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domenica 17 ottobre 2021
 
VIOLENZA A GALLARATE/2
 

L'appuntamento per la rissa? Forse è l'unico invito che hanno ricevuto

11/01/2021  Dopo questo episodio, non a caso avvenuto il 7 gennaio data in cui i ragazzi avrebbero dovuto rientrare a scuola, dovremmo chiederci dove può un giovanissimo oggi mettere in gioco tutta la sua energia vitale, evitando di scegliere la violenza in piazza? Come può sentirsi “visto” mentre gli si chiede di restare in silenzio, invisibile e di obbedire a tutte le decisioni che gli adulti stanno prendendo?

Un centinaio di ragazzini si sono trovati venerdì scorso in piazza a Gallarate per una maxi-rissa che è finita su tutti i giornali. Si è trattato di una sorta di raduno collettivo, programmato attraverso lo scambio di messaggi e inviti sui social. “Troviamoci tutti là a fare a botte….. e poi quel che sarà, sarà”: dev’essere stato questo, più o meno, il tono dell’invito circolato sui loro smartphone. I ragazzi, quel venerdì, danni ne hanno fatti pochi, forse perché sono intervenute le forze dell’ordine a disperderli. Forse, semplicemente perché l’intenzione era quella di “fare un gran casino” (per utilizzare un’ espressione a loro molto cara).

Prendete un’intera generazione in crescita che per sentirsi viva ha bisogno di stimoli. Toglietegli ogni possibilità di incontro all’aperto, relazione dal vivo, attività sportiva, avventura e occasione sociale. Cosa ne otterrete? Qualcosa di molto simile ad un pesce fuor d’acqua, che annaspa e boccheggia in attesa che qualcuno lo rimetta nel suo territorio di vita. Penso che i ragazzi accorsi in piazza a Gallarate siano andati lì perché era l’unico “appuntamento” per cui hanno ricevuto un invito “attivo” negli ultimi mesi. Probabilmente la parte “motivante” dell’intera faccenda, per loro deve essere consistita nel progettare un’azione di gruppo trasgressiva e collettiva, in grado di renderli visibili e di farli sentire vivi e attivi. Mentre si davano appuntamento, per la prima volta da mesi, devono essersi sentiti pieni di adrenalina, di voglia di agire, di eccitazione.

Quando sei così giovane, hai voglia di lasciare il tuo segno nel mondo. Di solito lo fai partecipando a gare sportive, suonando in una band giovanile, aderendo all’esperienza scout e a laboratori di tutte le tipologie. È utile, a tale scopo, anche poter frequentare un campetto di pallone o basket in cui andare a fare due tiri o una panchina nell’angolo della piazza dove trovarsi con tutti quelli della tua compagnia. Da mesi, tutto questo è impossibile. E come ci insegnano i fenomeni di “vandalismo” giovanile, se in un territorio non c’è uno spazio dove tu trovi il tuo posto, quel territorio puoi anche trasformarlo in un oggetto di sfregio ed attacco, contro cui scateni la tua rabbia e il tuo bisogno di essere accolto e incluso.

Dopo la rissa di venerdì, la domanda per noi genitori ed educatori sorge spontanea: dove può un giovanissimo oggi convogliare, mettere in gioco e canalizzare tutta la sua energia vitale, evitando di scegliere una rissa in piazza come metodo per riuscirci? Come può far capire che c’è, sentirsi “visto” e “sentito” in un tempo che sta chiedendo a chi cresce di stare zitto e in silenzio, di rimanere invisibile e passivamente obbediente a tutte le decisioni che gli adulti stanno prendendo in relazione alle vite e ai bisogni degli adolescenti?

Tutte le decisioni degli ultimi dodici mesi hanno mantenuto i giovanissimi in un costante stato di compressione e sospensione. Compressi, perché non c’è nulla “nello spazio fuori” che sia strutturalmente e strategicamente destinato ai loro bisogni di crescita. Sospesi perché di settimana in settimana si sentono in balia di decisioni che cambiano continuamente e che rimandano sempre, a qualche giorno dopo, il loro ritorno ad una vita attiva e sociale. Forse non è un caso che tutto sia successo venerdì scorso. Loro, quel giorno, avrebbero dovuto essere a scuola. Invece stavano facendo didattica a distanza, a casa loro. Nonostante tutte le promesse ricevute di una riapertura delle scuole (e quindi delle loro vite) il giorno 7 gennaio. La riapertura del 7 è stata rimandata all’11 gennaio. Poi, immediatamente posticipata di altre due settimane. Da qualche parte, forse inconsciamente, dopo un anno di quasi invisibilità sociale, gli adolescenti potrebbero cominciare a pensare che il mondo si stia dimenticando di loro. Non si ricordi più che ci sono e ciò di cui hanno bisogno. Se avessero voluto fare a botte e farsi male, tanti com’erano in quella piazza di Gallarate, oggi saremmo qui a parlare della violenza incontenibile dei giovani di oggi. Invece, quel pomeriggio le cronache riferiscono solo che hanno “fatto un gran casino”. Forse, semplicemente per essere visti, sentiti e raccontati. Forse per dire “ci siamo anche noi” e “abbiamo bisogno di risposte”. Conviene che ci si sforzi di trovarne qualcuna.

A me, viste come sono andate le cose, non va di definirli semplicemente come dei rissosi e facinorosi. E non credo nemmeno che in questo caso, l’unica cosa da raccomandare sia reprimere e bloccare l’accesso alle piazze ai giovanissimi. Certamente si deve punire chi ha scatenato caos, violenza e disordine. Ma si deve anche pensare a come restituire in sicurezza “pezzi” di città ed esperienze di socializzazione e appartenenza adeguate e funzionali (fuori dalla propria stanza e dalla propria casa) a chi sta crescendo.

 

 
 
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