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giovedì 27 gennaio 2022
 
 

La Manna: «L'Europa ha fatto un passo indietro»

30/08/2014  Il responsabile del centro Astalli spiega perché Frontex plus non basta: «Non vedo la volontà di governare questo fenomeno. Tutto questo si lega anche a precise scelte politiche dell’Unione Europea, incapace di incidere nei conflitti in corso»

La fine del programma di assistenza Mare Nostrum non piace per niente a Giovanni La Manna, il padre gesuita che dirige il Centro Astalli. Nelle sue parole c’è rabbia e anche una profonda pena per le vittime delle traversate. «Quando penso», confida, «a quel bimbo avvolto nella coperta, morto al largo di Lampedusa, provo una pena infinita, tristezza e vergogna».

Padre La Manna, qual è il suo bilancio dell’operazione Mare Nostrum?

«Ho sempre definito Mare Nostrum un mezzo passo. L’operazione ha dimostrato di poter salvare delle persone, però di non poter salvarle tutte, perché in questi mesi abbiamo assistito a tragedie con parecchi morti. Io mi aspettavo che dall’incontro fra la commissaria europea Cecilia Malmstrom e il ministro degli Interni Alfano si riuscisse a completare questo passo, invece si è fatto un arretramento».

Che cosa non va nell’operazione di soccorso Frontex Plus decisa a Bruxelles?
«Si accorcia il raggio di azione delle navi, che si limiterebbe a interventi di pattugliamento e soccorso all’interno delle acque territoriali europee, cioè fino a 12 miglia dalla costa. Invece Mare Nostrum si spingeva anche nelle acque internazionali, fino a 170 miglia dalle coste italiane. Con Frontex Plus resterebbero fuori dai soccorsi quei gommoni che partono dalle coste africane con un’autonomia di sole 7-8 ore. Se arriverà un SOS da un gommone a cento miglia dalla costa, che succede? Resterà abbandonato in alto mare? Come ci comporteremo?».

Perché l’Unione Europea ha compiuto questo passo indietro?
«Perché prevalgono politiche vecchie, vergognose, di chiusura e di contrasto rispetto al fenomeno delle migrazioni. Non vedo una volontà onesta di governare questo fenomeno. Tutto questo si lega anche a precise scelte politiche dell’Unione Europea, incapace di incidere nei conflitti in corso. In Siria, dopo tre anni di guerra, che cosa abbiamo fatto per porre fine alle ostilità? Con le vendite di armi ai belligeranti lo abbiamo addirittura alimentato».

L’Europa non ne esce bene.
«No. Qui l’Europa dimostra la sua povertà culturale e umana, lo smarrimento in cui versa. E sia chiaro che l’Unione Europea non è una realtà impersonale. È rappresentata da persone concrete, che evidentemente non si pongono delle domande e assistono con indifferenza al massacro che si sta svolgendo nel Mediterraneo».

Come si evitano le tragedie del mare?
«Noi lo ripetiamo da tempo: apriamo dei canali umanitari sicuri. Nell’ambito dell’Unione Europea sono previsti dei programmi di reinsediamento. Mettiamoli in pratica. Andiamo nei campi profughi indicati dall’UNHCR, individuiamo le persone fuggite dai conflitti e le portiamo in Europa facendole viaggiare in sicurezza, senza lasciarle nelle mani dei trafficanti di esseri umani».

E una volta in Europa?
«Se ci fosse una seria politica comune non vedrei particolari problemi. I profughi della guerra siriana sono 3 milioni. Se fossero distribuiti sul territorio dell’Unione Europea neppure ci accorgeremmo della loro presenza».

 
 
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