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VitaPastorale

La messa non si paga: quel "tariffario" che non piace a Francesco

28/08/2018 

«La messa non si paga. È il sacrificio di Cristo, che è gratuito. Se vuoi fare un’offerta falla, ma non si paga». Sono parole dette da papa Francesco in Vaticano, in una delle sue catechesi sulla messa. Già in altre occasioni, Francesco aveva preso di mira i “tariffari” anche per i sacramenti del battesimo, del matrimonio e delle esequie. Su questo tema abbiamo chiesto il parere al nostro esperto.

Le tariffe che, giustamente, oggi noi non vediamo affatto di buon occhio, sono nate paradossalmente con il concilio di Trento (1545-1563) per porre un limite all’avidità di alcuni sacerdoti che esigevano compensi troppo alti. Al di là delle buone intenzioni di quel Concilio, la tariffa, che ogni vescovo avrebbe dovuto stabilire per la sua diocesi, inseriva tuttavia la messa in un antipatico sistema di compravendita con la conseguente privatizzazione e pretesa di possesso esclusivo.

Bene ha fatto Francesco a ribadire che la messa è sempre per tutti, vivi e defunti, e che nessuno la può comprare in esclusiva. È pur vero che, sul finire del IV secolo, invalse l’uso di nominare nelle intercessioni della preghiera eucaristica coloro (= offerentes) che avevano procurato il pane e il vino per la messa (cf J. A. Jungmann, Missarum sollemnia II, 124-132). Impegno economico allora non indifferente poiché si trattava di vere ciambelle e di vino per tutti. È a partire da questa prassi che, verso la fine del primo millennio, moltiplicandosi le messe feriali in suffragio dei defunti, dietro un’offerta in denaro (in sostituzione del pane e del vino), invalse l’uso di fare memoria nominale anche per i defunti. Il che, come accennato più sopra, non fu senza derive di carattere venale e di privatizzazione. Il recupero della dimensione conviviale e comunitaria della messa, operato dalla riforma del concilio Vaticano II, e la mutata sensibilità dei fedeli hanno condotto a percepire l’incompatibilità fra il sistema tariffario e la messa, sebbene il can. 947 esorti a «tenere assolutamente lontana anche solo l’apparenza di contrattazione e commercio».

Con tutto ciò, nell’attuale stato di cose, non sembra del tutto fuori luogo che i vescovi abbiano dato indicazioni di massima per proporre ai fedeli una somma modesta così da evitare di mettere in imbarazzo i meno abbienti. Anzi il can. 945 raccomanda «ai sacerdoti di celebrare la messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei più poveri, anche senza ricevere alcuna offerta». In ogni caso, va detto chiaramente che il sistema tariffario non si addice alla messa e che esso è, di fatto, già in via di superamento ormai in tante parrocchie. Specialmente dopo che la Congregazione del clero nel 1991 ha permesso l’inserimento di più intenzioni per i defunti nella stessa messa, senza alcuna tariffa, ma con una libera offerta per la chiesa dalla quale il sacerdote può prelevare (se proprio ne ha bisogno) la modesta quota stabilita dal vescovo. L’offerta in occasione della messa dovrebbe essere sentita non come il pagamento di un servizio, ma come un libero e spontaneo contributo per le diverse esigenze di quella chiesa che è la casa di tutti. Del resto, la celebrazione eucaristica fin dalle origini è stata inscindibilmente un segno di comunione in Cristo e di fraterna solidarietà.

 
 
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