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domenica 27 novembre 2022
 
genetica
 

La perfezione non è mai una virtù

05/05/2022  L’opportunità di interventi sul Dna non terapeutici ma ‘migliorativi’ sono questioni su cui ferve il dibattito. Ma il nostro modo di rappresentarci un’immagine di perfezione è fallace perché la condizione umana stessa è intrinsecamente incompiuta (di Carlo Casalone)

Padre Carlo Casalone, teologo, esperto di bioetica.
Padre Carlo Casalone, teologo, esperto di bioetica.

È possibile che la meritocrazia sia solo un’illusione? E, se quella che viviamo è una tirannia del merito dove non c’è posto per chi non ha le opportunità, come coinvolgere gli esclusi nella costruzione del bene comune? Michael J. Sandel, professore alla Harvard University, porta avanti da tempo una riflessione sul merito nei suoi libri su giustizia, democrazia, etica e mercato tradotti in più di 30 lingue.

Il filosofo politico e morale statunitense interviene all’Università Cattolica del Sacro Cuore nell’ambito del ciclo di conferenze “Un secolo di futuro: l’Università tra le generazioni”, l’iniziativa promossa dall’Ateneo in occasione del Centenario. The Tyranny of Merit: Can We Find the Common Good?, questo il titolo della lecture che si terrà, alle ore 18.00, in presenza nell’Aula Magna (largo Gemelli, 1 – Milano) e in diretta streaming sul sito www.unicatt.it e sui canali social dell’Ateneo. Introdurrà la lezione il rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli. Dopo la lecture Romano Prodi, presidente Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli, dialogherà con Michael Sandel su alcuni aspetti emersi durante la conferenza.

In occasione di questo incontro Vita e Pensiero ha appena pubblicato una nuova edizione del libro di Sandel, Contro la perfezione. L’etica nell’età dell’ingegneria genetica. Pubblichiamo la prefazione di Carlo Casalone, gesuita, teologo ed esperto di bioetica.

 

 

Il 26 novembre 2018 il ricercatore cinese He Jiankui dà la notizia con un video su Youtube di aver modificato il genoma di due gemelle, da poco venute alla luce con una procedura di fecondazione extracorporea. La tecnica utilizzata è nota come Crispr-Cas9: una metodica di editing genico messa a punto nel 2013, che funziona come una sorta di bisturi molecolare. Attraverso un’azione di ‘taglia e cuci’, consente di eliminare o di sostituire frammenti di DNA in modo più rapido, agevole ed economico rispetto al passato, anche se la precisione rimane ancora non del tutto soddisfacente. L’obiettivo di Jiankui era di eliminare il punto di attacco del virus che provoca l’AIDS alla membrana cellulare, rendendo le gemelle resistenti all’infezione.

La prodezza biotecnologica ha suscitato molte polemiche non solo per il modo irrituale di comunicazione e di esecuzione, che ha evaso le procedure canoniche della comunità scientifica gettando peraltro un’ombra di sospetto sulla veridicità della notizia, ma soprattutto per la trasmissibilità alla discendenza della presunta modifica del genoma. I ricercatori di tutto il mondo si erano accordati per una moratoria su esperimenti di questo tipo, che sono illegali anche in Cina. Per di più, l’intento non era quello di correggere un difetto patologico, ma di potenziare le prestazioni, in questo caso immunitarie.

L’opportunità e la liceità di interventi che non sono terapeutici, ma ‘migliorativi’, sono questioni su cui ferve il dibattito nel mondo scientifico e nelle aree più sensibili dell’opinione pubblica. La vicenda, che ha poi procurato allo spregiudicato ricercatore una condanna a tre anni di carcere e al pagamento di una multa, illustra con chiarezza l’attualità del presente volume. In effetti, le nuove acquisizioni delle scienze biologiche estendono sempre più gli spazi che consentono agli esseri umani di intervenire nel corso di eventi in precedenza condotti dalle forze spontanee della natura. Si dilatano così i margini di responsabilità nelle valutazioni e nelle operazioni che si possono compiere e che sono ormai in grado di modificare le basi molecolari degli organismi viventi e delle specie, inclusa quella umana. Dobbiamo aspettarci che nei prossimi anni questo fenomeno cresca e acceleri ulteriormente, poiché le conoscenze provenienti da differenti campi del sapere vengono sempre più utilizzate in modo sinergico. Biotecnologie, nanotecnologie, informatica e neuroscienze cooperano strettamente, per cui vengono definite ‘emergenti e convergenti’. In particolare, con il contributo di un vertiginoso incremento della potenza di calcolo e del volume di dati raccolti e memorizzati, i loro effetti, più che sommarsi, si moltiplicano (...).

Tuttavia, l’identità di una persona non dovrebbe essere ridotta a caratteristiche genetiche, poiché coinvolge complessi fattori educativi, ambientali e personali e legami emotivi, sociali, spirituali e culturali con gli altri e implica una dimensione di libertà», recita la Dichiarazione internazionale sui dati genetici umani dell’Unesco del 2003 (art. 3). Del resto, la ricerca scientifica va chiarendo quanto l’espressione del corredo genetico sia frutto dell’interazione tra diversi fattori. La componente innata e quella acquisita (nature e nurture) non possono essere separate o contrapposte, ma sono strettamente intrecciate. Anche nell’interpretazione delle nozioni di salute e malattia (genetica) non si può prescindere dal ruolo dell’ambiente: a eccezione di casi ben precisi e minoritari, esse non sono direttamente deducibili da singoli geni considerati in modo isolato, ma dipendono dalle reciproche interazioni che i geni instaurano tra loro e con il sistema più ampio in cui l’organismo è inserito e al cui interno trova – o perde – l’equilibrio che gli permette di vivere. L’epigenetica ha messo in luce quanto l’informazione contenuta nel DNA sia influenzata nella sua espressione dagli stili di vita, che risentono sia delle scelte personali sia della cultura in cui ciascuno è inserito. Tali fattori incidono non solo sull’espressione dei geni, ma anche sulla trasmissione dei caratteri ereditari alla discendenza.

Sul versante della medicina, le risorse oggi disponibili mutano profondamente l’ordine concettuale con cui si interpreta la trasmissione della vita, la generazione e la filiazione. Le procedure di riproduzione assistita consentono di ottenere la fecondazione all’esterno del corpo materno. Ma pure lo spazio interno dell’organismo è divenuto più trasparente, grazie alla diagnostica per immagini, e accessibile alla chirurgia, anche fetale. Si presenta in una nuova versione quanto Michel Foucault ha descritto come gesto inaugurale d’ingresso della medicina nella modernità: nel XVIII secolo l’anatomia patologica, sezionando il cadavere, permetteva di identificare le anomalie degli organi malati, a cui l’occhio clinico imparava a ricondurre i sintomi manifestati dai pazienti; oggi le nuove tecnologie restituiscono immagini e funzionalità degli organi interni di soggetti viventi.

È una riorganizzazione dei rapporti tra visibile e invisibile, ulteriormente rilanciata dalla possibilità di realizzare all’esterno dell’organismo alcuni processi che prima potevano svolgersi solo dentro i suoi confini, in una sede sottratta allo sguardo. Lo spazio del corpo materno in cui l’embrione si sviluppa diviene così più facilmente accessibile e addirittura, con le tecniche in vitro, la fecondazione e le prime fasi della crescita avvengono in laboratorio. Assistiamo, da una parte, a una sorta di regressione filogenetica – poiché l’extracorporeità ‘ritorna’ a modalità procreative primordiali, in cui il materiale genetico e il processo riproduttivo tendono a essere più autonomi dal corpo – e dall’altra, a una maggiore esposizione dell’embrione nella sfera pubblica. Una circostanza che accresce le possibilità di intervento medico e le esigenze di regolamentazione giuridica.

Meritano poi una specifica sottolineatura le nuove conoscenze di quanto avviene nel periodo della gestazione. La gravidanza è infatti un tempo in cui la relazione tra madre e figlio/a assume caratteristiche uniche: la donna vive nel proprio corpo la presenza di un altro essere umano che si sviluppa secondo una cronologia di cui lei non dispone. Il ‘dialogo’ che si instaura tra il sé (anche immunitario) materno e quello fetale – tramite lo scambio di molecole e cellule di cui la placenta è lo snodo cruciale – conduce a una profonda trasformazione, sia sul piano biologico sia su quello vissuto: l’estraneità del corpo altrui viene progressivamente elaborata e riconosciuta dalla madre come quella non di un nemico invasore da combattere, ma di un ospite da accogliere e da adottare. Questa dinamica, con la sua portata simbolica, eccede la relazione tra madre e figlio: essa contribuisce alla formazione del legame sociale a livello della convivenza umana. Ci sembra che, a partire da questa osservazione, occorra andare oltre la posizione di Sandel a proposito dello statuto morale dell’embrione. Egli lo colloca in una posizione intermedia tra cosa e persona, attribuendogli una tutela ridotta, che non esclude il suo impiego per la ricerca. Certo la questione è dibattuta, anche per la odierna disponibilità di metodiche alternative per ottenere cellule staminali; tuttavia non sembra possibile affrontarla senza contestualizzare in modo più ampio il tema della generazione.

I brevi cenni fin qui tratteggiati sulla genetica, l’epigenetica, la medicina e la relazione materna ci aiutano a cogliere come non si possa prescindere dal contesto complessivo – che è al contempo biomedico, socio-economico e culturale – per comprendere il significato delle biotecnologie che l’ingegneria genetica ci mette fra le mani, in particolare riguardo alla generazione. La trasmissione della vita umana non è un fatto solo biologico né il patrimonio che si passa in eredità è solo genetico, ma entrambi mobilitano il senso dell’esistenza e il modo in cui le culture nel loro complesso lo elaborano: nell’atteggiamento che abbiamo verso la generazione e l’accoglienza dei figli si esprime il rapporto profondo verso la vita e, più in generale, verso l’avvenire, da parte non solo dei genitori, ma anche dell’intera società.

L’analisi di Sandel avvince per chiarezza espositiva ed efficacia argomentativa. Egli evidenzia come nell’ingegneria genetica sia all’opera la medesima istanza di controllo che anima l’impresa scientifico-tecnologica. Abbiamo visto come si tratti di una logica presente già molto prima di arrivare agli interventi futuribili per disegnare il profilo di un figlio che corrisponda ai desideri dei genitori. Da qui deriva l’importanza di tutelare e approfondire le condizioni di possibilità che rendono persuasivo il ragionamento dell’Autore. Soffermandosi sull’inquietudine che suscitano le potenzialità dirompenti della bioingegneria (anche in termini eugenetici), egli ne esplora le motivazioni. Vengono ben chiarite le ragioni per cui l’insicurezza delle tecniche e la probabile disuguaglianza della loro distribuzione non siano sufficienti a rendere pienamente conto del disagio che esse suscitano. Il punto essenziale del suo argomento si basa sull’interpretazione della vita come dono, originariamente indisponibile, da accogliere. Da qui discendono gli atteggiamenti fondamentali da incoraggiare: umiltà, responsabilità e solidarietà.

Ma sembra importante non perdere il contatto con quel terreno dell’esperienza in cui si radica la percezione dell’inquietudine. Infatti se non si mettono a fuoco le evidenze che si mediano nella cultura e le loro possibili mutazioni storiche, potrà venire a mancare la base di appoggio dell’argomento. Forse proprio in una certa sottovalutazione di questa dimensione culturale da parte dell’autore risiede lo schematismo piuttosto riduttivo secondo cui egli prospetta il ruolo della dimensione religiosa (o teologica) nella riflessione etica, nel pur lodevole sforzo di produrre un discorso valido per tutti. Ma i credenti non possiedono a priori le risposte alle domande dibattute, come Sandel sembra lasciar intendere. Il loro contributo non consiste nel far valere argomenti dottrinali, dedotti da un credo inaccessibile al ragionamento, quanto piuttosto nel rendere testimonianza delle forme dell’umano (antropologia) implicate nel Vangelo del Signore Gesù. In tal senso, essi sono chiamati a rendere ragione in modo per tutti comprensibile del significato etico (universale) a cui la fede cristiana consente di accedere e che trova nella cultura il suo terreno di comune radicamento, interpretandone criticamente le istanze di senso.

Il tentativo sotteso alla tecnica di assicurarsi da rischi e di ridurne il più possibile la presenza, rende più difficilmente accettabile il fatto che essi sono parte costitutiva dell’esistenza umana; come del resto, su più ampia scala, la vita nell’universo e il suo evolversi sono contrassegnati da precarietà e contingenza. L’affanno di eliminare oggi ogni imperfezione, anche genetica, e di intervenire in futuro sul genoma per progettare i propri figli con le caratteristiche più desiderabili, è anzitutto scientificamente infondato: quanto abbiamo detto sull’epigenetica ce lo ha mostrato, oltre al fatto che mutazioni e variabilità si proporranno in forme sempre nuove.

Ma in secondo luogo, il nostro modo di rappresentarci socialmente un’immagine di perfezione, modellato sulla logica dell’impresa scientifico-tecnologica, è fallace perché la condizione umana stessa è intrinsecamente incompiuta. Nell’esistenza umana si riconosce una più generale condizione di fragilità, di cui la malattia è solo uno degli indizi. A ben guardare già dalle prime fasi dello sviluppo l’essere umano manifesta una vulnerabilità e una dipendenza che rinviano a uno stato ‘imperfetto’, di cui siamo chiamati a prenderci cura. La relazione materna, nella sua portata simbolica, ci istruisce circa l’elaborazione che avviene sulla soglia di un incontro in cui l’intrusione ostile si può tradurre in ospitalità e reciproco, anche se inizialmente asimmetrico, affidamento. La mancanza e il limite fanno costitutivamente parte della ricerca di senso dell’esistenza, in modo che da luoghi di conflitto diventino occasioni di incontro e di reciproca cura. Un senso che può manifestarsi in modi inattesi e con contorni assai diversi da quelli di una autosufficiente perfezione, frutto di un’irrealistica proiezione dell’immaginario.

 
 
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