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La morte a Gaza dei ragazzi soldato

30/07/2014  Le vittime israeliane della guerra sono in gran parte ventenni. Una strage di futuro.

Non serve molto, per capire che cosa voglia dire essere giovani e crescere con il rischio della guerra. Basta trovare un poco di coraggio per guardare in questi occhi: quelli di alcuni dei ragazzi di Israele morti mentre, da soldati di leva, combattevano a Gaza.

E per favore: niente politica. Tutti loro, se avessero potuto scegliere, avrebbero preferito vivere, e vivere in pace. Come la Serepta Mason dell’Antologia di Spoon River direbbero: “Il fiore della mia vita sarebbe sbocciato d’ogni lato/ se un vento crudele non avesse appassito i miei petali”.

Forse pochi si rendono conto che Israele è un Paese di giovani: il 43% della popolazione ha meno di 24 anni. Come in tutto il Medio Oriente, del resto, territori palestinesi compresi, dove più del 50% della popolazione ha un’età inferiore ai 25 anni.

Queste guerre, dunque, sono prima di tutto una strage di giovani dell’una e dell’altra parte, di speranze, di prospettive per il futuro. Roy Peles, per esempio: aveva 21 anni, era tenente da un mese e prima di essere arruolato aveva passato un anno nel kibbutz Meitzar, in Galilea, una scuola speciale rigorosamente laica gestita da un “parlamento” di studenti. O il sergente Amit Yeori, 20 anni, tornato a Gerusalemme solo per essere sepolto sul Monte Herzl, dove a piangerlo, accanto ai parenti, c’era una folla di ragazzi. Se non fossero stati tutti distrutti dalle lacrime, sarebbe parsa una gita scolastica.

Questo sono le guerre di oggi. Ed è questo che dovremmo tenere alla mente prima di ogni cosa. Prima di qualunque ragionamento e di qualunque calcolo, lasciamo parlare il cuore. Che non può volere, e infatti non vuole, nulla di simile.

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