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martedì 30 novembre 2021
 
Nazionale pazienti psichiatrici
 

«Quando giochiamo a calcio la capoccia non ci fuma»

01/03/2017  Abbiamo incontrato i ragazzi della Nazionale pazienti psichiatrici, protagonisti dell'emozionante documentario "Crazy for football", uscito al cinema. Il calcio li aiuta a vincere i loro fantasmi. E a suon di gol sono arrivati fino in Giappone.

«Mister, sento le voci!». «L’importante è che senti la mia. Gioca!». Il surreale scambio di battute tra Christian Maoddi e il suo allenatore si svolge in un campo da calcetto romano, dove la Nazionale scrittori sta s­fidando la Nazionale pazienti psichiatrici. Sì, Christian e i suoi compagni sono tutti “matti per il calcio”, Crazy for football, titolo del ­lm documentario che racconta la loro storia, al cinema dal 23 febbraio.

Arrivano dai dipartimenti di salute mentale di tutta Italia e si sono ritrovati grazie a Santo Rullo, presidente dell’Associazione italiana di psichiatria sociale e pioniere in Italia e all’estero dell’uso del calcio come terapia per favorire il reinserimento sociale di persone come Christian: «Giocando, ristabiliscono il contatto con la memoria emotiva di quando non erano malati. Persone che magari trascorrevano le giornate su una panchina in attesa di un’iniezione, sul campo ricominciano a vivere con gli altri».

L’esperienza di Rullo è stata replicata all’estero, dove sono nate migliaia di squadre come la sua. Tanto che l’anno scorso a Osaka in Giappone si è disputato il primo Campionato mondiale di calcio per pazienti psichiatrici. Crazy for football è il racconto di quest’avventura, toccante (Enrico Manzini: «Per me è importante ritrovare il contatt fisico perché in famiglia ho avuto esperienze, non dico di risse ma qualcosa di simile...»; Stefano Bono: «Conoscevo tutta Trieste. Poi, quando mi sono ricoverato, sono spariti tutti») ma anche molto divertente.

Come quando il preparatore atletico Vincenzo Cantatore, ex campione del mondo di boxe, li s­fianca con corse e flessioni ­fino a farli stramazzare a terra perché «vanno trattati come atleti», o come quando l’allenatore Enrico Zanchini, ex calciatore professionista, dopo aver lodato uno di loro gli dà un bacio sulla testa e lui lo ringrazia perché «ogni tanto la capoccia mi fuma».

Lasciando allo spettatore il piacere di scoprire come questi calciatori se la sono cavata in Giappone, conosciamoli da vicino dopo la partita con gli scrittori che, per la cronaca, si è conclusa con un onorevole pareggio e dove la maggior parte dei gol portano la fi­rma di Osamuyimen Imarhiagbe, detto Sam, che quando gioca dimentica i fantasmi che tormentano la sua mente per sfoderare dribbling e potenza degni del miglior Mario Balotelli. Iniziamo dal portiere, Luis Alberto Sabbatini. Prende medicine da quando aveva 10 anni. «Mi tagliavo le braccia e le gambe per far vedere agli altri che c’ero». Ora di anni ne ha 53, continua a prendere farmaci anche se sta decisamente meglio: «Non mi vergogno di essere matto. Se tutti dicono che sono matto, signifi­ca che sono matto».

In difesa, c’è una vera “roccia”: Sandrone Faraoni. Ex poliziotto, ha perfino fatto parte della scorta di Cossiga quando era presidente della Repubblica. «Poi ho iniziato a vivere in una realtà che mi creavo io. Sono venute fuori tutte le mie debolezze. Ma ora voglio essere felice. E giocare mi aiuta tanto». Il regista della squadra è invece Ruben Carini, che è caduto in depressione quando il padre è rimasto paralizzato alle gambe. «Mi ero chiuso in me stesso, ma non ho mai voluto prendere farmaci. Da piccolo giocavo a calcio e sognavo un giorno di indossare la maglia del Milan. Da quando ho ripreso mi sento trasformato. Ora ho anche trovato un lavoro».

C’è poi Antonio Barba, da Vibo Valentia. Nel suo passato c’è la droga, nel suo presente ci sono farmaci talmente potenti che spesso lo fanno dormire. Eppure è il rompiscatole della squadra, sempre pronto a polemizzare con compagni e allenatore dentro e fuori dal campo. Quando decide di giocare, però, non ce n’è per nessuno. Non si separa mai dal suo rosario, ma quando è in azione il suo linguaggio diventa, per usare un eufemismo, un po’ colorito: «Se dico le parolacce è perché quando gioco do l’anima. Dio mi perdonerà. Sulla Bibbia c’è scritto: “Le vostre vie non sono le mie vie”. E molti santi sono stati “toccati” dalla follia. Con il calcio ho scoperto i valori del sacrificio e dell’altruismo». E meno male che aveva esordito dicendo: «Scusami, ma non so parlare bene».

All’uscita dagli spogliatoi incontriamo invece Ruggero Della Spina, che vive a Ostia: «Spesso mi capita di parlare da solo. Quando gioco invece, tutti i brutti pensieri vanno via. Ora sto studiando per realizzare il mio sogno: diventare barman». E, infine, ecco i due sardi del gruppo: Christian Maoddi e Silvio Tolu. Il primo con il pallone fa quello che vuole: un vero funambolo. «Ero capace di restare per ore a palleggiare. Ma lo facevo da solo. Ora invece ho capito quanto è bello giocare con gli altri. Sono ritornato a quando ero bambino: quello è il vero Christian».

Il secondo, invece, è l’intellettuale del gruppo: da piccolo sognava di diventare presidente della Repubblica, ha una grande passione per gli scacchi e ha studiato ingegneria meccanica per tre anni. «Ma alle superiori sono stato vittima di bullismo e i brutti ricordi mi hanno impedito di continuare a studiare. Mi è stata diagnosticata la schizofrenia, ma ora sto molto meglio e voglio laurearmi».

Incrociamo anche Rullo, “traditore” perché per carenza di scrittori non ha giocato con i suoi ragazzi. Ci saranno presto altre occasioni: «Abbiamo già fissato una partita con la squadra femminile della Lazio a favore della lotta contro il femminicidio. Il nostro obiettivo è trovare istituzioni e sponsor per i futuri Campionati del mondo che si disputeranno a Roma nel 2018».

«Ripeto sempre che lo stigma, l’emarginazione di cui il malato mentale è ancora oggi vittima», aggiunge lo psichiatra, «sono come il fuorigioco nel calcio. Non mi sento come gli altri, non mi ritrovo nei loro schemi e allora mi metto in fuorigioco. Così, quando la palla arriva, l’arbitro fischia e i compagni non me la passano più. I miei ragazzi hanno imparato a dare un bel calcio all’isolamento e ora si stanno riprendendo le loro vite».

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«La nostra vita non è più in fuorigioco»
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