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La madre di Ilaria: "Traditi dalla politica"

20/03/2014  A vent'anni dalla uccisione di Ilaria, la mamma Luciana racconta il dolore e le promesse mancate.

Una delle ultime immagini di Ilaria Alpi.
Una delle ultime immagini di Ilaria Alpi.

La forza di Luciana Alpi, madre di Ilaria, è forse una delle poche luci splendenti di questo ventennio. Il padre Giorgio – morto quattro anni fa – era la mente lucida, capace di rimettere in fila pezzi di verità e di pungolare le istituzioni. Luciana oggi non ha nessuna intenzione di mollare la presa, nonostante i tanti anni senza una verità accettabile sull’agguato del 20 marzo 1994. Parla con passione e precisione, con l’amore di madre colpita due volte: da chi organizzò quell’omicidio e da chi lo ha coperto per vent’anni.

«Senza verità e giustizia», spiega Luciana, «è un anniversario triste. Gli anni passano, la ferita rimane, il ricordo di Ilaria è sempre presente. La vera amarezza è che non è stato fatto nulla. Peggio. Se non avessero fatto niente sarebbe stata sciatteria. In tutti questi anni hanno invece depistato. Si sono susseguiti cinque magistrati e non è successo niente. Perciò è un anniversario profondamente
triste. Io e Giorgio ci siamo battuti sempre e ora – da quattro anni – lo faccio da sola. I genitori dovrebbero avere il diritto di sapere cos’è successo alla propria figlia. Poi c’è ovviamente la memoria storica: l’opinione pubblica sa com’è morta Ilaria, che inchiesta faceva. Sui bloc notes c’era segnato “1.400 miliardi, dove è finita questa mole di denaro?”, la strada Garowe-Bosaso. Ma la giustizia non ci ha dato niente».

Ilaria scriveva: «Perché questo è un caso particolare?». Perché, signora Alpi, questo omicidio è particolare?

«C’è ancora tanto ricordo di lei. Secondo me, l’opinione pubblica la ricorda così intensamente perché hanno capito che quanto accaduto è una profonda ingiustizia. Uccisa a freddo, con un colpo sparato a bruciapelo. C’è una solidarietà particolare per Ilaria, che è inversamente proporzionale a quello che
fa la magistratura. Ho parlato pochi giorni fa con il procuratore di Roma e abbiamo esposto le nostre amarezze, le delusioni per quello che è stato il modo di comportarsi della Procura. Lui ha promesso
che si attiverà, che farà qualcosa. Vedremo, anche se ho poche speranze».

Qual è stato il momento più difficile in questi vent’anni?

«Quando hanno condannato Hashi Omar Assan (l’unico considerato corresponsabile dell’omicidio, ndr). Avevamo capito che non era colpevole. Si trova imprigionato con l’accusa di aver fatto parte del commando che ha ucciso Ilaria e Miran. Assolto in primo grado, parte e va in Nord Europa, torna in Italia al processo d’appello e viene arrestato in aula. Alla fine lo condannano a 26 anni. È possibile? Anche le persone più sprovvedute capiscono che lui non c’entra nulla. Vanno trovate le prove, ma
prove serie, non delle farse».

C’è stato un momento di speranza?

«Di tutti i magistrati quello che ci ha dato forza è stato il pm Giuseppe Pititto, che poi hanno allontanato dalla Procura di Roma. Avevamo la sensazione che facesse le cose sul serio, stava lavorando bene... Ci sembrava volesse la verità a tutti i costi. Gli hanno tolto l’inchiesta».

E il rapporto con le istituzioni politiche e con i vari Governi?

«Ogni volta che andavamo da qualcuno – di tutti i partiti, tranne Forza Italia che non abbiamo mai incontrato – ci dava molta speranza. Poi non facevano nulla. Andavamo dai politici perché non sapevamo più a chi rivolgerci. Speravamo che dalle istituzioni venisse qualcosa. Ad esempio, il ministero degli Esteri poteva avviare contatti con la Somalia. Allora c’erano condizioni migliori rispetto a oggi. Subito dopo la morte di Ilaria era possibile andare in Somalia. Io e Giorgio eravamo due disperati che chiedevano aiuto alle istituzioni del nostro Stato. Che invece ci ha traditi».

Cosa fa più male?

«L’averci illusi. Anche le persone a noi politicamente vicine (abbiamo sempre votato a sinistra) non si sono comportate come avrebbero dovuto. Ci davano pacche sulle spalle, ci dicevano “abbiate fiducia”. Poi solo grandi delusioni».

Oggi, a vent’anni di distanza dall’agguato, cosa dovrebbe cambiare?

«Il Governo può sempre fare qualcosa con la Somalia. Vedere se c’è ancora qualche filo che si può tendere per avere verità e giustizia: chi e perché ha ucciso Ilaria e Miran? Questo ufficialmente noi non lo sappiamo. Chi sono i mandanti? Ci dicevano che sono italiani, mentre i somali sono stati i meri esecutori.
Quindi i “registi” dell’omicidio vanno cercati qui da noi».

Quanto era importante quell’ultimo viaggio in Somalia per Ilaria?

«Moltissimo. Ilaria ha fatto “carte false” per partire. La sera prima era disperata perché non trovava un operatore. Quello che la accompagnava sempre s’era fatto male. Io le dissi: “Scusa Ilaria, non andare se non trovi un operatore”. E lei rispondeva: “È l’ultimo viaggio, mamma, lo devo fare”. Poi chiamò Miran
Hrovatin, e lui accettò subito. Era felicissimo, le ha detto: “Finalmente vado in una zona calda, sono stanco del freddo della ex Jugoslavia”. La cosa che mi fa più soffrire è che lei lo ha visto morire
per primo, quel 20 marzo 1994. Miran fu raggiunto dal primo colpo».

 
 
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