Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
sabato 25 maggio 2024
 
 

La logica della carità

23/06/2013  Non è solo un gesto ma uno stile di vita

«Se guardiamo  alla carità come una logica più che un gesto allora la strada da fare è in salita». Inizia così la riflessione di Roberto Mancini, professore di Filosofia teorica dell’Università di Macerata, sugli italiani e la carità. Sono tanti i motivi che rendono impervio il percorso verso la realizzazione di una cultura della carità. «Uno su tutti è che la carità rimanda difficilmente alla reciprocità. Normalmente si pensa che uno dà e uno riceve, diversamente una non esiste senza l’altra.  A questo si aggiunge il peso  dell’ingiustizia: in situazione di crisi, e nonostante la massima disponibilità soprattutto tra i giovani a darsi concretamente, manca il nesso con la politica che quando c’è da tagliare, taglia sulla società. Poi c’è un fattore religioso; un cattolicesimo tiepido produce un attivismo tiepido laddove l’appartenenza normalmente non è determinante ma motivante. Carità giustizia e solidarietà, inoltre, restano sempre categorie extraculturali, come se non appartenessero al nostro vivere quotidiano.

 E parlando di carità e dignità spesso si pensa al merito invece di vederci una risposta all’umanità del soffrire.  Altro fraintendimento macroscopico: la gratuità che è sempre collegata al dare agli altri e mai al ricevere. La gratuità è un viaggio nell’essere, è la capacità di ricordarti che sei un dono infinito e a quel punto, ma solo alla fine, diventa donare.  Contribuire al bene di tutti è una possibilità per tutti ma perché la carità diventi una forma di vita ci vuole identificazione con l’altra persona, cosa ancor più difficile in tempo di crisi quando la gente non vuole identificarsi con chi sta peggio. Prevale il bisogno di poter dire: almeno io ce la faccio».  Ci sono delle soluzioni? «Ci sono delle direzioni. Arrivare ad una politica democratica che riparta dagli ultimi, dove la “grammatica” venga cambiata dalla carità. E rigenerare la qualità della convivenza nei territori per uscire dalla solitudine e ritrovarsi nello spazio di una comunità solidale in cui le persone siano individualmente responsabili. Le condizioni della democrazia passano per i luoghi e per le condizioni di vita quotidiane.  Diversamente sarebbe come lanciare del grano dall’alto e sperare che  germogli».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo