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domenica 11 aprile 2021
 
 

Don McCullin: "La pace impossibile"

29/06/2012  Questo il titolo della mostra di Palazzo Magnani, a Reggio Emilia: 160 foto del reporter Don McCullin, uno dei più rappresentativi fotografi del '900, in esposizione fino al 15 luglio.

Quartiere di Bogside, Derry, 1971 © Don McCullin (Contact Press Images)
Quartiere di Bogside, Derry, 1971 © Don McCullin (Contact Press Images)

Non chiamatelo fotografo di guerra. L'etichetta non gli piace, anche se le sue immagini ritraggono i “cuori di tenebra” che ha incontrato in mezzo mondo andando a testimoniare i principali conflitti e tragedie della seconda metà del '900. Per Don McCullin, fotografo nato a Londra 87 anni fa, essere lì significava «andar via con un'immagine che dicesse “Aiutatemi! Cercate di capire questo essere umano che vi sta di fronte”». E questo è il senso anche delle foto esposte fino al 15 luglio a Palazzo Magnani a Reggio Emilia, nella mostra intitolata “La pace impossibile” curata da Sandro Parmiggiani e Robert Pledge.

Un viaggio lungo 160 scatti, tutti in bianco e nero e stampati personalmente dall'autore, che raccontano guerre e paesaggi dal 1958 al 2011. Dalle prime foto sulle gang londinesi e sui teddy-boys degli anni '60 alle corse dei cavalli di Ascot, dal muro di Berlino appena tirato su, al conflitto tra greci e turco-ciprioti del '64. Immancabile la guerra in Vietnam e quella dei Kmer rossi in Cambogia, o la carestia in Biafra e più tardi il colera nel Bangladesh, che esplose in contemporanea al conflitto nell'Irlanda del Nord nel 1971. In mostra anche immagini degli scontri tra miliziani cristiani e palestinesi in Libano, compresa la strage di Sabra e Chatila dell'82, e così fino ai lebbrosi indiani o ai malati di Aids nell'Africa meridionale. Uno scenario da cui l'autore si è allontanato negli ultimi anni spostandosi su immagini meno cruente, anche se ugualmente cupe, come sono i paesaggi delle campagne inglesi immortalati all'alba in inverno o gli scavi dell'antica Roma, scoperti da McCullin grazie all'amico e scrittore Bruce Chatwin. Alcune di queste foto sono esposte per la prima volta.

Un marine americano traumatizzato dai bombardamenti, Hue, 1968 © Don McCullin (Contact Press Images)
Un marine americano traumatizzato dai bombardamenti, Hue, 1968 © Don McCullin (Contact Press Images)

La mostra a Palazzo Magnani è quindi l'occasione per rivivere pezzi di storia e umanità che spesso sono strette allo stomaco e sfide all'indifferenza. Merito di un uomo che si considera semplicemente “un fotografo”. Non a caso le sue immagini sono pervase da un senso quasi teatrale della scena in cui per esempio gli occhi e il corpo del soggetto fotografato quasi inchiodano chi guarda, come a chiedergli aiuto o di soffermarsi per ascoltare idealmente la sua voce. Visioni che ricordano i dipinti di Goya, Caravaggio, Turner. McCullin però rifugge anche la definizione di fotografo d'arte. “Io non ero lì per scattare fotografie d'arte ma per raccogliere testimonianze che potessero evitare il ripetersi di quegli orrori”, spiega categorico nell'intervista allegata al catalogo della mostra.

Somerset, Gran Bretagna, 1991 © Don McCullin (Contact Press Images)
Somerset, Gran Bretagna, 1991 © Don McCullin (Contact Press Images)

Testimone della vita e del mondo, deve tutto alla sua voglia di essere lì e in quel momento. È così che a 20 anni, acquistata la sua prima macchina fotografica (una Rolleicord 4) e incuriosito dalle gang londinesi, le fotografò e pubblicò il suo primo servizio sull'Observer. Nel '61 invece, appena saputo della costruzione del muro di Berlino, non ci pensò due volte e scappò nella città tedesca senza nessun incarico da un giornale. Le immagini furono un successo che gli valsero il “British press photography award”, primo di una serie di riconoscimenti da fotoreporter fra cui il più prestigioso “World press photo” del '64 per il servizio sulla guerra a Cipro.

Dagli anni '90 però basta conflitti, basta sofferenze, basta orrore. McCullin ha deciso di dedicarsi a paesaggi e nature morte, anche per alleggerirsi di un peso emotivo che non l'ha mai abbandonato. “Quando ti trovi di fronte una persona che sta per essere giustiziata e che ti implora di aiutarla ma tutto quello che puoi fare è scattare una fotografia e andartene, allora se hai ancora un briciolo di umanità, il tuo cuore è pesante come una pietra”.

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