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venerdì 03 dicembre 2021
 
A quando un sistema comune europeo?
 

La lotteria dei rifugiati e richiedenti asilo

29/10/2013  È ancora lungo il cammino verso un Sistema Comune Europeo d’Asilo giusto ed efficace. Un Rapporto redatto da 77 Ong del Continente rileva l'assenza di una visione e la grande differenza fra le norme dei diversi Paesi. E L'Italia? Presenta luci e ombre.

Cristopher Hein, direttore del Cir, Consiglio italiano per i rifugiati.
Cristopher Hein, direttore del Cir, Consiglio italiano per i rifugiati.

Il cammino verso un Sistema Comune Europeo d’Asilo giusto ed efficace? È ancora lungo, nonostante ci siano stati degli sforzi come il “pacchetto asilo” del giugno 2013. Lo dice il nuovo Rapporto dell’European Council on Refugees and Exiles (ECRE) sui sistemi di asilo in 14 Stati dell’Unione Europea; il report è stato redatto da un’alleanza europea di 77 Ong e la parte italiana è stata curata dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR).

Il suo direttore, Cristopher Hein, sottolinea l’assenza di una visione comune sul tema: «In questa Europa sembra contare più la fortuna che il diritto, più che un sistema di protezione e asilo comune sembra di essere in una lotteria per richiedenti asilo e rifugiati». Eppure, è dal 1999 che l’Ue sta lavorando perché casi simili vengano trattati nello stesso modo e portino agli stessi risultati in tutti gli Stati.

Nel rapporto, dal titolo significativo “Ancora non ci siamo. Il punto di vista delle ONG sulle sfide per un sistema comune di asilo equo ed efficace”, emergono grandi differenze rispetto alle norme procedurali, alla tutela dei diritti, ai servizi d’integrazione e all’uso della detenzione amministrativa dei richiedenti asilo. Per esempio, si sottolinea come in molti Paesi non siano predisposti servizi qualificati di interpretariato. È un problema: spesso il modo in cui si racconta la propria storia di persecuzione risulta decisivo per la concessione della protezione internazionale. Inoltre, a fronte di norme sempre più complesse e difficili da “navigare” per chiunque, è sempre meno garantita l’assistenza legale gratuita durante la procedura. Se in Paesi come il Regno Unito questa riduzione è dovuta alle misure di austerità per la crisi, in Stati come Bulgaria, Polonia e Ungheria l’assistenza legale è disponibile solo attraverso progetti finanziati da Fondi Europei, che però ora non risultano più sostenibili.

La detenzione amministrativa è il punto che preoccupa di più le Ong

Le differenze riguardano anche i possibili ricorsi in caso di diniego: quando si ha poco tempo per presentare ricorso, come nel Regno Unito (2 giorni), Paesi Bassi e Ungheria, di fatto l’appello è reso impraticabile.

Secondo le Ong, il diritto a un ricorso effettivo è minato anche dall’assenza di una sospensione automatica dell’ordine di espulsione del richiedente asilo, che in alcuni paesi (Italia, Paesi Bassi, Austria) deve essere richiesto separatamente. Una misura largamente utilizzata in Europa è addirittura la detenzione amministrativa dei richiedenti asilo, colpevoli solo di essere scappati da guerre e persecuzioni.

È questo il punto di maggior preoccupazione secondo le Ong: «L’impatto devastante sulla salute mentale e fisica dei richiedenti asilo è stato ampiamente documentato ed è stato dimostrato che la detenzione si aggiunge alla loro vulnerabilità e mina l’accesso dei richiedenti asilo ai diritti di base, come l’assistenza legale e ai ricorsi effettivi. Oltre all’enorme costo umano della detenzione, diversi rapporti hanno dimostrato che è anche economicamente costosa e più cara rispetto a misure alternative». Le condizioni di detenzione sono a volte pessime; in Grecia, dove insieme agli adulti sono detenuti anche i minori non accompagnati, sono state condannate come disumane e degradanti dalla Corte Europea per i Diritti Umani.

E l’Italia? Secondo Eurostat, più che in ogni altro Paese dell’Ue, le domande d’asilo presentate sono dimezzate rispetto al 2011 (l’anno record dal 1990, a seguito delle Primavere arabe), a differenza del totale europeo, in crescita da 301 mila a 335 mila (le richieste siriane sono triplicate). Rispetto al resto d’Europa, il nostro Paese ne esce bene per quanto riguarda la detenzione amministrativa, poco diffusa. Al contrario, l’Italia è richiamata per le condizioni di accoglienza, accanto alla “strutturale” mancanza di posti: basti pensare che l’assenza di standard minimi ha portato vari tribunali tedeschi a impedire il ritorno di richiedenti asilo in Italia, poi trasferitisi in Germania, come invece sarebbe stato previsto dal Regolamento europeo di Dublino.

Spiega ancora Cristopher Hein: «In Italia, l’accesso ai centri di accoglienza è estremamente difficoltoso, sono molti i richiedenti asilo, infatti, che si trovano settimane, a volte mesi, a vivere per strada nelle città che dovrebbero accoglierli. Se si confronta questa situazione con quanto succede in un Paese come la Svezia, che mette in campo un sistema con più di 41.000 posti a fronte dei circa 11.000 disponibili in Italia, si comprende quanto sia diversa l’aspettativa di vita materiale di chi arriva nei diversi Paesi dell’Unione. D’altra parte, in Italia, i tassi di riconoscimento di protezione sono tra i più alti d’Europa. È per questa ragione che si assiste, ad esempio, al ritorno in Italia di rifugiati di origine afghana, che hanno ricevuto un diniego alla loro richiesta d’asilo proprio nei Paesi del Nord Europa e che rientrano nel nostro per vedersi riconosciuta una forma di protezione».

 
 
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