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martedì 18 gennaio 2022
 
 

«La parrocchia: umile "paniere" offerto a tutti»

26/05/2014  Ecco l'intervista esclusiva che il cardinal Marco Cè, scomparso il 12 maggio scorso, concesse a Jesus nel 1988. Fu uno dei rarissimi interventi del patriarca di Venezia su una testata giornalistica. Di grande acume le intuizioni sul ruolo delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali.

la copertina di Jesus (6/1988) con l'intervista a Marco Cè
la copertina di Jesus (6/1988) con l'intervista a Marco Cè

S'intitolava "Il vescovo schiavo di tutti" l'intervista esclusiva che  il cardinal Marco Cè concesse al mensile Jesus nel giugno del 1988, quand'era patriarca di Venezia. Rimane uno dei suoi rarissimi interventi sui media nazionali. In essa  il cardinale, mancato il 12 maggio scorso,  sintetizza nella frase paolina "farsi tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno" l'atteggiamento di fondo che deve guidare un pastore verso la sua diocesi. A distanza di 25 anni, illuminanti e profetiche risultano  le sue affermazioni su parrocchia, "laboratorio" dell'inculturazione della fede, e i movimenti ecclesiali.   

   Ecco il testo:
"Riservato e restio ai clamori del­la cronaca, consapevole che la sua parola ha l'autorevolezza del pastore di una grande Chie­sa, Marco Cè, patriarca di Venezia e vicepresidente della Cei, offre, nell'in­tervista rilasciata a Jesus, una lettura della realtà della sua diocesi. A tratti le sue parole si fanno sermone, a tratti catechesi. Ne esce l'immagine di un vescovo che sa gioire e sa soffrire con la sua Chiesa. Nelle difficoltà si legge sempre l'invito alla speranza, nella complessità della situazione lo sguar­do sereno di chi vede la storia con gli occhi dell'E vangelo.

- Lei ha appena finito la visita pasto­rale.Quale impressione ne ha tratta?
 «È stata la mia prima visita pastora­le e si è protratta per sei anni: buona parte del mio servizio episcopale a Venezia! Ho percorso, a una a una, tutte le parrocchie, anche le più picco­le, incontrando catechisti, consiglieri pastorali, gruppi di coniugi, genitori dei ragazzi del catechismo, sempre i giovani, visitando gli ammalati nelle loro case, predicando in tutte le euca­ristie... Un'affascinante esperienza di "missionarietà". Ho visto comunità vive, realtà ricche di fermenti evange­lici, tanti segni della presenza operan­te dello Spirito. Mi sono anche con­frontato con una situazione difficile. Venezia, col suo territorio, è un croce­via di culture; ogni giorno è premuta da realtà che non possono non segnar­la in profondità, trasformando la men­talità e i comportamenti. Sul piano pastorale la risposta più pertinente e tempestiva è una "nuova evangelizzazione". L'espressione è del Papa e mi sembra particolarmente calibrata sulla situazione veneziana. Evidentemente i primi destinatari so­no gli adulti. È la direzione nella quale ci si sta muovendo ed è l'orizzonte che qualifica lo sforzo di catechesi, dentro e fuori le strutture normali, spingendo a collocarla anche nelle case. Oltre alla catechesi vera e propria, nell'ottica indicata, ci si muove nella linea degli itinerari di fede, valorizzando soprat­tutto l'anno liturgico, e in quella di un più esigente coinvolgimento dei geni­tori e delle comunità nel cammino di iniziazione cristiana dei ragazzi». 
  - Quali sono i problemi essenziali della Chiesa veneziana?
«Mi sarebbe facile rispondere elen­cando l'uno dopo l'altro tutti i nodi che il nostro tempo pone per la vita del credente, sia del singolo, sia della co­munità. In questo la diocesi di Venezia ha molte cose in comune con tutte le altre. Preferisco soffermarmi sulla pecu­liarità della Chiesa di Venezia, la qua­le da un lato per il suo territorio è una delle zone più turistiche d'Italia, dall'altro come città storica è uno dei luoghi immortali di cultura, infine, per la concentrazione industriale di Marghera, è singolarmente sottoposta a successive ondate di mentalità diver­se, che premono massivamente sul costume della gente. Radicata storica­mente e geograficamente nel Veneto, la Chiesa di Venezia ha una sua tipici­tà inconfondibile, per cui la compren­sione del "cambiamento" e la "nuova evangelizzazione" sono particolar­mente urgenti. La possibilità di an­nunciare il Vangelo a milioni di perso­ne, che qui approdano, anche con il linguaggio dell'arte cristiana presente a Venezia, in misura e qualità senza uguali, diventa per la comunità una grande responsabilità. Essa deve con­frontarsi con la realtà industriale di Marghera, in profonda trasformazio­ne, e mentre la città storica va invec­chiando e spopolandosi. Al di là del ponte, la città di Mestre, sorta tumultuosamente in pochi decenni, non ha ancora trovato una sua "temperatura" unitaria e culturale, però è vivace, attivissima e grintosa. Nel magma di queste situazioni i problemi di evange­lizzazione, di. presenza e partecipazio­ne ai problemi dell'uomo sono immen­si e lo sforzo di adeguamento della struttura -pastorale diventa faticoso e molto impegnativo».

- Venendo a parlare di una situazione più generale della Chiesa italiana, non ritiene che la parrocchia sia sempre meno importante di fronte a movimenti, gruppi, associazioni?
   «A mio avviso parrocchia e movi­menti, gruppi e associazioni, non sono alternativi, almeno nella situazione italiana dove la parrocchia ha una lunghissima tradizione di efficacia pa­storale e rappresenta la struttura por­tante dell'organizzazione ecclesiale. Sull'importanza della parrocchia io credo non si insista mai abbastanza. Io ne ho fatto l'oggetto del mio intervento al Sinodo. Un vescovo statunitense (quello di Saint Louis, ndr) ha ricorda­to che in quel Paese la consultazione presinodale ha segnalato la parroc­chia come il luogo, dopo la famiglia, la gente fa esperienza della presenza di Dio. Non c'è da stupirsi: la parrocchia è il luogo privilegiato dove la Chiesa esprime il suo essere fra gli uomini, segno e strumento della salvezza di Cristo. E questo a favore di tutti, a partire da coloro che, di fatto, non dispongono di altri mezzi e possibilità, quali l'appartenenza a gruppi, movi­menti, associazioni. La parrocchia, almeno da noi, espri­me l'ethos profondo della gente e la sua tradizione storica; è il radicamento capillare della comunità cristiana nel territorio: ne vive i problemi, fa incon­trare le persone e spesso rimane riferi­mento affettivo anche per i non prati­canti; generalmente costituisce, anche sul piano civile, la più forte realtà aggregativa». 

  - In che modo questo inserimento nel quotidiano "rilancia" la parrocchia come soluzione ai problemi che la Chiesa deve affrontare oggi?
  
«Le farò alcuni esempi: oggi si parla molto di "missionarietà". Io credo che la parrocchia possa essere il centro propulsore della missionarietà. Pro­prio perché è "il luogo del battesimo" («tutti là sono nati», potremmo dire col salmo), è anche il punto di parten­za per la missione negli spazi del vasto mondo, nei luoghi dell'esistere concre­to degli uomini, da quelli più umili ai più sofisticati, in cui deve svolgersi la "nuova evangelizzazione" oggi. Anco­ra: da molte parti si segnala l'impor­tanza di rivalutare la religiosità popo­lare. La parrocchia, proprio perché inserita nell'ambiente e nel quotidia­no, può diventare l'occasione privile­giata per accogliere, qualificare ed esprimere quanto vi è di positivo nella religiosità popolare, facendola matu­rare nella fede autentica. Infine: oggi si sente molto l'urgenza della "inculturazione" della fede, del suo inserimen­to vivo e vitale nella mentalità e nelle prospettive degli uomini del nostro ' tempo. La parrocchia può diventare il "laboratorio", umile e quotidiano, dell'inculturazione della fede. Questa de­ve cominciare proprio nella vita "quo­tidiana" del cristiano, sostenuta dalla grazia di cui la parrocchia è come l'umile "paniere", offerto a tutti dalla Chiesa; e alla parrocchia si deve torna­re, per confrontarsi con la fede dei fratelli, con la riflessione teologica e culturale, illuminata dal magistero ecclesiale».  

- Allora è sufficiente la parrocchia? Possiamo fare a meno dei vari movi­menti e gruppi?
   «Non intendo dire questo. Anche al Sinodo il mio discorso sulla parroc­chia non intendeva essere né esclusivo né polemico. Capire l'importanza del­la parrocchia non significa dire che basti da sola. Come vi sono state, nel passato, ragioni e istanze che hanno motivato la nascita dell'associazioni­smo, quale l'Azione Cattolica, lo scou­tismo, ecc, così vi possono essere oggi nuove domande e realtà che sostengo­no il formarsi di esperienze ecclesiali e pastorali, legate alle nuove istanze dell'evangelizzazione». 

  - Lei pensa, allora, ad una pastorale che corre su due binari: il binario delle parrocchie e il binario di movimenti, gruppi, associazioni?
   «L'esempio dei due binari è fuor­viante. L'idea fondamentale è la sinte­si delle diversità, più che la giustappo­sizione. In termini più ecclesiali: legge di vita della comunità cristiana è l'ac­coglienza vicendevole dei doni dello Spirito, se tali sono riconosciuti. Essi non vanno mai pregiudizialmente esclusi, ma docilmente attesi e consi­derati. Ci ammonisce san Paolo: «Non spegnete lo Spirito... esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono». So bene che tra parrocchie, da una parte, e movimenti e gruppi, dall'altra, i rapporti non sono sempre facili. Ma sono difficoltà da superare. Le parroc­chie possono e devono offrire a queste realtà spazi e momenti di accoglienza e riconoscimento. I campi della nuova evangelizzazione sono immensi e ri­chiedono varietà e complementarietà di presenze e di modi. Inoltre oggi emerge sempre più l'urgenza di svilup­pare una nuova e più dinamica com­prensione della presenza dei cristiani laici nel territorio, che porta a cercare più solidi legami di comunicazione, coordinamento pastorale e modi più tempestivi di testimonianza. Si cree­ranno così ambiti di comunione eccle­siale all'interno dei quali troveranno il loro naturale spazio i vari gruppi, mo­vimenti, associazioni. Essi non potran­no sottrarsi al dovere della collabora­zione e del dialogo fraterno, sotto il discernimento e la guida dei pastori, in vista dell'annuncio del Vangelo».  

- A proposito del rapporto "Chiesa eproblemi dell'attualità", i cattolici veneti si sono distinti ultimamente in inizia­tive pacifiste e ambientaliste, che hanno anche sollevato pesanti critiche da partedi politici laici: troppa esuberanza ogiusta sensibilità?
   «II Triveneto (uso questa espressione perché a livello ecclesiale le tre regioni sono strutturalmente legate) è una realtà che, per la sua storia e la sua stessa geografia, è molto articolata e ricca. Altre regioni sono struttural­mente più tranquille. Di fronte all'e­splodere di tante iniziative occorre di­scernimento, sforzo di comprensione e paziente attesa. I vescovi hanno dato un loro contributo di riflessione, per un giudizio maturo, con un documento sulla pace, in preparazione all'incon­tro di Assisi del 27 ottobre 1986».  

- Quale potrebbe essere un giudizio profetico sulle questioni sollevate dai pacifisti? 
    «Intendiamoci innanzitutto sull'ag­gettivo "profetico": profeta è colui che legge la presenza attiva di Dio nella storia degli uomini e sa coglierne la direzione, che è sempre la salvezza.Certamente oggi il Signore sta susci­tando nelle coscienze una volontà di pace e un rifiuto della guerra, quali non ci sono mai stati nel passato. Questo è un segno della presenza di Dio nella storia. Certo, non basta fer­marsi qui; occorre trarre le conseguen­ze operative e fare scelte concrete... E qui incomincia la problematicità e l'opzionalità. La difficoltà del cammi­no non deve però rintanarci nell'iner­zia. Bisogna accettare la fatica della ricerca, dei tentativi parziali. La stra­da giusta è sempre frutto di molta fatica.Come pastore d'anime io non posso eludere un altro discorso. Il problema della pace non è solo questione di scelte politiche, con cui comunque -previo l'indispensabile discernimento - è necessario compromettersi: è un problema che investe l'uomo come tale, e ci rinvia al male e alla ribellione a Dio, che attraversano la storia del l'uomo. È nel male l'origine di ogni divisione, della frattura che attraversa l'io singolo, delle barriere che separa­no la collettività umana. La questione seria circa là pace è, allora, il proble­ma del male e di come se ne possa guarire. In questo senso il Vangelo col suo messaggio sul regno di Dio è giudi­zio sulla storia ed è impareggiabile scuola di pace». 

  - Non le pare che questo discorso sia comprensibile e limitato ai credenti?
   «No, perché la consapevolezza del male, e di un male radicale, è diffusa anche lungo tutta la storia della rifles­sione laica. La riflessione credente conosce un "di più", sia circa il male, sia circa la salvezza, ma è certo che anche la più acuta riflessione "laica" non pretende davvero di disfarsi di questi temi».   - A chi chiede "pace" lei risponde"santità".

- Non le pare di esigere troppo?
   «Certo, io parlo da credente e propongo ciò che a mia volta ho ricevuto. Se parlo di santità parlo però di una santità incorporata in precise scelte storiche, che implicano assunzioni di responsabilità personali, sociali e poli­tiche. Sono, però, consapevole di chia­mare ad una prospettiva radicale, ulti­ma, che accetta la fatica e i limiti della ricerca e della realizzazione storica, che fa i conti con le legittime esigenze della realtà politica e statuale. Il giudi­zio profetico è apertura di prospettiva, messa in tensione delle coscienze e della realtà, non un sogno, una irreale fuga in avanti. Per questo è un giudizio "difficile" per tutti. Difficile per chi ne è capace, in quanto mette nella scomo­da situazione di vedere la realtà pre­sente e di viverla giorno per giorno alla luce di una possibile realtà diversa, facendo quindi la figura del "visiona­rio", del "folle". Difficile per chi lo ascolta, e cerca di comprenderlo, per­ché chiama alla fatica, all'insoddisfa­zione continua per quello che si è, per quello che si fa, anche in quanto c'è di positivo».

- In una realtà ecclesiale e culturale sempre pia complessa e varia come Venezia, quali ritiene debbano essere gli atteggiamenti di fondo di un vescovo? 
   «E impossibile isolare il vescovo dalla sua Chiesa, perciò più che di atteggiamenti di fondo del vescovo, preferirei parlare di atteggiamenti della mia Chiesa. Ne indicherei tre. Innanzitutto l'attenzione a capire, ad avere intelligenza della realtà in cui si è chiamati ad annunciare il Vangelo. Certamente la realtà veneziana - come ho già rilevato - è complessa; storica­mente, geograficamente e cultural­mente articolata; se "il cambiamento" caratterizza tutte le Chiese italiane oggi, la comunità ecclesiale veneziana vi è forse più esposta di altre. La tentazione è la pregiudiziale chiusura, se non proprio il rifiuto. E inveceoccorre attenzione a capire, impegno illuminato a discernere, capacità di cogliere tutte le sintonie col bene di cui ogni fenomeno storico è portatore. Non dico che sia facile. Come secondo atteggiamento, mi pare di poter evidenziare la disponibi­lità a condividere. Il vescovo esercita, fra gli altri, il ministero della "compa­gnia", della condivisione, del "fare strada insieme" anche perché, se il vescovo da uri po' del proprio volto alla sua Chiesa, questa, a sua volta. Io intride di sé e lo plasma. Forse è me­glio concretizzare. Estremamente illu­minante è stata per me l'esperienza della visita pastorale: un lungo cam­mino di "compagnia" con la comunità; ascoltando, sforzandomi di compren­dere situazioni e persone, dando fidu­cia, sostenendo e consolando, spingen­do anche verso strade nuove. Ma anche la pastorale quotidiana è "compagnia", itinerario coi suoi mo­menti di riconoscimento e di missione. Tale è, per esempio, l'annuale "man­dato dei catechisti", un appuntamento irrinunciabile, che fa parte della traditio fidei della nostra Chiesa, entrato ormai nel nostro calendario liturgico. Una festa della fede: il vescovo la consegna ai catechisti, perché a loro volta la consegnino a coloro che sono in cammino verso il Signore: la fede dei padri, sigillata dal martirio dell'e­vangelista Marco, nostro protettore, e narrata dai mosaici della nostra catte­drale... L'immagine della "compa­gnia" mi rinvia anche a quanto si sta facendo per consegnare alle coppie di sposi il senso cristiano della famiglia e sostenerle in esso; e alla pastorale giovanile, concepita proprio come un cammino con i giovani, per la risco­perta della fede. Un cammino fatto insieme: il vescovo che annuncia e si sforza di capire, i giovani che provoca­no vescovo e comunità, con le loro domande di senso, di autenticità e di chiarezza. Mi rinvia infine agli "ulti­mi", come oggi si suole dire: i poveri, i senza tetto, gli ex carcerati ed ex mani-comiali, i tossicodipendenti, gli anzia­ni soli, i disabili fisici e psichici. Nu­merose iniziative, a Venezia e in terra-ferma, dimostrano questo impegno di "compagnia" con i piccoli. Un debito -dobbiamo ammetterlo - ben lontano dall'essere pagato».  

- E il terzo atteggiamento?
   «Riassume e sintetizza in un'unica prospettiva l'attenzione a capire e la disponibilità a condividere. Il vescovo non può che accogliere l'invito di Pao­lo: "Farsi tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno". Non è un atteg­giamento facile: chiama alla disponi­bilità incondizionata alla causa del Vangelo. Per l'apostolo, e quindi per il vescovo, non è possibile separare la propria salvezza dalla propria missio­ne. Egli si salva annunciando il Vange­lo, facendosi "schiavo" di tutti».

Alberto Laggia e Luciano Scalettari  

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