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martedì 05 marzo 2024
 
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«La mia intervista oltre la rabbia e il rancore»

30/10/2023  Diana Pompetti ha vinto il Premio Atri grazie a un articolo su Claudia Francardi vedova del carabiniere di Notaresco Antonio Santarelli.«È la donna che ognuno di noi dovrebbe incontrare per capire cosa significhi elaborare un percorso che va oltre il dolore e il perdono»

Claudia Francardi.
Claudia Francardi.

«Tra il dolore e la rabbia resta uno spazio infinito: quello per trovare un senso e continuare a vivere.  Ci finisci all’improvviso. E ci vogliono testa e cuore per stare dentro una tragedia rovesciando potenziali invettive in un messaggio di speranza». Inizia così, “fotografando” uno status quo con una riflessione di ampio respiro che apre all’orizzonte dell’oltre, l’articolo del 6 novembre 2022 con cui Diana Pompetti, giornalista di cronaca giudiziaria del quotidiano “il Centro”, ha vinto in questi giorni l’undicesima edizione del Premio Nazionale di Giornalismo “Premio Atri” (fra i premiati anche il condirettore di Famiglia Cristiana Luciano Regolo).

Oltre la rabbia, oltre il dolore, oltre l’incomprensibile c’è ancora tanta vita cui dare un senso, o perlomeno provarci. Perché l’essere umano è più ampio del suo errore. È questo, scrive la giornalista, l’immenso insegnamento di Claudia Francardi, da lei intervistata, vedova del carabiniere di Notaresco Antonio Santarelli, massacrato poco più di dieci anni fa, a colpi di bastone, da un ragazzo allora 19enne fermato per un controllo stradale dopo un rave party. Oggi l’appuntato teramano, morto dopo un anno e mezzo di coma, avrebbe 55 anni.

L’articolo, dal titolo “Mio marito ucciso dopo il rave party. Ma dico no al carcere per quei raduni”, ripercorre, a seguito della stretta del governo Meloni sui rave, la storia della vedova con la sua presa di posizione in merito. Alla linea dura del governo (sull’onda emotiva del raduno di Modena), che inasprisce le multe e prevede il carcere da 3 a 6 anni ex articolo 633-bis c.p., Claudia, donna fortemente coraggiosa e coraggiosamente forte, risponde che le nuove generazioni vanno aiutate in maniera diversa e non con l’inasprimento delle punizioni («Le norme ci sono già e non credo si debba ricorrere a sei anni di carcere»).

L’articolo fa riflettere, smuove la coscienza, suscitando nell’interlocutore, lettore in questo caso, la domanda più grande di tutte perché le comprende tutte: si può perdonare? Claudia va oltre e dimostra con l’esempio che non solo si può perdonare ma si deve perdonare. Per se stessi e per essere veramente di aiuto a quei ragazzi che ne hanno bisogno come l’aria che respirano.

«È la donna che ognuno di noi dovrebbe incontrare per capire cosa significhi elaborare un percorso che va oltre il rancore e il perdono. Una che passa attraverso le cose immergendovisi a 360 gradi», ci racconta. «Con Irene, la madre dell’assassino, ha fondato l’associazione ‘Amicainoabele’ per parlare nelle scuole di giustizia riparativa, di reinserimento, affinché la giustizia effettivamente risani quel legame con la società spezzato dal fatto criminoso. È partito tutto da uno sguardo tra le due donne nell’aula di un tribunale. Da lì è scattato qualcosa che le ha fatte avvicinare. Claudia è anche lei mamma di un ragazzo, che all’epoca dei fatti aveva circa 14 anni. Ha capito che non poteva fermarsi in una situazione di stallo. E ci è riuscita. Il perdono è sempre una scelta difficile, condivisibile o non condivisibile che sia. Claudia ha avviato un percorso di costruzione del sé. Ha trovato lo strumento per dare una risposta a tutti quei perché che si è trovata di fronte in questi ultimi dieci anni, alla morte del marito in servizio, in quel drammatico giorno in cui un altro carabiniere ha perso un occhio. Niente poteva far presagire un epilogo così drammatico».

Con quegli “occhi che non si dimenticano”, scrive la giornalista, va in giro per l’Italia a raccontare una storia che ha un sapore diverso. Il sapore dell’elaborazione del dolore e della riconciliazione con la vita, senza cedere al rancore per non permettere che il marito («che credeva nella giustizia ma non era giustizialista») sia morto invano.

 «Il premio è una grande soddisfazione per chi, come me, si occupa di cronaca giudiziaria e affronta ogni giorno le vite degli altri nelle aule di tribunale. Il mio mestiere insegna il rigore e al tempo stesso il profondo senso di umanità e rispetto del prossimo, in qualsiasi posizione esso si trovi di fronte alla giustizia. Il sensazionalismo avviene quando la cronaca giudiziaria diventa la cronaca dei salotti televisivi, quando erroneamente si pensa di poter affrontare un tema di giudiziaria come si racconta una notizia di gossip», spiega. E a proposito della riflessione innescata dal suo articolo: «Fa parte del nostro mestiere far riflettere. A volte ci si riesce di più, a volte di meno. Dipende anche dalle storie che si incontrano. In questo caso, l’emozione è Claudia a regalarla. Il nostro obiettivo, da giornalisti, è assicurare una informazione corretta e verificata nelle fonti. Oggi più che mai».

Ed ecco che comprendere, quell’indagine dell’intelligenza e del cuore legata agli strati più profondi della realtà, che riguardano la vita, i valori, i significati ultimi, a volte arduo, diventa necessario.  

 

 
 
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