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martedì 30 novembre 2021
 
COLOMBIA
 

La lotta di Maira contro i padroni dell'"oro negro"

05/05/2016  Suo padre, Candido José Mendez, lavorava per Drummond, multinazionale dell'estrazione di carbone. E' stato ucciso perché era un sindacalista. Con la Ong Pax Maira Mendez Barbosa conduce una battaglia contro le violazioni dei diritti umani da parte delle multinazionali che si spartiscono le miniere nel Paese latinoamericano.

«Arrivarono sette camionette di paramilitari minacciando di lanciare una granata alla casa se non fosse uscito. Lo finirono nel giardino di casa con nove colpi di fucile e pistole, sparati a pochi centimetri di distanza». L’esecuzione di Candido José Mendez, lavoratore della multinazionale americana Drummond, è avvenuta nella regione colombiana del Céras nel febbraio 2001, per la "colpa" di essere un sindacalista. A raccontarlo è la figlia, Maira Mendez Barbosa, che si trova in Italia per un tour europeo organizzato da Re:Common, Ong che denuncia i danni alla natura e i soprusi delle multinazionali. Mercoledì 4 maggio, Maira ha parlato per due ore con una delegazione della Commissione Giustizia e Pace in Vaticano. «Siamo in contatto da tre anni», dice, «e il Santo Padre ci ha assicurato il suo interesse per le problematiche dell’"estrattivismo" del carbone colombiano. Sono i temi, tanto l’uso del suolo quanto la violazione dei diritti umani, di cui si parla nell’enciclica Laudato si’».

In Colombia alcuni parroci sono a fianco di Maira, la sua Ong Pax riunisce i campesinos delle comunità rurali presso le parrocchie della diocesi di Valledupar. Spiega: «È un aiuto importante considerato il clima di violenza in cui siamo immersi. Le ultime minacce sono di poche settimane fa». L’uccisione di suo padre, infatti, va inserita in una mattanza ancora in corso, che prende di mira soprattutto i sindacalisti e conta 3.100 omicidi, 55mila espropriati in baracche di lamiera per un pugno di dollari e 200 desaparecidos. Il bottino è alto: «Oro negro! Oro negro!», gridò eccitato nel 1988 Gary Drummond quando per la prima volta mise piede nel César e vide le immense steppe ricoperte di oro nero. Il nuovo El Dorado era sotto il suo naso, per l’impresa familiare che gestiva in Alabama si prospettavano anni di grandi affari. Per tante famiglie colombiane, invece, è stato l’inizio della matanza, come dice un’altra vittima compagna di sorte di Maira: «Me lo hanno ammazzato nel cuore della notte. Era il padre delle mie figlie. Avete idea di che vuol dire crescere due figlie femmine in un posto come questo? Vuol dire che tra banditi e uomini d’affari i clienti non mancherebbero mai. La mia unica gioia è che le mie figlie non l’hanno mai fatto. Anche se, più di una volta, ho avuto io la tentazione di spingerle a farlo».

Oggi la Colombia è il più grande produttore di carbone dell’America Latina e il quinto esportatore al mondo. Tra povertà estrema delle comunità locali, grande ricchezza dei proprietari e tesori anonimi di società offshore. Le miniere sono in mano a poche multinazionali, tra cui spiccano la svizzera Glencore e l’americana Drummond, quella per cui lavorava Candido, il padre di Maira. Estraggono in un Paese dove è in corso un conflitto da decenni: viene definito a “bassa intensità”, ma ha causato cinque milioni di sfollati, 200mila civili uccisi, 30mila sequestri, 25mila sparizioni forzate, 18mila bambini soldato.

In questo scenario, alcune multinazionali hanno ammesso di aver pagato tangenti ai paramilitari, dichiarandosi ricattate: nel 2007, il gigante delle banane di Cincinnati, la Chiquita, ammise di aver finanziato il gruppo più violento (Auc), accettando di pagare 25 milioni di dollari di multa a patto di non dover essere costretta a rivelare i nomi dei quadri dirigenti coinvolti nel brutto affare. Anche la Drummond è stata più volte sottoposta a processo: negli Usa è sempre stata assolta per insufficienza di prove o perché eventuali reati non sono di competenza americana, mentre in Colombia un manager locale è stato arrestato nel 2015 per l’assassinio di due sindacalisti. Il dirigente appartiene alla più potente famiglia della zona: è ancora sotto indagine, ma è stato scarcerato. Intanto la multinazionale continua a fare affari.

Eppure, il dettagliato rapporto “Profondo nero” dei ricercatori di Re:Common, specializzati in inchieste economiche globali, mostra le forti violazioni dei diritti umani di cui è responsabile la multinazionale. Molte prove arrivano dal lavoro di riconciliazione tra vittime e carnefici svolto dall’Ong Pax: «Siamo andati nelle carceri», racconti Maira, «e abbiamo raccolto le testimonianze dei postulados, squadristi diventati collaboratori di giustizia; grazie alle loro rivelazioni alcune famiglie hanno ritrovato i corpi dei loro cari, oppure hanno scoperto la verità sui loro omicidi». Questa storia dell’oro nero insanguinato comincia nella lontana Colombia ma arriva anche a casa nostra.

Sì, perché la "via del carbone" viaggia da spiagge paradisiache a paradisi fiscali, dal Mar dei Caraibi alla costa tirrenica, dalla Sierra Nevada alle Alpi svizzere. Segna le vite di gente che conta e gente che non esiste, di indigeni che non riescono più a sognare, di cowboy con il vizio del potere, di pescatori che non pescano più, di gruppi criminali più o meno organizzati, di gente che non si arrende come Maira e di gente che si è già arresa, di lavoratori e di sindacalisti, di militari e di banditi. E finisce, qui nel Belpaese, nella presa di corrente dietro al comodino accanto al nostro letto. Il 20% del carbone importato in Italia proviene dalla Colombia, l’Enel è il maggior acquirente: «Abbiamo chiesto un appuntamento con i dirigenti italiani, ma ci hanno detto che non è possibile. Nell’incontro con la delegazione di Giustizia e Pace abbiamo sottolineato il ruolo delle aziende che comprano il carbone anche nelle tappe successive».

Dalle due regioni del César e della Guajira arrivano i carichi di polvere nera che fanno funzionare le centrali di Civitavecchia e Brindisi. Spiegano i ricercatori di Re:Common: «Il 95% del carbone venduto dalla Drummond passa da una società con sede alle Cayman, che trattiene a volte fino al 50% del profitto, e parte per i porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa. Mentre lì viene caricato su navi da 80mila tonnellate e smistato in mezza Europa, i soldi per pagarlo volano in una casella postale a Cricket Square, nel cuore finanziario delle Cayman». Si tratta di uno dei “migliori” paradisi fiscali del pianeta: le società non pagano tasse, ma soltanto una quota annuale, come se si trattasse di un club privato. In cambio, il governo garantisce massima riservatezza e assoluta libertà di movimento.

(Foto Reuters)

 
 
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