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lunedì 27 giugno 2022
 
Il testimone dalla Siria
 

«La mia Aleppo, oggi, tra macerie e speranza»

04/03/2016  Dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, la testimonianza di un giovane sacerdote salesiano: «Non c’è famiglia che non pianga una vittima di questa feroce guerra. siamo stanchi di lacrime e lutti. vogliamo la pace».

Si tira il fiato, forse. Dalla mezzanotte di sabato 27 febbraio il mio Paese, la Siria, segue trepidante l’evolversi della tregua raggiunta a fatica con la mediazione di Stati Uniti, Russia e Onu. Il cessate il fuoco esclude gli attacchi all’Isis, a Jabhat al-Nusra, l’affiliata locale di Al Qaida, e ad «altre organizzazioni terroristiche designate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Per contro, prevede la consegna di aiuti umanitari a una popolazione stremata. So che un C130 dell’Onu ha già paracadutato 21 tonnellate di cibo e medicinali a Deir az-Zor, una città da due anni circondata dall’Isis e dove vivono 200 mila civili.
Un’altra città martire è Aleppo, la città in cui sono nato il 20 febbraio 1985, da cui sono uscito per studiare in Italia (a Roma, Brescia, Torino) e dove sono tornato mesi fa per esservi ordinato prete e per rimanervi, con altri due confratelli, fianco a fianco ai giovani, sull’esempio di don Bosco.
La mia cara Aleppo, l’Aleppo in cui si trova ancora la mia famiglia, è oggi segnata da macerie e da tombe. Bombe, missili, colpi di mortaio si sono accaniti quotidianamente su intere aree della metropoli. Fino alla tregua, poi, Aleppo è stata una città praticamente cinta d’assedio; la Sarajevo del XXI secolo, l’hanno chiamata. Eravamo collegati con il resto del mondo da una sola strada.
Da lì, perlomeno, sono transitati i viveri e le merci. Anche se quasi mai in misura sufficiente a una città di circa 2 milioni di abitanti. È infatti scarseggiato a lungo, e continua a scarseggiare, tutto ciò che serve a condurre una vita normale: cibo, gasolio, gas. L’elettricità manca da mesi. La gente si arrangia pagando una sorta di (pesante) tariffa settimanale per allacciarsi a generatori di corrente privati che consentono di accendere un paio di lampadine e di vedere la televisione. Questo è un problema soprattutto per gli ospedali e gli ambulatori, le cui sale operatorie e i cui reparti di rianimazione sono stati costretti a inattività forzata. Chi ha potuto è fuggito in Giordania e Libano per farsi curare. Lì, spesso, però, i prezzi sono schizzati alle stelle: la “semplice” rimozione di un’appendice inammata è costata anche 1.500 dollari invece di 400.
L’erogazione dell’acqua è ricominciata. Abbiamo scoperto a nostre spese che si può fare a meno di tante cose, ma non dell’acqua. Ogni giorno vedevo uomini e donne, vecchi e bambini riempire contenitori da 10 litri e poi salire al secondo o al terzo piano. Tutti abbiamo imparato a non sciupare più l’acqua: per pulire i water riusavamo l’acqua adoperata per lavarci o per pulire piatti e stoviglie.
Gli scontri erano un po’ ovunque. Si sparava a 700 metri da dove scrivo ora. A gennaio sono stati uccisi 3 giovani cristiani che frequentavano non la nostra, ma altre chiese. Il lutto ci ha portato a pensare di sospendere la rappresentazione teatrale che avrebbe dovuto andare in scena a fine mese, per la festa di don Bosco, ma insieme ai giovani abbiamo deciso di continuare affidando allo spettacolo il compito di ricordare tutti i ragazzi morti. Sul finire di febbraio, poi, alla vigilia dell’entrata in vigore della tregua, il direttore della casa salesiana di Aleppo, don Georges Fattal, è stato chiamato al capezzale di persone mutilate dallo scoppio di una bomba finita sulla loro casa: chi aveva perso gli occhi, chi le mani... Era pericoloso uscire per strada, ma si poteva morire anche restando a casa. In verità, non c’è famiglia, qui ad Aleppo, che non pianga qualche vittima di questa feroce guerra.
Ne ho parlato con il Papa, durante l’udienza concessa il 17 settembre 2015 ai giovani consacrati. Quando sono stato a tu per tu gli ho detto: «Santo Padre, Le ho portato un regalo, un bossolo, uno dei tantissimi proiettili e delle tantissime schegge che piovono ogni giorno dal cielo. Questo è caduto nel cortile del nostro oratorio, dove i ragazzi giocano. Santità, noi salesiani siamo ad Aleppo, a Damasco e a Kafroun, a 50 chilometri da Homs... Lavoriamo come voleva don Bosco... Ma ci sono anche altre congregazioni religiose e i sacerdoti diocesani... Santo Padre, siamo stanchi. Si ricordi di noi nelle sue preghiere. Io tornerò ad Aleppo». Mi ha preso la mia mano e l’ha stretta forte.
Ricordo quei momenti vissuti a Roma, nell’aula Paolo VI. Ripenso alla mia ordinazione, l’11 luglio 2015, ad Aleppo, in rito armeno cattolico, alla presenza del vescovo monsignor Boutros Marayati, e di tanti religiosi, preti, suore e giovani accorsi per celebrare insieme l’evento. Chiudo gli occhi e rivedo l’apertura della Porta Santa, il 13 dicembre, nella parrocchia di San Francesco, colpita e danneggiata un paio di mesi prima dal lancio di granate. Vado inne con la mente alle attività del nostro oratorio, mai interrotte nonostante il conflitto (in quest’anno pastorale risultano iscritti al catechismo circa 700 tra bambini e ragazzi, seguiti da 25 catechisti e da 60 animatori). Davvero il Signore della vita vince il male.
La Siria vanta antichi fasti e conta laceranti confl‡itti. Abitata ininterrottamente da più di ottomila anni, è una terra che ha visto l’uomo superare geroglifici e caratteri cuneiformi, imparando a comunicare con il suo prossimo con alfabeti che hanno poi generato la scrittura moderna. Ma sempre qui tante, troppe volte nel corso dei secoli, ci si è abbandonati a una brutalità figlia della negazione dell’altro, non ascoltato e non compreso. Terra di ineguagliabili bellezze e di lancinanti contraddizioni, la Siria, la mia Siria, rimane in ogni caso una terra cara a Dio tanto da definirsi santa.

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