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venerdì 03 febbraio 2023
 
 

La onlus per le vittime di grandi traumi

08/02/2014  Non ha ancora un anno di vita la Fondazione Simona Galletto, la prima realtà italiana tesa a promuovere e sostenere ricerca e innovazione tecnologica a favore di chi subisce gravi incidenti e dei loro familiari

Corrado Galletto
Corrado Galletto

Si vive sperando che non capiti mai. Eppure succede, purtroppo, a centinaia di italiani ogni anno, di ricevere la telefonata che cambia la vita in un minuto. Dall’altro capo del filo, qualcuno ti dice che un tuo caro ha avuto un gravissimo incidente stradale o un infortunio. Nella testa si affollano mille pensieri e anche quando la prima domanda (“Sopravvivrà?”) trova il sollievo in cui speravi, non sempre la nuova realtà con cui si deve fare i conti è priva di disperazione.

I traumi riportati nell’incidente potranno avere conseguenze gravi, forse per il resto della vita. E allora ti trovi solo con le tue domande: “Quali saranno le strutture sanitarie più adatte?”, “Che tipo di fisioterapia sarà più utile?”, “Avrà le cure adeguate?”, “Quali saranno le conseguenze psicologiche per l’intera famiglia?”. Lo scorso giugno, è nata la prima onlus in Italia per rispondere a questo tipo di domande, la “Fondazione Simona Galletto – Ricerca e Innovazione Tecnologica per le Vittime di grandi Traumi”. Ha sede a Manta, nel Cuneese, e nasce per volontà di Corrado Galletto, a seguito dall’esperienza drammatica e dai profondi risvolti umani vissuti dalla propria famiglia dopo l’incidente stradale del figlio Stefano quando aveva solo 9 anni. La Fondazione è intitolata a Simona Galletto, sorella di Stefano, deceduta ad appena sei mesi di vita a causa di una gravissima malformazione congenita e ha l’obiettivo di aiutare le vittime di gravi traumi dovuti ad incidenti stradali e le loro famiglie.

«Queste persone – spiega Corrado Galletto - non devono essere lasciate sole. Che si abbiano o meno mezzi economici a disposizione, non sempre si riesce ad individuare la migliore struttura sanitaria in relazione alla tipologia del trauma subito. E soprattutto le gravi implicazioni psicologiche che si abbattono sull’intera famiglia prescindono da qualsiasi status sociale».

La Fondazione aiuta le famiglie ad affrontare le diverse fasi della situazione: dall’assistenza psicologica all’indicazione della struttura sanitaria di eccellenza sino all’individuazione del singolo tecnico di riabilitazione che possa prestare assistenza a domicilio. È stato istituito un call center nazionale che risponde al numero 199.240.033 (il costo va da 0,14 a 0,48 centesimi al minuto a seconda dei diversi operatori, senza scatto alla risposta). Entro 24 ore dalla chiamata, la Fondazione assicura di prendere conoscenza dell’emergenza e di cercare di organizzare l’assistenza richiesta, anche stabilendo, se necessario, un “contatto medico” con l’ospedale in cui l’infortunato è ricoverato.

Stefano Galletto
Stefano Galletto

La ricchezza di questa nuova Fondazione è anche l’essere nata da una storia tragica, quella di Stefano. «Tutto ebbe inizio nel 1982, più precisamente, il 16 aprile» ricorda ora che ha 31 anni e comunica con la scrittura o con l’ausilio di un interprete. «Attraversando la strada, davanti a casa, fui investito da un’auto con conseguenze disastrose. Fui trasportato nell’ospedale più vicino a casa, dove i medici vedendo in che condizioni ero non volevano nemmeno attaccarmi al respiratore perché affermavano che in quella situazione non mi sarei salvato. Per fortuna arrivò un’anestesista, amica di famiglia, che prontamente disse "è un bambino, ha nove anni e si deve tentare il tutto per tutto"».  

Da qui per Stefano e la sua famiglia ha inizio un calvario. Prima il coma, durato quasi tre mesi in cui i genitori di Stefano non si sono mai arresi nonostante la sfiducia di alcuni medici, andando a cercare conforto persino nelle previsioni di cartomanti, maghi e sensitivi, come può accadere quando si è soli e disperati. Poi la difficoltà di trovare un medico disponibile all’operazione. Durante il coma, a Stefano “appare” il cugino, anche lui bambino, morto un anno prima in un incidente analogo al suo (“Era in piedi, non parlava ma faceva no con la testa, suppongo volesse dire che non era ancora la mia ora…”) e sente tutto quello che si dice vicino al suo letto: «Gli infermieri, pensando che io non sentissi, dicevano mille parolacce contro i loro superiori. Così mi sono pure arricchito il vocabolario perché sentivo tutto…».

Quando arriva finalmente il giorno del risveglio, Stefano non può parlare né camminare, comunica solo con il movimento di un piede. Ancora una volta i genitori sono costretti a rivolgersi a diversi specialisti, fisioterapisti, logopedisti e foniatri. Contro il parere di alcuni medici, i genitori riportano Stefano a casa, dove proseguono le cure. Grazie alla sensibilità della sua maestra elementare, Stefano torna a scuola, in mezzo ai suoi compagni. Non parla ma riesce a scrivere. «Dopo vario tempo che andavo a scuola, la maestra mi diede un tema. Avevo bisticciato con la terapista e che le avevo detto tutte le parolacce che avevo imparato durante il coma. Così scrissi il mio sfogo. Dopo di ciò, la maestra ritirò il tema e si stupì di quel che avevo scritto. Convocò i miei genitori e fece leggere il mio capolavoro pieno di insulti e parolacce».

La famiglia Galletto
La famiglia Galletto

Contro tutte le previsioni dei medici, Stefano inizia lentamente a dire qualche parola, anche se incomprensibile, spesso nel sonno. Dalle elementari passa alle scuole medie: «In sedia a rotelle e con l’assistente fisica a fianco, in una classe studiata per me con alcuni miei vecchi compagni e con professori gran parte amici di famiglia: tutto ciò lo escogitò la maestra delle elementari. Qui mi sono messo sotto e ho iniziato a studiare; al pomeriggio, invece di fare il riposino, studiavo con l’aiuto di una maestra in pensione».

Poi Stefano si iscrive a Ragioneria, quindi all’Università, dove incontra la solidarietà e l’affetto di amici che si prendono costantemente cura di lui e si laurea in Giurisprudenza. Ora le sue giornate sono scandite dal lavoro e dalla continua fisioterapia: «Sono felice di essere vivo – scrive – e spero sempre che il domani sia migliore di oggi. In cinque minuti i miei genitori si sono trovati gettati in un mondo a loro del tutto sconosciuto. Poi è stato un percorso lungo e difficile, ma grazie al sostegno e all’affetto della mia famiglia non mi sono mai sentito solo. E ora, nonostante tutto, ringrazio la vita per quello che mi ha dato e mi continua a dare. La disabilità non è la fine della vita, ma solo un modo diverso per viverla».

 
 
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