione servirebbe solo a coalizzare “contro” turchi, somali, Shabab e quanti altri. E quelle operazioni non si possono fare senza informazioni e appoggi sul campo e… Insomma: sul campo si gioca con quello che il campo offre. Senza rimpianti o ripensamenti a quello che sarebbe potuto essere se altra fosse stata la politica del nostro Paese. Io credo che non si debba fare confusione tra i due piani, per arrivare a una valutazione consapevole dell’azione fatta dalle Istituzioni nazionali, AISE in testa. Ma accanto alla valenza operativa c’è anche una dimensione politica, che crea le condizioni dell’azione, lo scenario sul quale si opera: ma sono piani separati che non permettono la via social speditiva di mettere insieme capacità dei nostri operatori e presenza italiana in corno d’Africa e relazioni con la Tuchia nel gran pasticcio della marmellata politica di Facebook. La politica così fatta è quella del mondo dei “se” sulla quale le operazioni si perdono. Invece, questa dimensione avrà una sua ricaduta, sulla quale sviluppare altre considerazioni, sul futuro per esempio rispetto a come è stata gestita una iper-mediatizzazione della liberazione e la sua iconografia (la veste islamica, le prime dichiarazioni pro Islam etc, la conversione ecc). Ma appunto, è altro che non entra in gioco nella valutazione dell’operazione.

Infine una terza dimensione, che attiene alla sfera dei valori. Valori collettivi: a mio modo di vedere non c’è giustificazione né attribuzione di responsabilità che possa mettere in dubbio il dovere di salvare un italiano, comunque e dovunque. Valori personali: rispettando se non una scelta, di cui si può dubitare della forma di libertà che Silvia possa avere esercitato nel farla (conversione), però rispettando una condizione umana che è certamente debolissima proprio le vicende di cui è vittima. Le considerazioni vengono semmai dopo e non servono per criticare un intervento operativo ma per modificare gli scenari, questi sì politici, entro i quali si può verificare la necessità di questi interventi. La politica è la premessa che definisce lo scenario. L’operazione interviene per il successo della missione nello scenario dato. La politica valuterà, alla luce del risultato, le vulnerabilità dello scenario in cui si è operato, conseguenti le azioni politiche che lo hanno generato. Solo in questo contesto è serio commentare, oltre alla gioia per Silvia libera, quanto avvenuto. Infine, distinguendo, sul piano personale da sempre affermo con forza che ogni italiano deve essere riportato a casa, senza remore a pagare un riscatto. E con altrettanto forza affermo che il secondo passo, dopo ogni italiano portato a casa, è quello della caccia (tranquilla, lenta, meditata, determinata) ai criminali. Per terminarli.

* Marco Lombardi è docente di sociologia e teorie e tecnica delle comunicazioni mediali dell’Università Cattolica, esperto di terrorismo internazionale, direttore dell’Osservatorio della Sicurezza Nazionale

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