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giovedì 21 ottobre 2021
 
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La parola più usata dell'anno? E' una faccina che ride

18/11/2015  L'Oxford English Dictionary accoglie per la prima volta un emoji. Dobbiamo preoccuparci, ci stiamo imbarbarendo? La linguista Vera Gheno assicura di no. Ecco perché.

Una faccina gialla che ride a crepapelle fino alle lacrime. E’ lei, secondo l’Oxford English Dictionary, la parola inglese più usata del 2015. Proprio una parola in verità non è, i lessicografi, i linguisti, insomma i signori che compilano i vocabolari, chiamano questo segno "pittogramma", per dirla alla buona è un'incisione rupestre della contemporaneità. Il popolo del web lo conosce come "emoji"  (pr. emògi): serve a dar forza o chiarezza al discorso sincopato della messaggistica istantanea, su WhatsApp, negli sms, nei commenti a Facebook, dove occorre essere sintetici e il fraintendimento è in agguato. La faccina soccorre come se quella comunicazione, che è scritta ma usa i codici del'oralità, fosse accompagnata da un’espressione del volto: sorriso (sto scherzando), triste (mi spiace, ci son rimasto male) e via esemplificando.

Se la notizia fosse arrivata via WhatsApp, magari l’avremmo scherzosamente commentata così:



Più seriamente abbiamo chiesto a Vera Gheno, linguista, docente all’Università di Firenze e all’Università per Stranieri di Siena, esperta del rapporto tra linguistica e tecnologia, nonché Twitter master per l’Accademia della Crusca, di aiutarci a interpretare la notizia che cala dai dizionari oxfordiani, per capire che cosa ci dice, di noi e del nostro comunicare quotidiano, questa faccina intrusa nel vocabolario.  

«Non è così spiazzante», spiega,  «perché da decenni l’Oxford English Dictionary cerca di interpretare lo spirito dei tempi. Il fatto di registrare l’uso di questo mezzo espressivo nel vocabolario non significa avallarlo, ma prendere atto della sua diffusione, perché i dizionari, anche se i più li intendono come una legge, non sono prescrittivi ma descrittivi. Già nel 2011, del resto, l’Oxford English Dictionary, che è considerato una specie di bussola, aveva rotto il ghiaccio,  inserendo per la prima volta tra le sue voci un simbolo grafico: il cuore usato in inglese al posto di “love”, “amo”, come lo vediamo sulle magliette “I © N Y” per “Io amo New York”».

L’emoji è il soccorso a una battuta, una nota di colore, una scorciatoia cui ci stiamo abituando; tanto è vero che chiunque scriva messaggistica istantanea aiutandosi con le faccine  finisce per sentirsene un po’ orfano quando, per ragioni di formalità o di contesto, è costretto a rinunciarvi per tornare a far intendere tutte le sfumature soltanto a parole. E viene da chiedersi, con un po’ di sana autocritica, se tutto questo abbondare di surrogati divertenti e colorati non ci stia impigrendo, se non stia imbarbarendo la nostra capacità di farci capire a parole scritte.   

Giriamo la domanda a  Vera Gheno che, come sempre accade in questi casi, da esperta guarda con indulgenza al vezzo che altri meno esperti, ma più cruscanti della Crusca, sarebbero  pronti a stigmatizzare: «Non sarei così negativa, il vero problema dell’Italia è l’analfabetismo di ritorno sulla cui soglia sta, secondo le statistiche, una persona ogni tre (persone che pur essendo andate a scuola hanno difficoltà a capire quello che leggono ndr.). Le difficoltà di comunicazione vengono da lì, non dalla possibilità di usare un segno grafico al posto di una frase».  

Tutto sta nel dominare il mezzo espressivo che si adopera: «E’ una questione di contesti: ci sono contesti, via WhatsApp, per sms, in cui la faccetta che esprime lo stato d’animo è comoda, il problema si pone quando questa forma di comunicazione esce dal suo contesto naturale per entrare in altri per i quali non è appropriata, perché c’è bisogno di un registro più formale o perché non è adeguata al pubblico cui si rivolge. Secondo me è virtuoso, dove si può, sforzarsi di esprimere a parole le sfumature emotive per non essere fraintesi, però  credo che nel mondo della comunicazione tutti gli stili abbiano diritto di cittadinanza, l’importante è saperli usare. E’ come avere una cassetta degli attrezzi del mestiere: più strumenti abbiamo meglio lavoriamo allo scopo, a patto di sapere che cosa usare e quando, non solo a livello di parole ma di potenzialità espressive».

Impossibile dire se nella scelta di considerare o meno un emoji nel vocabolario abbia inciso l’elemento psicologico della simpatia istintiva che sgorga da questa risata contagiosa. Non ci sono dati scientifici per dirlo: «Quello che sappiamo è che se è finita lì, come parola dell’anno, è perché molta gente comunicando la diffonde, segno che, bene o male, tante persone sanno sorridere, nonostante tutto». Alla lunga potremmo, persino, scoprire che rappresenta davvero lo spirito di questo tempo, una reazione alle notizie buie che ci avvolgono.

 
 
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